• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » Libano senza pace

Libano senza pace

In quella che una volta era conosciuta come “la Svizzera del Medio Oriente”, alla decennale instabilità politica si sono aggiunte la pandemia e una disastrosa crisi economica

15 Settembre 2021 Vittorio Bonanni  1037

Dopo un anno e mezzo di tentativi e la fine del governo ad interim presieduto da Hassan Diab, Saad Hariri – figlio dell’ex primo ministro Rafic Hariri, assassinato in un attentato nel 2005 – ha dovuto gettare la spugna e rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Michel Aoun. L’arduo compito di formare il governo è passato, il 10 settembre scorso, al miliardario Najib Mikati, amico della famiglia siriana Assad e già ministro dei Trasporti, il cui esecutivo sarà composto soprattutto di tecnici. Secondo Al Jazeera come ministro dell’Economia è stato scelto l’alto funzionario della Banca centrale del paese, Youssef Khalil, mentre il nuovo ministro della Sanità sarà Firas Abiad, che lavora per l’ospedale universitario, la principale struttura di Beirut destinata a curare i pazienti contagiati dal Covid.

L’Assemblea nazionale, ovvero il parlamento monocamerale del Libano, dovrà poi votare la fiducia al nuovo governo. Intanto ha dovuto fare i conti con lo scontro tra i sunniti di Mikati e quelli di Hariri: tutti protagonisti di una insensata disputa al grido di “il vero sunnita sono io”. Il nuovo premier, però – non troppo paradossalmente, se si tiene conto dei suoi rapporti con Assad, alleato dell’Iran –, avrebbe l’appoggio del movimento sciita filoiraniano Hezbollah che ha chiesto come condizione per il proprio sostegno la fine dell’appoggio governativo al tribunale speciale dell’Onu sull’omicidio Hariri, che si appresterebbe a incriminare proprio alcuni dirigenti del “partito di Dio”.

Il nuovo premier – va ricordato – è stato uno degli obiettivi della thawra, la rivolta del 2019. È un magnate straricco (il che, già di per sé, non è un bel biglietto da visita per chi si accinge a governare un paese povero e disastrato), noto per la sua corruzione, per le sue clientele e una gestione familistica del potere, accusato, dalla procuratrice di Stato Ghada Auon, per arricchimento illegale. Questo quadro disarmante ha come sfondo una crisi economica gravissima in atto già prima della pandemia. Un debito pubblico superiore al 180% del Pil, una recessione che in tre anni ha eroso il 40% del reddito pro-capite, una inflazione al 158%, una crescita ferma a meno 9,5 e la disoccupazione al 40%; mentre la moneta locale è ai minimi storici.

Una delle cause della crisi è l’impossibilità, da parte del governo, di intervenire per calmierare il prezzo dei carburanti, diesel in particolare, con una conseguente diminuzione delle importazioni, effettuate soprattutto attraverso il trasporto su gomma, e quindi con una drastica diminuzione della erogazione di elettricità e frequenti black out. La gravità della situazione, peggiore addirittura di quella verificatasi durante la guerra civile del 1975-1990, si riassume in quanto affermato dalla Banca mondiale, che ha definito il tracollo del paese mediorientale come tra i più gravi di tutti i tempi. Un abitante su due vive al di sotto della soglia di povertà: il costo dei beni di prima necessità è aumentato, da mesi scarseggiano i farmaci più comuni e il latte in polvere, e gli ospedali, considerando anche l’aggravarsi della pandemia, non funzionano. Le agenzie dell’Onu prevedono un imminente stato di malnutrizione generalizzata nella popolazione; e i libanesi e le libanesi hanno chiesto, solo in agosto, 240mila visti per uscire dal paese (stiamo parlando di circa il 5% dell’intera popolazione).

Il Libano ospita inoltre da tempo due milioni di profughi, provenienti in particolare dalla Siria, su una popolazione complessiva di sei milioni di persone. Come se l’Italia ne ospitasse venti milioni. Intervistato da Al Jazeera, Jamil Mouawad, responsabile del progetto Covid-19 e della giustizia sociale nel mondo arabo, afferma che “è stato così per anni, con l’unica differenza che ormai le istituzioni non hanno più coperture e sono incapaci di gestire una crisi che esse stesse hanno contribuito a creare”. Il tracollo del paese si è aggravato quando, nell’agosto dello scorso anno, un deposito di nitrato di ammonio, nel porto di Beirut, è esploso provocando oltre duecento morti, settemila feriti e trecentomila sfollati, con la distruzione dei quartieri vicini. Un evento le cui cause restano tuttora non chiarite.

