Il vecchio (e in verità un po’ spelacchiato) leone ha ruggito, e la giungla per un momento ha taciuto. La giungla dei suoi consiglieri e ministri, più giovani e scattanti di lui, pronti e desiderosi di mostrare i muscoli: Jake Sullivan alla Sicurezza nazionale, Antony Blinken agli Esteri, Lloyd Austin alla Difesa e – dall’altro lato dell’Atlantico – Jens Stoltenberg, il segretario generale della Nato, che da settimane lo tiravano di qua e di là con dichiarazioni roboanti in un crescendo che stava portando (e potrebbe ancora portare) allo scontro armato tra superpotenze. E il vecchio leone – che, ricordiamolo, si è formato mezzo secolo fa nella prudente logica della guerra fredda, quella per cui si affermano principi, si agita la propaganda, si fa il muso duro, ma poi si dialoga con l’avversario, perché la posta in gioco è troppo grande – alla fine è intervenuto.

Che ci fossero dissensi alla Casa Bianca tra il capo e i suoi uomini, nei toni e nella sostanza, lo si era capito da diversi giorni, e la stampa più informata lo aveva notato. Ogni giorno un profluvio di dichiarazioni altisonanti sulle “sanzioni durissime e rapide” che avrebbero messo in ginocchio l’economia russa, sul “diritto inalienabile” dell’Ucraina a entrare nella Nato, sull’aggressione del forte contro il debole, secondo lo schema “vecchio totalitarismo vs. giovane democrazia”.

Biden aveva ovviamente condiviso e autorizzato le prese di posizione dei suoi consiglieri, ma era intervenuto per puntualizzare che, in ogni caso, gli Stati Uniti non avrebbero mandato i propri soldati per difendere l’Ucraina. Per la prima volta, da quando gli Stati Uniti minacciano ritorsioni nei confronti di qualche Paese – cioè da sempre –, non è stato detto che “tutte le opzioni sono sul tavolo” (intendendo l’uso della forza armata). Non solo, Biden aveva aggiunto che nel caso di “una incursione limitata”, da parte della Russia, anche la risposta americana sarebbe stata limitata; con il che aveva provocato le critiche del suo cerchio interno, che aveva prontamente rettificato, sebbene la crepa nell’establishment di politica estera e di difesa fosse ormai evidente.

Ma intanto le settimane passavano, mentre i russi continuavano ad ammassare truppe accerchiando l’Ucraina e la minaccia di invasione si faceva sempre più concreta. Gli europei, ancora una volta (come ai tempi di Trump, come con il ritiro dall’Afghanistan), erano stati scavalcati dalla Casa Bianca e dal suo “portavoce” nella Nato, Stoltenberg, e non l’avevano presa bene. Iniziava un andirivieni di colloqui e di telefonate di tutti con tutti, a Mosca, a Kiev, a Bruxelles. Dietro l’adesione di facciata alla posizione americana, gli europei (cioè essenzialmente la Francia e la Germania, ma non il Regno Unito allineato da subito con gli Stati Uniti) devono avere spiegato al presidente americano che le sanzioni avrebbero danneggiato soprattutto loro, la loro bilancia energetica e commerciale. Altri gli avranno spiegato che non era affatto detto che le sanzioni sarebbero state decisive, dal momento che la Russia aveva enormi riserve di valuta (di cui solo una piccola parte in dollari), che le avrebbero consentito di tirare avanti per diversi anni assorbendo lo shock sulla sua economia; mentre l’impennata dei prezzi del gas e del petrolio avrebbe avuto conseguenze negative anche sull’economia americana, alimentando la già alta inflazione per di più in un anno di elezioni.

Soprattutto, il vecchio Biden sa benissimo che la Russia qualche motivo di lagnarsi dell’accerchiamento da parte della Nato ce l’ha, dal momento che come responsabile negli anni Duemila della commissione Esteri del Senato ha condiviso e guidato l’espansione verso Est dell’Alleanza. Ma quelli erano altri tempi, quando gli Stati Uniti erano emersi sul tetto del mondo come unica superpotenza che si arrogava il diritto di esercitare le funzioni di “poliziotto globale” (parole di Bush padre). Ma oggi, dopo gli anni del terrorismo, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, dopo innumerevoli interventi militari che non hanno portato ordine, ma alimentato il disordine, dopo il crollo della credibilità e del prestigio internazionale degli Stati Uniti, negli anni della presidenza Trump, con le nuove o sempre presenti sfide all’orizzonte (Iran, Corea del Nord, Taiwan, Hong Kong e soprattutto Cina), è tempo di dialogo e non di mostrare i muscoli.

E così ieri (martedì 15) pomeriggio, Biden è andato in televisione e ha pronunciato un discorso di dieci minuti, a tratti incerto nell’esposizione, ma fermo nella sostanza: un discorso importante non solo per quello che ha detto, ma per quello che non ha detto. Mancava infatti qualsiasi riferimento all’ingresso (tanto strombazzato da Stoltenberg) dell’Ucraina nella Nato, riecheggiando così la dichiarazione del giorno precedente del cancelliere tedesco Scholz, secondo cui l’ingresso “non è all’ordine del giorno”. Mancava la richiesta di ritiro delle truppe russe dal confine ucraino come precondizione per iniziare il dialogo. Mancava, sorprendentemente, un riferimento alla Nato come componente della futura trattativa, che dovrà portare a un accordo tra “Stati Uniti, Russia, alleati e partner europei”. Non vi era più l’affermazione del blocco del gasdotto North Stream 2, ma solo quella circa un blocco nel caso che la Russia invada l’Ucraina (posizione evidentemente concordata con la cancelleria tedesca).

Il discorso di Biden può essere diviso in due parti: nella prima, e più importante, il presidente ha riconosciuto di fatto la legittimità delle richieste poste dalla Russia – richieste che in precedenza erano state liquidate come pretesto per l’aggressione, avanzando la disponibilità a discutere la questione del dispiegamento e del livello delle forze convenzionali in Europa, con specifico riferimento al trattato Cfe del 1990, dal quale la Russia si era ritirata per protesta contro l’installazione di basi militari americane in Romania e in Bulgaria. Non solo, Biden ha parlato anche dei passi necessari per aumentare la fiducia reciproca (transparency measures e strategic stability measures); e qui il riferimento è al trattato Open Skies del 1992, dal quale Trump si era ritirato unilateralmente nel 2020.

Nella seconda parte, e non poteva essere altrimenti, ha ribadito i principi di non aggressione, di intangibilità dei confini, di rifiuto della minaccia armata, anche con un’ultima implicita concessione alla posizione russa: voi dite che i legami storici e culturali tra Russia e Ucraina giustificano la vostra richiesta che l’Ucraina non entri nel campo occidentale, ma proprio per questi legami non potete immaginare di scatenare in quel Paese una guerra distruttiva che provocherebbe incalcolabili sofferenze. Astenetevi, in sostanza, dall’invadere, e sediamoci intorno a un tavolo per arrivare a un accordo scritto (quello che la Russia ha fin dall’inizio richiesto) che soddisfi le esigenze di sicurezza di tutti.

Un importante passo avanti, che speriamo sia nella direzione giusta.