Poco più di una trentina d’anni fa, sul finire degli anni Ottanta, l’Italia conobbe il definitivo consumarsi di uno storico passaggio: da Paese di emigrazione divenne Paese di immigrazione. La cosa, all’inizio, non fu colta quasi da nessuno. Non la videro i politici, assorbiti dalla tormentata transizione tra la prima e la cosiddetta seconda Repubblica; non la vide il sindacato, per il quale la presenza migrante rimaneva marginale; non la videro nemmeno gli studiosi di fenomeni migratori, ancora prevalentemente concentrati sui flussi interni e sulle vicende degli italiani all’estero. Un’immagine tradizionale dell’Italia, divenuta ormai retorica, l’aveva a lungo proposta come un Paese di emigrazione – e la persistenza di questa immagine impediva di fare i conti con quanto stava avvenendo.

Intanto, giungevano massicciamente migranti “venuti per restare”, consolidando una tendenza che si era manifestata nel corso del decennio, anche come conseguenza della chiusura delle frontiere in altri Paesi europei, in particolare in Francia. Nonostante l’evidenza di questa presenza, in ambito scientifico si discettava ancora sui birds of passage diretti verso destinazioni più appetibili del nostro Paese: l’Italia veniva considerata una sorta di “trampolino” da cui i migranti si proiettavano verso altre realtà europee. Si continuava a considerarla pervicacemente una stazione di transito, proprio nel momento storico in cui essa diveniva, in maniera chiara, un luogo di fissazione residenziale. Ciò era dovuto sia al fatto che l’Italia svolgeva, per i migranti, una funzione di ripiego rispetto ad altre mete non più raggiungibili, sia per il suo essere divenuta una meta appetita, in certo modo, per la facilità di trovarvi “un qualunque genere di lavoro”, a causa del progressivo aprirsi verso l’esterno del suo mercato del lavoro.

Con un gigantesco ritardo politico-culturale, solo pochi si resero conto del passaggio in corso; e la questione dell’immigrazione venne nel complesso elusa nella programmazione politica a livello nazionale, mentre la soluzione dei problemi che la presenza dei migranti poneva furono demandate alle società locali, magari nella speranza che il problema “si risolvesse da sé”. Ma già incombevano le prime avvisaglie delle possibili ricadute conflittuali dell’assenza di governo dei problemi legati all’inserimento dei migranti. Che, puntualmente, non mancarono di manifestarsi già all’inizio degli anni Novanta, con l’esplodere di tensioni nelle città italiane: Firenze nel 1991, Torino e Genova nel 1993, furono teatro di disordini e di manifestazioni anti-immigrati. Si assistette all’insorgere di una conflittualità nuova, a volte sbrigativamente etichettata come “etnica”, che vedeva contrapporsi “autoctoni” e “migranti”, da ricondurre sia a una crisi più generale della società civile, sia al declino dei partiti e delle forme della politica che si erano andate consolidando nel dopoguerra. A una certa tolleranza e apertura, che ancora sembravano permeare il senso comune negli anni Ottanta, tenne dietro, dai primi Novanta, un orientamento in cui predominava il pregiudizio nei riguardi dello straniero.

Era questo il confuso contesto in cui ci trovavamo quando, verso la metà degli anni Novanta, a Genova, che era stata da poco teatro dei disordini anti-immigrati del luglio 1993, si formò intorno ad Alessandro Dal Lago un gruppo di ricerca innovativo, che avrebbe cercato di combattere pregiudizi e stereotipi dilaganti sui migranti, e nel contempo di introdurre approcci di indagine e di ricerca all’altezza dei tempi. Si sapeva poco, all’epoca, degli avanzamenti della sociologia francese sul tema: e l’apporto di Salvatore Palidda – che si unì al gruppo, e che aveva lavorato a Parigi con i grandi sociologi Pierre Bourdieu e Abdelmalek Sayad – fu molto importante. Si trattava di lavorare in un ambito in buona parte ancora inesplorato: mancavano persino le parole per descrivere alcuni fenomeni.

Ci fu una lunga discussione, mentre preparavamo il volume Lo straniero e il nemico, su come rendere in italiano i termini francesi sécuritaire e sécuritarisme, dato che non c’era un analogo nella nostra lingua: così introducemmo “sicuritario” e “sicuritarismo”, poi diventati di uso comune. Dal Lago non era uno specialista degli studi sull’immigrazione; veniva da un libro su Georg Simmel e da studi sulla etnometodologia e su Hannah Arendt; ma la sua caratteristica capacità di padroneggiare rapidamente anche tematiche che non aveva precedentemente esplorato lo mise in grado di cogliere ciò che mancava nell’analisi corrente del fenomeno migratorio. Il suo libro Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, del 1999, segnò un passaggio importante non solo per il mondo della ricerca universitaria, ma anche per l’opinione pubblica, data la diffusione enorme che il testo ebbe. Non persone allargò la questione all’ambito dei non addetti ai lavori.

Nel libro veniva efficacemente evidenziata la crisi delle società di accoglienza, messe alla prova dai flussi migratori, il diffondersi di paure incontrollate, l’utilizzo politico della insicurezza, le logiche di eterna emergenza con cui, in Italia, si era affrontata la questione dell’immigrazione. Ma soprattutto Non persone mise bene in luce la tendenza alla discriminazione e all’esclusione che stavano dietro all’assenza di governo della questione dei migranti. D’altro canto, nel testo, ricadeva buona parte della esperienza militante dell’associazione Città aperta che avevamo cominciato ad animare con Sandro Mezzadra, appunto dopo i fatti del ’93, e a cui Dal Lago, dopo il suo arrivo a Genova nel 1994, si unì. Sapevamo di combattere una battaglia controcorrente e difficilissima, e lo sperimentammo non solo sul piano strettamente politico, scontrandoci con i comitati anti-immigrati e anti-nomadi che avevano acquistato forza e visibilità in città, ma anche sul piano culturale, misurandoci con pregiudizi e prevenzioni radicati anche nella sinistra storica. Da questo punto di vista, Non persone risultò uno strumento efficacissimo, divenendo, a tutti gli effetti, una sorta di “manuale degli errori comuni” che si commettevano quando ci si occupava di immigrazione. Al tempo stesso, il libro dischiuse una nuova stagione per la ricerca accademica, che si riorientò in direzione di un approccio agli studi migratori, con un taglio maggiormente internazionale e aggiornato, dando vita a un intero filone di studi, che tuttora prosegue. Per noi, che vivemmo in quell’epoca una frequentazione quasi quotidiana con Dal Lago, rimane chiaro che Non persone era prima di tutto un testo politico e di denuncia, che col passare degli anni non ha perduto la capacità di suscitare indignazione, facendo riflettere sulle complesse implicazioni di quel “fatto sociale totale” che si chiama immigrazione.