Senza un futuro, sempre più dimenticati e lasciati al loro destino. E illusi da improbabili missioni delle Nazioni Unite e da impegni mai rispettati dalla comunità internazionale. Stiamo parlando dei saharawi, un popolo arabo-berbero presente nell’ex Sahara spagnolo, poi divenuto Sahara occidentale e occupato, fin dal 1976, quasi integralmente dal Marocco, contro il quale si batte, in solitudine, il Fronte polisario di liberazione nazionale (Fpln), fondato il 10 maggio del 1973, con il fine di ottenere l’indipendenza da Rabat. Tra il 1980 e il 1987 è stato costruito dal Marocco un “muro della vergogna”, oltre 2700 chilometri di barriera di pietre e sabbia, protetta con un numero elevatissimo di mine, per impedire al Fpln di penetrare nei territori controllati da Rabat. Nel 1991, la Minurso (Missione Nazioni Unite organizzazione referendum Sahara occidentale) aveva previsto una consultazione, che avrebbe dovuto approvare o respingere l’indipendenza dei saharawi, mai realizzata per il boicottaggio di Rabat.

A renderla ora ancora più improbabile, è arrivata la decisione del primo ministro socialista spagnolo Pedro Sánchez, comunicata al re del Marocco Mohamed VI, di rinunciare alla tradizionale politica di neutralità, da quasi mezzo secolo mantenuta dai vari governi spagnoli, sostenendo, al posto del referendum, la proposta marocchina del 2007, che prevede un’autonomia amministrativa limitata come “la base più seria, realista e credibile – sostiene il Marocco – per risolvere il contenzioso”, la cui mancata soluzione ha determinato una ripresa delle ostilità nel 2020. Immediata la reazione del Fronte polisario, che ha accusato Madrid di “soccombere al ricatto del Marocco”. Ma quali armi ha in mano il Paese nordafricano per indurre la Spagna a più miti consigli sulla questione saharawi? E quali i punti in questione?

In primo luogo, la ritorsione contro Madrid, colpevole di aver ospitato lo scorso maggio, per essere curato, il leader del Polisario, Brahim Gali, affetto da Covid-19. Per tutta risposta, Rabat allentava i controlli intorno alle due enclave spagnole di Ceuta e Melilla, permettendo così a diecimila migranti di entrare in territorio iberico. Il Marocco, alla maniera della Turchia, gestisce a suo piacimento i flussi migratori – anche quelli verso l’arcipelago delle Canarie, zona in cui il Paese di re Mohammed VI ambisce a estendere la propria area d’influenza economica. In cambio del nuovo atteggiamento della Spagna, il regno rinuncerebbe a rivendicare la sovranità sulle due enclave sopra citate, un residuo del colonialismo spagnolo nell’area. Sánchez auspica ci sia“la determinazione per affrontare assieme le sfide comuni, specialmente la cooperazione nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e nell’Atlantico”.

Questa nuova politica spagnola ha permesso il ritorno dell’ambasciatrice del Marocco a Madrid. La nuova linea si avvicina a quella degli Stati Uniti di Trump, che nel 2020 avevano riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele, linea poi avallata da Biden.Intanto venticinque Paesi hanno aperto consolati nella regione, tra questi la Francia e la Germania. Va ricordato che il 27 febbraio 1976 il Fpln dichiarò la nascita della Repubblica araba saharawi democratica, riconosciuta allora da oltre ottanta Stati, in prevalenza africani, alcuni dei quali, nel tempo, hanno ritirato questo sostegno. Se a questo aggiungiamo la svolta filomarocchina dei principali Paesi occidentali, per i saharawi si mette veramente male.

In questo contesto, se da un lato Sánchez avrebbe (il condizionale è d’obbligo) risolto un problema con Rabat, dall’altro, se ne sono aperti altri due non proprio secondari. Il primo è interno, e riguarda la posizione degli altri partiti spagnoli sul tema. Critici in primo luogo gli alleati di governo di Podemos. La leader del partito di sinistra, Ione Belarra, ha sottolineato che Madrid “non deve discostarsi dal diritto internazionale”, e che il conflitto nel Sahara occidentale richiede “una soluzione politica equa, duratura e accettabile per tutte le parti, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite, che prevedono l’autodeterminazione del popolo saharawi”. Non mancano dure critiche anche da parte dell’opposizione. Così, sia il Partito popolare, principale forza di destra del Paese che considera il cambio di linea del governo nei confronti della questione saharawi “una temerarietà”, sia i liberali di Ciudadanos, hanno sollecitato il premier a fornire spiegazioni in parlamento sul cambio di posizione dell’esecutivo sul Sahara occidentale.

Il secondo problema riguarda un pericoloso e preoccupante conflitto con l’Algeria, che ha ritirato il proprio ambasciatore a Madrid per consultazioni. Il più grande Paese africano è storico alleato del Fronte polisario, e da decenni ospita a Tindouf, nel sud del Paese, un enorme campo profughi, oltre alla stessa sede del Fpln. La città algerina può essere considerata un po’ la capitale della Repubblica saharawi, visto che quella reale, El Aaiún, è situata nei territori occupati dal Marocco.

All’irritazione di Algeri, Sánchez ha risposto cercando di smorzare la tensione. Un tentativo di mantenere inalterati i rapporti semplicemente perché Madrid importa, dal Paese maghrebino, almeno la metà del fabbisogno energetico di gas. Algeri, comunque, si è impegnata a mantenere questa quota, malgrado la chiusura da novembre scorso del Medgaz, il gasdotto che portava il gas algerino alla Spagna passando per il Marocco, incrementando il trasporto via nave, dal momento che la Spagna dispone di sei rigassificatori, che consentono di trasformazione il gas liquido in gas.

Quali sono le ragioni che spingono il Marocco a impedire, con tutte le proprie forze, la nascita di un nuovo Stato ai propri confini delle dimensioni di circa duecentomila chilometri quadrati, con una popolazione esigua, di circa mezzo milione di abitanti? La risposta è facilmente immaginabile: risorse e commercio. Il Sahara occidentale può vantare il maggiore giacimento di fosfati del pianeta, e il tratto di Atlantico sul quale si affaccia è tra i più pescosi. Inoltre, c’è la necessità per Rabat di mantenere il controllo del commercio: attraverso la Mauritania passano i camion con il pesce pescato dagli spagnoli in quel Paese e, in direzione contraria, capi di bestiame venduti dalla Spagna in diversi Paesi africani. Insomma, la logica è sempre la stessa. È l’economia a dettare, in questo Ventunesimo secolo ancor più, le regole del gioco. Dall’Europa che dice “no” all’embargo sul gas contro la Russia, agli interessi commerciali che impediscono all’Italia di usare il pugno di ferro contro l’Egitto sul caso Regeni, passando per il popolo saharawi, non ci sono diritti umani o autodeterminazione dei popoli che tengano.