Risale a pochi giorni fa il rapporto di Transparency International sulla percezione della corruzione nell’anno che si è appena concluso. Per quanto riguarda l’America latina, l’organizzazione non governativa denuncia che i Paesi dell’area segnano il passo nella lotta contro la corruzione che continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni. La penetrazione di interessi corrotti o criminali facenti capo al narcotraffico, all’attività mineraria e al taglio delle foreste illegali, al traffico delle persone, è addirittura più facile in una realtà come quella latinoamericana, in cui l’organizzazione politica è in genere debole.

Solo qualche anno fa lo scandalo “Lava jato”, a partire dal Brasile, ha coinvolto numerosi esponenti delle classi dirigenti, mentre si moltiplicano i casi di corruzione nei singoli Stati, e si fa sempre più consistente l’avanzata dell’autoritarismo soprattutto nell’America centrale.

Di fronte a risposte troppo spesso timide, da parte degli Stati, contro i fenomeni corruttivi e la delinquenza, i cittadini hanno reagito disapprovando ogni volta di più la gestione politica, allontanandosi dal sostenere la democrazia e affidandosi a candidati dalle soluzioni facili e sbrigative. Oltre a ciò, esistono segnali inequivoci di un coinvolgimento diretto del crimine organizzato nella vita politica, in primo luogo attraverso il finanziamento di candidati disposti a farsi corrompere, con lo scopo di occupare posti di potere che consentano di aumentare le attività illegali, e di legalizzare attività esercitate in zone grigie.

Come ha osservato Delia Ferreira Rubio, presidente di Transparency International, la conseguenza è che dirigenti politici corrotti prendono di mira i diritti della stampa, la libertà di espressione e quella di associazione. Ciò sta accadendo in Nicaragua, dove la concentrazione del potere in una sorta di neo-dinastia orteguista ha determinato la violazione dei diritti umani e la trasformazione delle elezioni in una farsa.

Ma anche in El Salvador, dove il governo del presidente Nayib Bukele ha adottato politiche che hanno limitato l’indipendenza del potere giudiziario, e dove ogni giorno organizzazioni della società civile, attivisti e giornalisti indipendenti sono oggetto di attacchi da parte dell’esecutivo. Il piccolo Paese centroamericano ha registrato recentemente un sostanziale abbassamento del tasso di omicidi. Secondo la narrativa di Bukele, ciò si dovrebbe alla sua politica di controllo del territorio che avrebbe reso vita difficile alle pandillas (cioè alle bande criminali). Abbastanza diversa è invece l’opinione della rivista “El Faro”, ripresa da buona parte della stampa internazionale, che fa risalire a un patto segreto tra Bukele e i leader di Mara Salvatrucha (MS-13) e delle due fazioni di Barrio-18 (18-Sureños e 18 Revolucionarios) il relativo miglioramento della situazione. Un accordo tacito, che prevede un miglior trattamento per chi sta in carcere in cambio di una diminuzione della violenza.

Sta di fatto che ora il tasso di omicidi ogni centomila abitanti è rimasto al di sotto di quelli registrati in altri Paesi come Honduras, Messico, Colombia e Venezuela. Non dimenticando che le stime ufficiali parlano di un esercito di sessantamila pandilleros attivi nel 94% dei municipi del Paese, mentre altri diciottomila sono in carcere. Su una popolazione di meno di sei milioni e mezzo di abitanti! Come ha scritto il giornalista di “El Faro” Óscar Martínez sul “New York Times”, “chi abbia seguito gli avvenimenti politici de El Salvador nell’ultimo decennio sa che è esistito qualcosa che è passato alla posterità sotto una etichetta: la tregua del governo e le pandillas”.

Se, da una parte, Martínez chiama in causa tutti i governi che si sono succeduti nel Salvador, ivi compresi quelli espressi dall’ex guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, dall’altra ammette che dialogare con le pandillas è una realtà consolidata in un Paese in cui negozia con la malavita anche il semplice cittadino per ottenere qualcosa di cui abbia bisogno. A questo punto, non si capirebbe perché non dovrebbero farlo anche i politici, che infatti lo fanno, spesso per ottenere l’appoggio sotto forma di voti alle elezioni.

Nonostante il controverso successo di El Salvador, l’America latina rimane la regione con il tasso di omicidi più alto al mondo, mentre le città che l’anno passato hanno registrato il record di omicidi sono messicane. Nella lista delle dieci città più pericolose del pianeta stilata da “worldatlas.com” ben sette appartengono al Messico.

Celaya, con una popolazione di 639mila abitanti e un tasso di 109,38 omicidi per ogni centomila abitanti, sta al primo posto, e deve la sua pericolosità alla guerra che oppone il Cártel de Jalisco Nueva Generación al Cártel de Santa Rosa de Lima, che trafficano droga e praticano il huachicoleo, ovvero il furto di benzina su larga scala, che il presidente López Obrador ha tentato di stroncare.

Al secondo posto Tijuana, la città che condivide una frontiera di ventiquattro chilometri con San Diego, che deve la sua violenza principalmente al traffico di persone e al narcotraffico, gestiti dai cartelli rivali di Tijuana e Sinaloa. Vengono poi Ciudad Juárez, considerata la peggiore città per le donne per la violenza di genere; Ciudad Obregón, situata nello stato di Sonora, al centro del traffico di droga e di persone; Itapuato, nello stato di Guanajuato, anch’essa al centro della lotta del Cártel de Santa Rosa de Lima e il Cártel de Jalisco Nueva Generación.