Come se non bastasse, il 15 agosto scorso, è avvenuto qualcosa di simile, sia pure con conseguenze meno gravi. Un serbatoio illegale di carburante a Tleil, nei pressi della Siria, è esploso uccidendo ventotto persone e ferendone settantanove. Questo ulteriore disastro si è verificato mentre i militari stavano distribuendo ai cittadini parte del carburante sequestrato, appartenuto a un noto uomo d’affari libanese.

A proposito della mancanza di carburanti, Hezbollah ha colto la palla al balzo, approfittando della sua tradizionale intesa con l’Iran. Il “partito di Dio” ha stipulato un accordo che prevede l’arrivo di tre petroliere da Teheran, le quali dovrebbero dapprima attraccare in Siria per poi trasferirsi in Libano. Ma c’è il rischio di un attacco israeliano o di un blocco messo in atto dagli Stati Uniti, perché questa intesa economica violerebbe l’embargo in atto contro Teheran. “Se questo scenario dovesse verificarsi – spiega l’analista politico Karim Merhej – Hezbollah avrebbe in mano la prova che il mondo sta assediando il Libano”.

Proprio per evitare le ritorsioni, e far arrivare carburanti a Tripoli, la seconda città del Libano, gli Stati Uniti hanno proposto di importare gas naturale dall’Egitto, che arriverebbe passando per la Giordania e la Siria. Il coinvolgimento della Siria nel progetto richiederebbe la sospensione delle sanzioni previste contro chiunque intrattenga relazioni economiche con Damasco. Uno scenario, questo, che potrebbe tornare utile al regime di Bashar al-Assad, e che sta a dimostrare come la crisi libanese non possa non impattare con un quadro geopolitico estremamente drammatico e in continua fibrillazione.

Il problema comunque è un altro. In una dichiarazione rilasciata all’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) Karim Merhej sostiene che “il Libano ha bisogno di riforme profonde e di un rinnovamento dell’intera classe dirigente. Il paese è gestito da criminali che lo hanno distrutto e ora abbiamo bisogno di un cambiamento sistematico a tutti i livelli. Un po’ di gas dall’Egitto o qualche petroliera dall’Iran non sono soluzioni sostenibili”.

1.078
Archiviato inArticoli
Tagsal-Assad Iran Karim Merhej Libano Najib Mikati Siria Stati Uniti Vittorio Bonanni

Articolo precedente

Elezioni a Napoli: il caos delle liste di destra

Articolo successivo

Forza militare? Ciò che l’Europa potrebbe essere ma non è

Vittorio Bonanni

Articoli correlati

Cattolici, il moderatismo non serve

Negli Usa ritorna il socialismo?

L’Albania rischia di allontanarsi dall’Unione europea

Anna Foa spiega cos’è l’antisemitismo

Dello stesso autore

Cattolici, il moderatismo non serve

L’Albania rischia di allontanarsi dall’Unione europea

Anna Foa spiega cos’è l’antisemitismo

Ci mancava solo Onorato: l’assemblea di Progetto civico a Roma

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Meloni nel suo brodo
Rino Genovese    15 Luglio 2026
Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra
Giorgio Graffi    13 Luglio 2026
Ordine pubblico e democrazia
Guido Ruotolo    9 Luglio 2026
Ultimi articoli
Cosa si sa delle università telematiche
Paolo Barbieri    21 Luglio 2026
Legge elettorale, Vannacci scompiglia la destra
Stefania Limiti    20 Luglio 2026
Porto di Fiumicino, prima vittoria
Marianna Gatta    20 Luglio 2026
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Agostino Petrillo    16 Luglio 2026
Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito
Marco Santopadre    15 Luglio 2026
Ultime opinioni
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Ultime analisi
La pelle del serpente: tutte le metamorfosi di AfD
Agostino Petrillo    10 Luglio 2026
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Ultime recensioni
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA