• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Accedi
Home » Articoli » Caso Shalabayeva. A Perugia il processo di appello

Caso Shalabayeva. A Perugia il processo di appello

Lo scorso 15 gennaio il Viminale ha confermato in parlamento che l’espulsione fu regolare

19 Gennaio 2022 Stefania Limiti  1636

Ahi, com’è difficile dare una giusta dimensione ai “fatti”! Nel caso del rimpatrio di Alma Shalabayeva la difficoltà si fa tostissima perché nasce in un Paese lontanissimo come il Kazakistan, enorme, vastissimo con pochi abitanti e tantissimo uranio, e giunge fin qui da noi dove si trasforma in un pasticciaccio.

La faccenda gira intorno a questo interrogativo: la signora fu “deportata”, dunque costretta forzatamente a tornare nel suo Paese insieme alla figlioletta Alua, oppure no? Fu un caso di extraordinary rendition, come quello dell’imam egiziano Abu Omar, oppure no?

La vicenda è di nuovo d’attualità, perché ieri a Perugia si è aperto il processo d’appello contro i presunti responsabili del rimpatrio della moglie del “dissidente” kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa dall’Italia nella primavera del 2013 con la figlia: tra gli imputati, due funzionari di gran peso, Renato Cortese, l’uomo che mise le manette al capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano – ieri a Perugia si è recato personalmente il presidente della commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, Claudio Fava, per portargli la sua solidarietà – e Maurizio Improta, all’epoca rispettivamente capo della Squadra mobile di Roma e dell’Ufficio immigrazione, condannati in primo grado a cinque anni (l’accusa ne aveva chiesti meno della metà) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, insieme alla giudice Stefania Levore che convalidò l’espulsione (due anni e sei mesi rispetto alla richiesta di un anno, per lei si profila la prescrizione).

Per i giudici di primo grado fu un “sequestro di persona” di “eccezionale gravità”, “un rapimento di Stato”: parole grosse per un caso che all’epoca destò, giustamente, la preoccupazione delle forze politiche e di tante associazioni che si battono per i diritti civili. Vedremo se le accuse reggeranno, se verrà definitivamente provato che quei funzionari sono davvero consapevoli di aver rimpatriato Alma, la moglie di un dissidente. Ma suo marito era davvero un dissidente?

Alma Shalabayeva e la figlia furono prelevate dalla polizia in una villa di Casalpalocco (Roma) nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2013. Le forze dell’ordine cercavano il marito, ricercato a livello internazionale per truffa e associazione criminale, ma la donna venne trovata con un passaporto falso. Firmata l’espulsione, di fretta rimpatriate – e poi giù la bufera politica che vide in primo piano l’allora ministro dell’Interno Alfano. La donna venne accolta da militari armati in patria, non fu comunque arrestata, ma lì suo marito non era un uomo in gloria: era stato potentissimo, già ministro dell’energia, ma poi era stato beccato con le mani nel sacco. Scappò, infatti, nel 2009, quando la Bta Bank, la banca della quale era presidente, era stata trovata con un buco di quindici miliardi di dollari, soldi che si ritiene Ablyazov abbia intascato personalmente danneggiando migliaia di piccoli risparmiatori.

Le difese dei poliziotti accusati insistono su un punto chiave: madre e figlia avrebbero dovuto godere delle tutele di rifugiato nel Regno Unito, di cui allora avrebbe beneficiato Ablyazov, status che però non sarebbe mai stato inserito nelle banche dati dell’Interpol, e quindi impossibile da conoscere da parte della polizia consultando quegli archivi informatici.

A questo proposito, circa un anno fa, in un articolo di “L’Espresso”, vennero citate diverse sentenze inglesi su Ablyazov, mai menzionate nelle motivazioni della sentenza di primo grado, a cominciare da quella dell’Alta Corte di Londra che fa riferimento alla banca statale kazaka Bta che accusa Ablyazov di essersi appropriato dei dollari facendoli sparire nei paradisi fiscali: Ablyazov nega, dice “L’Espresso”, il giudice lo accusa di aver mentito in udienza e lo condanna per “oltraggio alla corte” a ventidue mesi di reclusione. Il verdetto costa all’ex potente la carta di rifugiato ottenuta nel 2011: per Londra Ablyazov non va più accolto come rifugiato ma arrestato. Lui scappa alla vigilia della decisione. Il verdetto su Ablyazov fa partire anche la procedura amministrativa di revoca dello status di rifugiato, formalizzata nel 2014.

Nel processo italiano, iniziato nel 2018 e chiuso nel 2020, si parla però solo del permesso ottenuto nel 2011. E i poliziotti vengono obbligati a risarcire anche i “danni morali” subiti dai familiari di Alma Shalabayeva, compreso il marito latitante. Nella patria kazaka le cose sono dunque difficili per la potente coppia caduta in disgrazia quando al potere c’è Nazerbayev, da poco scalzato da Tokaiev – ricorderete le recenti rivolte capeggiate, a suo dire, dallo stesso Ablyazov. L’ex banchiere, portandosi via un tesoro enorme, si vide costretto a rinunciare al suo potere, e alle battute di caccia durante le quali faceva impazzire di divertimenti i suoi invitati.

