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Home » Editoriale » La sentenza sulla strage di Bologna: è Bellini il quinto uomo

La sentenza sulla strage di Bologna: è Bellini il quinto uomo

7 Aprile 2022 Stefania Limiti  2454

Anzitutto, i fatti. Il 2 agosto del 1980 una bomba esplode nella sala di attesa della stazione di Bologna, provocando ottantacinque morti e oltre duecento feriti. Vengono condannati come esecutori materiali Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, esponenti dei Nuclei armati rivoluzionari, una banda di terroristi che interpretano l’ordinovismo neofascista degli anni Ottanta. Una volta scoperta l’opera di depistaggio, vengono individuati come mandanti Licio Gelli, Francesco Pazienza, i capi dei servizi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Oltre a Paolo Bellini, condannato ieri all’ergastolo, nel 2021 è stato condannato, in primo grado, per complicità con gli esecutori Gilberto Cavallini, ex terrorista legato all’ordinovismo veneto. Spostata di un anno, al prossimo gennaio, la sentenza di secondo grado, senza un apparente motivo.

È una condanna in primo grado, quella di Bellini, ma di una forza dirompente: rompe la cortina di nebbia sulla strage di Bologna. Il 6 aprile 2022, il presidente della Corte di assise di Bologna, Francesco Caruso, ha letto la sentenza nei confronti di Bellini per aver preso parte all’azione terrorista e, con lui, per depistaggio, contro l’ex capitano dei carabinieri, Piergiorgio Segatel (sei anni), e contro Domenico Catracchia, amministratore del complesso immobiliare di via Gradoli, a Roma, sede di un covo dei Nar, per false dichiarazioni ai pm (quattro anni). 

Al momento, dunque, c’è un quinto uomo tra gli esecutori materiali: contro di lui, decisiva la coraggiosa testimonianza della ex moglie, che in passato, a ridosso dei fatti, gli aveva fornito un alibi. Ma non si pensi a vendette femminili. Tutt’altro.  A noi pare che il cambiamento di atteggiamento della signora Maurizia Bonini, dopo oltre quarant’anni, sia stato un atto liberatorio, influenzato fortemente dalla scomparsa di Aldo – il vecchio padre di Paolo –, un vero patriarca che aveva tutelato il figlio in tutti i modi. Sospettato di aver fatto parte di strutture occulte, Aldo Bellini era amico dell’allora procuratore generale di Bologna, Ugo Sisti, che subito dopo la strage pensò bene di allontanarsi dalla città e di rifugiarsi nell’albergo di Reggio Emilia gestito dall’amico Aldo: quasi un summit. Arrivò la polizia, ma non verbalizzò la presenza dell’ospite illustre.

Sisti, in passato, aveva protetto Paolo, garantendogli una falsa identità. Neofascista ed ex combattente ai tempi del regime, Aldo incombeva sulla famiglia come una figura prevaricatrice. La sua dipartita ha aperto la strada al nuovo scenario, togliendo a Paolo la sua forza principale di protezione. Chissà quale sarà, a questo punto, il suo comportamento di fronte alla pena del carcere a vita. Bellini – si veda la sua biografia nel lavoro di Giovanni Vignali, L’uomo nero delle stragi (edito da Paper First) – conserva molti segreti riguardo al suo passato di uomo-crocevia tra ambienti istituzionali e criminali, anche quelli sull’assassinio del giovane di Lotta continua Alceste Campanile, omicidio che si è autoattribuito (secondo alcune voci, per uno scambio di favori processuali).

In attesa di vedere l’evoluzione degli eventi, il processo stabilisce punti di irreversibile conoscenza dei fatti. In primo luogo, spazza via definitivamente la famigerata pista palestinese – in aula si è dato atto a Giuliano Turone, ex giudice istruttore e saggista, di aver contribuito a chiudere la faccenda con il suo Italia occulta (edito da Chiarelettere), libro che entra nei dettagli della presenza a Bologna del terrorista tedesco Thomas Kram, anche se oggi “Il Resto del Carlino”, giornale della città, torna ad alimentare (inutili) sospetti in proposito. In secondo luogo, è ormai del tutto chiaro che il 2 agosto 1980 i Nar non erano soli, non potevano essere soli. E del resto i Nar non erano ragazzacci violenti, ma espressione del terrorismo ordinovista – al quale rimanda la condanna in primo grado di Gilberto Cavallini, così come quella dell’avanguardista-mercenario Bellini. Erano, cioè, una delle facce di quel contropotere che trovò legittimità nel sostegno di un pezzo della politica di allora e nell’establishment internazionale che probabilmente li creò.

E ancora: leggendo la sentenza, il presidente ha ordinato la “trasmissione al pubblico ministero in sede dei verbali di dichiarazioni rese in questo processo da Stefano Menicacci, Giancarlo Di Nunzio, Piercelso Mezzadri (…) per competenza in relazione alle eventuali ipotesi di reato di cui agli artt. 372 e 375 del codice penale”, cioè falsa testimonianza, frode processuale e depistaggio. Sembrerebbe che esista già un nuovo filone, il quale coinvolgerebbe non più la procura generale, che avocò l’inchiesta, ma quella ordinaria, in merito alla questione del finanziamento della strage e dei mandanti, intorno a cui occorre aspettare le motivazioni di questa sentenza, visto che la questione ha riguardato persone non processabili perché decedute: Gelli, capo della P2, Tedeschi, direttore della rivista “Il Borghese”, D’Amato, dominus della polizia politica, ovvero degli “affari riservati”.

Chi sono le persone citate nella sentenza? Stefano Menicacci, ex senatore del Movimento sociale italiano, avvocato di Stefano Delle Chiaie: fu lui a introdurre Bellini, all’epoca latitante sotto il falso nome di Roberto da Silva, nell’aereo-club di Foligno per conseguire il brevetto di pilota. Menicacci in aula ha sostenuto, con toni piuttosto aggressivi, che allora non conosceva la vera identità di da Silva, e di essere stato preso di mira solo in quanto difensore dell’avanguardista Delle Chiaie. E poi Giancarlo Di Nunzio, cointestatario con lo zio Giorgio di un conto corrente su cui sarebbe transitata la prima tranche dei soldi utilizzati per finanziare la strage. Infine, Piercelso Mezzadri, un personaggio vicino agli ambienti dell’estrema destra emiliana legato a Bellini e alla sua famiglia. Non pare davvero che sia finita qui.

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