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Home » Articoli » Genova, la cabinovia e il “buon uso” del Pnrr

Genova, la cabinovia e il “buon uso” del Pnrr

La giunta comunale della Superba ha messo in cantiere un progetto più turistico che funzionale, e soprattutto pieno di rischi

20 Gennaio 2022 Agostino Petrillo  1578

Il poeta Giorgio Caproni, che visse a lungo a Genova, sognava di andare in paradiso con l’ascensore di Castelletto, che dalla zona centrale della città trasporta alla collina su cui sorgono gli eleganti insediamenti borghesi otto-novecenteschi. A partire dagli inizi del Novecento, tutta una rete di piccole funicolari e di ascensori ha unito i diversi livelli di una città cresciuta nei secoli per terrazzamenti e stratificazioni successive. Oggi una nuova proposta che riscopre la “verticalità” della Superba è al centro di un dibattito acceso.

Si tratta del progetto di una cabinovia che dovrebbe collegare la zona adiacente la stazione marittima alle alture circostanti, offrendo la possibilità di raggiungere rapidamente il sistema delle fortificazioni di età napoleonica che circondano la città. Se ne parlava da diversi anni, e la “giunta del fare” come si è auto-denominato il gruppo di assessori guidato dal sindaco Marco Bucci, dopo averla lasciata a lungo nel cassetto, ha recuperato questa idea scaturita da una tesi di laurea, destinando alla sua realizzazione una somma consistente ricavata dai quattrini in arrivo con il Pnrr.

Si parla di una spesa intorno ai quaranta milioni di euro. Le polemiche che da tempo accompagnano la proposta, e che si sono fatte più intense ora che se ne ventila una rapida concretizzazione, nascono dal fatto che dell’opera non si avverte alcuna necessità. I genovesi, che amano passeggiare sui colli dove sorgono i forti, da sempre ci giungono infatti tranquillamente con i loro propri mezzi. E in effetti la giunta si è giustificata spiegando che l’impianto (che dovrebbe essere realizzato da una ditta specializzata in funivie di tipo sciistico), teoricamente in grado di trasportare duemila persone all’ora, è pensato prevalentemente in chiave di attrazione turistica, destinata in particolare a coloro che giungono con le navi da crociera. Ma chi persuaderà gli spauriti croceristi a catapultarsi dal mare sulle alture nel giro di una decina di minuti di vertiginosa ascesa?

Per accrescere l’appeal delle spesso scabre e a tratti impervie colline genovesi, e per “riqualificare” la zona certo non priva di attrattive che è costituita dal sistema dei forti, la “giunta del fare” ha pensato di creare un parco giochi nella zona del forte Sperone. I viaggiatori verrebbero quindi proiettati dalle navi direttamente al parco divertimenti ancora da realizzare. Un paio di mesi fa il sindaco ha dichiarato che i soldi ormai ci sono, la copertura economica è presente grazie a un finanziamento Pnrr del Mibact: si tratta della bellezza di sessantanove milioni di euro da ripartire tra costruzione dell’impianto di risalita, ristrutturazione dei forti e creazione di attrezzature turistiche; ed è già partita la gara per l’impianto, mentre si sta preparando il bando per i forti.

Le perplessità sono molte: da un lato il progetto, decisamente bruttino, prevede giganteschi piloni di sostegno che altererebbero non poco lo skyline della zona portuale e modificherebbero radicalmente la fisionomia del quartiere popolare di Lagaccio, in cui dovrebbe venire realizzato uno degli enormi supporti. La popolazione del quartiere è inoltre preoccupata per il fatto che la cabinovia passerebbe nel suo percorso molto vicino agli edifici, con potenziali rischi per gli abitanti della zona, e si sta organizzando in un comitato di protesta. Ma anche il forte Begato, capolinea della cabinovia, rischia di vedere profondamente modificata la sua elegante architettura da una colata di cemento.

La “giunta del fare” dal canto suo accelera, anche perché vuole capitalizzare al massimo il suo orientamento confusamente “pragmatico” in vista della scadenza che ormai si approssima delle elezioni comunali, previste, pandemia permettendo, per la tarda primavera.

La maniera disinvolta in cui viene spesa una somma così ingente, in una città che vive da diversi decenni una crisi drammatica, economica, demografica e di identità culturale, suscita inquietudine.

D’altro canto, il progetto della cabinovia non fa che confermare ancora una volta l’idea di città della giunta Bucci: una città per pochi, in cui vengono tutelati gli interessi delle famiglie che contano e del comitato di affari che ruota intorno alla giunta stessa. Il tutto sotto l’egida della sicurezza e del decoro urbano. Così il declino accelera: mentre i giovani qualificati fuggono e si moltiplicano i Neet (cioè coloro che né studiano né cercano un lavoro), nel giro di cinque anni Bucci ha tagliato le spese per la scuola di otto milioni e aumentato le spese per la sicurezza di nove milioni.

Nel frattempo crescono le diseguaglianze e intere parti di città si desertificano socialmente. Prende forma una sorta di distopia: Genova come città del turismo e dei divertimenti, una Coney Island per crocieristi in cui gli abitanti rimangono ingabbiati tra giganteschi artefatti infrastrutturali e il centro antico si trasforma in una serie di B&B e di ristorantini. L’ossessione turistica della giunta cozza peraltro con la realtà di una storica incapacità della città a organizzare e promuovere i flussi turistici, per non parlare delle antiche ma mai del tutto rimosse prevenzioni dei genovesi nei confronti dei “foresti”. Ne testimonia il parziale arretramento di alcune grandi piattaforme di abitare temporaneo che avevano a loro tempo investito nel centro antico e che sembrano oggi in ritirata. Ad ogni modo, tra l’incombere delle elezioni e i quattrini facili del Pnrr da spendere, il rischio è che la cabinovia si faccia, a meno che il vespaio che sta suscitando non assuma i tratti di una mobilitazione organizzata. Così la “Genova Meravigliosa”, propagandata dalla giunta, potrà aggiungere un’ulteriore cartolina al suo dépliant, sempre che il destino dell’audace opera non sia quello di divenire un futuro rudere, una “rovina del moderno” destinata a suscitare la meraviglia e lo stupore, per l’incapacità dei padri, nelle generazioni successive e superstiti.

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