Nell’udienza di ieri la Corte, dopo oltre tre ore di camera di consiglio, ha accolto la richiesta delle difese di chiamare a testimoniare in aula l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, il pm Eugenio Albamonte e l’allora procuratore aggiunto Nello Rossi, respinta la richiesta di una delle difese di sentire l’ex consigliere del Csm Luca Palamara – quel nome a Perugia scatena l’orticaria, e come non comprenderlo… Non accolta dal Collegio neanche la richiesta delle difese di acquisire gli atti parlamentari sulla vicenda: sono state fatte diverse interrogazioni, l’ultima firmata dal deputato del Pd Carmelo Miceli alla quale ha risposto il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: eh sì, perché il Viminale, e per delega anche i ministeri della Giustizia e degli Esteri, hanno fornito qualche spiegazione proprio pochi giorni fa: “il prefetto di Roma” – scrive il Viminale – “ha precisato che nell’intervallo temporale intercorso tra la notifica all’interessata del decreto di espulsione (29 maggio 2013) e la relativa esecuzione (31 maggio 2013) la signora Shalabayeva non ha mai fornito le sue esatte generalità, continuando a dichiarare di chiamarsi Alma Ayan e di godere dello status diplomatico della Repubblica Centroafricana”, ma il passaporto esibito presentava “evidenti segni di contraffazione ed era privo del necessario visto d’ingresso e del relativo timbro uniforme Schengen apposto dalla polizia di frontiera”.

Il governo dunque insiste: tutto fu fatto regolarmente. Anzi, di più: il ministero accertò che la sedicente Alma Ayan, titolare del passaporto centroafricano, non beneficiava di alcuno status diplomatico consolare in Italia, né fece cenno lei stessa al suo status di rifugiata, né ai poliziotti né ai giudici. Proprio difficile stabilire la solidità dei “fatti”, soprattutto quando un Paese è pieno di risorse naturali e l’altro ne beneficia: ci fu un interesse dell’Eni a far rispedire in patria con quella solerzia la moglie del criminale Ablyazov? Non lo sappiamo, ovviamente. Intanto accontentiamoci di ascoltare le testimonianze dei magistrati romani Pignatone, Albamonte e Rossi convocati nella prossima udienza. Appuntamento il 4 aprile.

1.651
Archiviato inArticoli
TagsAlma Shalabayeva eugenio albamonte giuseppe pignatone Mukhtar Ablyazov nello rossi processo Stefania Limiti Viminale

Articolo precedente

Fine del Grillo parlante?

Articolo successivo

Genova, la cabinovia e il “buon uso” del Pnrr

Stefania Limiti

Seguimi

Articoli correlati

Referendum, la destra conferma le date del 22 e 23 marzo

Decreto “sicurezza”, il governo vuole tappare la bocca al Paese

Sicurezza, la bozza del nuovo testo

Referendum: al via la campagna per il “no”

Dello stesso autore

Referendum, la destra conferma le date del 22 e 23 marzo

Decreto “sicurezza”, il governo vuole tappare la bocca al Paese

Sicurezza, la bozza del nuovo testo

Referendum: al via la campagna per il “no”

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Referendum, il “sì” con il fiato corto (e i “quindici” stappano una bottiglia)
Luca Baiada    10 Febbraio 2026
Stupidità e autoritarismo
Rino Genovese    9 Febbraio 2026
Per Meloni ora l’incognita Vannacci
Paolo Barbieri    5 Febbraio 2026
Ultimi articoli
In Congo la pace di Trump vacilla, gli affari no
Luciano Ardesi    12 Febbraio 2026
Fascisti col vento in poppa nella penisola iberica
Vittorio Bonanni    11 Febbraio 2026
Libia, il giallo dell’assassinio dell’ultimo dei Gheddafi
Guido Ruotolo    10 Febbraio 2026
Referendum, la destra conferma le date del 22 e 23 marzo
Stefania Limiti    9 Febbraio 2026
Sgomberi: assalto del governo agli spazi autogestiti
Marianna Gatta    9 Febbraio 2026
Ultime opinioni
Essere “latino”: Bad Bunny e la spettacolarizzazione dell’identità
Paulina Sabugal Paz    12 Febbraio 2026
Schedatemi pure: elogio di chi ci mette la faccia
Stefania Tirini    4 Febbraio 2026
Breve riflessione sul riformismo
Rino Genovese    2 Febbraio 2026
Quali argomenti per il “no” al referendum?
Giorgio Graffi    23 Gennaio 2026
Ah, vecchie care espulsioni!
Vittorio Bonanni    22 Gennaio 2026
Ultime analisi
Pioggia di soldi per la corsa agli armamenti (2)
Paolo Andruccioli    11 Febbraio 2026
Armatevi e pagate. Ecco come si finanzia la guerra (1)
Paolo Andruccioli    3 Febbraio 2026
Ultime recensioni
Quel Chiapas che non ti aspetti
Agostino Petrillo    6 Febbraio 2026
Gino Strada rivive con la voce di Elio Germano
Katia Ippaso    27 Gennaio 2026
Ultime interviste
Arte e “creatività” nell’era dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2026
“Il nostro Pd è un partito vincente”
Paolo Andruccioli    23 Dicembre 2025
Ultimi forum
È pensabile un programma per la sinistra?
Paolo Andruccioli    8 Ottobre 2025
Forum su movimenti e partiti
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2025
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Elly Schlein Europa Francia Gaza Genova Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA