Dopo un anno e mezzo di tentativi e la fine del governo ad interim presieduto da Hassan Diab, Saad Hariri – figlio dell’ex primo ministro Rafic Hariri, assassinato in un attentato nel 2005 – ha dovuto gettare la spugna e rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Michel Aoun. L’arduo compito di formare il governo è passato, il 10 settembre scorso, al miliardario Najib Mikati, amico della famiglia siriana Assad e già ministro dei Trasporti, il cui esecutivo sarà composto soprattutto di tecnici. Secondo Al Jazeera come ministro dell’Economia è stato scelto l’alto funzionario della Banca centrale del paese, Youssef Khalil, mentre il nuovo ministro della Sanità sarà Firas Abiad, che lavora per l’ospedale universitario, la principale struttura di Beirut destinata a curare i pazienti contagiati dal Covid.

L’Assemblea nazionale, ovvero il parlamento monocamerale del Libano, dovrà poi votare la fiducia al nuovo governo. Intanto ha dovuto fare i conti con lo scontro tra i sunniti di Mikati e quelli di Hariri: tutti protagonisti di una insensata disputa al grido di “il vero sunnita sono io”. Il nuovo premier, però – non troppo paradossalmente, se si tiene conto dei suoi rapporti con Assad, alleato dell’Iran –, avrebbe l’appoggio del movimento sciita filoiraniano Hezbollah che ha chiesto come condizione per il proprio sostegno la fine dell’appoggio governativo al tribunale speciale dell’Onu sull’omicidio Hariri, che si appresterebbe a incriminare proprio alcuni dirigenti del “partito di Dio”.

Il nuovo premier – va ricordato – è stato uno degli obiettivi della thawra, la rivolta del 2019. È un magnate straricco (il che, già di per sé, non è un bel biglietto da visita per chi si accinge a governare un paese povero e disastrato), noto per la sua corruzione, per le sue clientele e una gestione familistica del potere, accusato, dalla procuratrice di Stato Ghada Auon, per arricchimento illegale. Questo quadro disarmante ha come sfondo una crisi economica gravissima in atto già prima della pandemia. Un debito pubblico superiore al 180% del Pil, una recessione che in tre anni ha eroso il 40% del reddito pro-capite, una inflazione al 158%, una crescita ferma a meno 9,5 e la disoccupazione al 40%; mentre la moneta locale è ai minimi storici.

Una delle cause della crisi è l’impossibilità, da parte del governo, di intervenire per calmierare il prezzo dei carburanti, diesel in particolare, con una conseguente diminuzione delle importazioni, effettuate soprattutto attraverso il trasporto su gomma, e quindi con una drastica diminuzione della erogazione di elettricità e frequenti black out. La gravità della situazione, peggiore addirittura di quella verificatasi durante la guerra civile del 1975-1990, si riassume in quanto affermato dalla Banca mondiale, che ha definito il tracollo del paese mediorientale come tra i più gravi di tutti i tempi. Un abitante su due vive al di sotto della soglia di povertà: il costo dei beni di prima necessità è aumentato, da mesi scarseggiano i farmaci più comuni e il latte in polvere, e gli ospedali, considerando anche l’aggravarsi della pandemia, non funzionano. Le agenzie dell’Onu prevedono un imminente stato di malnutrizione generalizzata nella popolazione; e i libanesi e le libanesi hanno chiesto, solo in agosto, 240mila visti per uscire dal paese (stiamo parlando di circa il 5% dell’intera popolazione).

Il Libano ospita inoltre da tempo due milioni di profughi, provenienti in particolare dalla Siria, su una popolazione complessiva di sei milioni di persone. Come se l’Italia ne ospitasse venti milioni. Intervistato da Al Jazeera, Jamil Mouawad, responsabile del progetto Covid-19 e della giustizia sociale nel mondo arabo, afferma che “è stato così per anni, con l’unica differenza che ormai le istituzioni non hanno più coperture e sono incapaci di gestire una crisi che esse stesse hanno contribuito a creare”. Il tracollo del paese si è aggravato quando, nell’agosto dello scorso anno, un deposito di nitrato di ammonio, nel porto di Beirut, è esploso provocando oltre duecento mortisettemila feriti e trecentomila sfollati, con la distruzione dei quartieri vicini. Un evento le cui cause restano tuttora non chiarite.

Come se non bastasse, il 15 agosto scorso, è avvenuto qualcosa di simile, sia pure con conseguenze meno gravi. Un serbatoio illegale di carburante a Tleil, nei pressi della Siria, è esploso uccidendo ventotto persone e ferendone settantanove. Questo ulteriore disastro si è verificato mentre i militari stavano distribuendo ai cittadini parte del carburante sequestrato, appartenuto a un noto uomo d’affari libanese.

A proposito della mancanza di carburanti, Hezbollah ha colto la palla al balzo, approfittando della sua tradizionale intesa con l’Iran. Il “partito di Dio” ha stipulato un accordo che prevede l’arrivo di tre petroliere da Teheran, le quali dovrebbero dapprima attraccare in Siria per poi trasferirsi in Libano. Ma c’è il rischio di un attacco israeliano o di un blocco messo in atto dagli Stati Uniti, perché questa intesa economica violerebbe l’embargo in atto contro Teheran. “Se questo scenario dovesse verificarsi – spiega l’analista politico Karim Merhej – Hezbollah avrebbe in mano la prova che il mondo sta assediando il Libano”.

Proprio per evitare le ritorsioni, e far arrivare carburanti a Tripoli, la seconda città del Libano, gli Stati Uniti hanno proposto di importare gas naturale dall’Egitto, che arriverebbe passando per la Giordania e la Siria. Il coinvolgimento della Siria nel progetto richiederebbe la sospensione delle sanzioni previste contro chiunque intrattenga relazioni economiche con Damasco. Uno scenario, questo, che potrebbe tornare utile al regime di Bashar al-Assad, e che sta a dimostrare come la crisi libanese non possa non impattare con un quadro geopolitico estremamente drammatico e in continua fibrillazione.

Il problema comunque è un altro. In una dichiarazione rilasciata all’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) Karim Merhej sostiene che “il Libano ha bisogno di riforme profonde e di un rinnovamento dell’intera classe dirigente. Il paese è gestito da criminali che lo hanno distrutto e ora abbiamo bisogno di un cambiamento sistematico a tutti i livelli. Un po’ di gas dall’Egitto o qualche petroliera dall’Iran non sono soluzioni sostenibili”.

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