Su Itapuato girano in rete vari video che ritraggono sparatorie in bar tra uomini armati di fucili. Poi saltiamo al sesto posto della lista, dove troviamo Ensenada in Baja California, oggetto della rivalità dei cartelli che si dedicano al narcotraffico e alla tratta delle persone. E all’ottavo Uruapan nello Stato di Michoacán, nel Messico occidentale, teatro degli scontri tra i gruppi criminali che cercano di avere il controllo delle vie di comunicazione vitali per il traffico di droga.

Da qualche tempo, la barocca Zacatecas vive una violenza senza tregua. Solo nei primi cinque giorni dell’anno ha visto tra cinque e sei omicidi in ventiquattro ore. Qualche giorno fa si è conquistata le prime pagine dei giornali con i dieci corpi di persone assassinate abbandonati dentro un furgoncino nella Plaza de Armas, a due passi dalla cattedrale. Se continua così, e ci sono tutte le premesse, presto lascerà il quindicesimo posto della poco invidiabile graduatoria delle città più violente per salire di posizione.

La situazione non è migliorata nemmeno con il nuovo governatore David Monreal, esponente di Morena, il partito di López Obrador, quello stesso presidente che, al suo insediamento, aveva promesso che avrebbe messo fine alla catena di omicidi in sei mesi al massimo.

Il fatto è che Zacatecas e i suoi territori, dove ricorrentemente le autorità s’imbattono in corpi di morti ammazzati appesi lungo le strade, sono il passaggio obbligato per il trasporto del fantanyl, l’oppioide sintetico simile alla morfina. Tra le cinquanta e cento volte più potente, il fantanyl riscuote l’interesse del mercato nordamericano, nel quale viene comunemente incolpato dei casi di morte per overdose. Arrivati, a causa sua, al 59,8% nel 2017 dal 14,3% di sette anni prima.

Oltre a quella contro le donne, un altro tipo di violenza che affligge il Messico è quella contro i giornalisti. Dall’inizio del secolo al 2021 sono stati 145 gli omicidi di operatori dell’informazione, 134 uomini e undici donne. Una situazione che pare rendere quasi impossibile l’esercizio della libertà di espressione.

L’ultima a essere assassinata in ordine di tempo era di Tijuana: le hanno sparato mentre era in macchina di fronte alla sua abitazione. Lourdes Maldonado si occupava di politica e di corruzione in Baja California. Tre anni fa si era rivolta durante una conferenza stampa a López Obrador dicendo di temere per la sua vita. E solo pochi giorni prima aveva commemorato il collega fotoreporter Margarito Martínez assassinato lo scorso 17 gennaio.

Ma a parte i casi limite appena richiamati, l’aumento della violenza colpisce anche Paesi generalmente considerati meno pericolosi. È il caso del Cile, dove sono sempre più chiari i segni dell’operare di una pericolosa organizzazione criminale originaria del Venezuela, che ha preso il nome di Tren de Aragua, originaria dello Stato omonimo, il cui leader è Héctor Rusthenford Guerrero Flores che comanda la banda dal carcere.

Secondo i dati resi pubblici da InSight Crime, il Tren de Aragua opera in almeno sei Stati del Venezuela e in Paesi come Brasile, Colombia, Ecuador e Perù. Dalla sua fondazione nel 2014 si è reso responsabile di assassini ed estorsioni, con lo scopo di ottenere il controllo territoriale sul narcotraffico e sul contrabbando, contando più di 2700 delinquenti armati nell’intero continente. In Cile è presente nella città di La Serena e nel nord del Paese, dedicandosi a estorsioni, sequestri, furti di automobili, spaccio di droga, vendita di oro, omicidi su commissione e traffico di migranti, che sequestrano in caso di mancato pagamento. La recente impennata di violenze a Santiago testimonia della sua presenza nella capitale, tanto che i sindaci della regione metropolitana si sono appellati al presidente della Repubblica affinché siano prese contromisure. Lunedì scorso uno sciopero generale ha paralizzato Iquique, città della regione di Taracapà a 1831 chilometri da Santiago, indetto dalle categorie contro la delinquenza, l’insicurezza e la migrazione senza controllo con lo slogan “No + Violencia”.

L’azione di bande criminali ha alzato la media a un omicidio ogni quarantott’ore, con un aumento della tratta dei migranti. La scintilla della protesta è stata l’aggressione da parte di quattro venezuelani nei confronti di due carabineros impegnati in un’azione antidroga. Stessa situazione anche in altre città, come le vicine Valparaíso, la seconda città cilena e il suo porto più importante, e Viña del Mar. Il bilancio di sei morti ammazzati nella scorsa settimana non poteva rimanere senza risposta da parte del neoeletto Gabriel Boric, che ha fatto sentire la sua voce e ha assicurato che questa sarà una delle priorità del suo governo, perché “solo recuperando i quartieri alla violenza si potrà ottenere una società più coesa e più libera”.

In Cile, la grande capacità di rapida diffusione del Tren de Aragua si deve al fatto che l’organizzazione criminale ha mescolato i propri aderenti ai migranti venezuelani che tentano di entrare nel Paese. Con lo scopo di fornire loro sicurezza e accompagnarli nel passaggio della frontiera a nord, i militanti del Tren – riconoscibili per avere sulle spalle, sulle braccia o sulle gambe il disegno di un fucile – fanno dei desperados in cerca di asilo le prime loro vittime. Girano armati, spacciano droga, e controllano il mercato della prostituzione, esercitata da donne di nazionalità venezuelana. E con le loro gesta accrescono la percezione di pericolosità nei confronti dei migranti venezuelani che fuggono le miserie e le violenze del loro Paese, dando fiato alla propaganda xenofoba di una destra sconfitta alle ultime elezioni, che attende gli errori del nuovo governo, e non ha perso la speranza di una rivincita tra quattro anni.