Von der Leyen, presidente della Commissione europea, sembra convinta che l’Unione debba dotarsi di una sua propria forza militare. Si parla di un piccolo esercito di cinque o seimila addetti, che – a differenza di quanto avviene con l’attuale battaglione dei millecinquecento, composto solo di forze di terra – dovrebbe potere intervenire nei cieli e nei mari, senza trascurare il cyberspazio, ovviamente, sempre più decisivo in qualsiasi scenario di guerra.

Ma è questa una buona proposta? Apparentemente sì, perché qualsiasi passo avanti nel senso di un’integrazione sovranazionale, dentro un processo politico iniziato nel lontano 1957 con i trattati di Roma, è da accogliere come una notizia positiva. Tuttavia, nel merito, le perplessità sono parecchie. Non è chiaro, per dirne una, quali sarebbero i rapporti di questa nuova forza militare con la Nato: se fossero “di sintonia”, come si è letto o sentito dire, l’Europa sarebbe di fatto ancora una volta al rimorchio della ben più consistente “protezione armata” offerta dagli Stati Uniti. Logica vorrebbe, se si procedesse verso una difesa integrata tra i paesi europei, che questa fosse del tutto separata dalla Nato, la cui funzione – è opportuno ricordarlo – si sarebbe esaurita già negli anni Novanta del Novecento, con la fine del mondo sovietico nei cui confronti la Nato avrebbe dovuto funzionare da ombrello protettivo.

C’è poi un altro punto da mettere a fuoco. La spinta verso una possibile forza armata europea (di cui peraltro si discorre da tempo, senza che mai si siano mossi dei passi concreti in questa direzione) è venuta da ciò che è accaduto in Afghanistan con la disordinata fuga degli americani, dopo un’occupazione durata vent’anni. Non sarebbe più giusto cominciare col dire che non soltanto il modo in cui è avvenuta la ritirata, ma l’intera “operazione Afghanistan” – a una riflessione ex post – risulta segnata dall’insensatezza? Che cosa avrebbe potuto l’Europa, pur dotata di una forza autonoma, in uno scenario così compromesso? Se ci si riferisce alle persone da salvare, con i mezzi militari già disponibili attualmente, da parte dei singoli paesi, sarebbe stato possibile fare di più e meglio. Se questi stessi paesi, però, non vogliono farsi carico di consistenti numeri di rifugiati, preferendo offrire denaro per ospitarli nelle regioni limitrofe (com’è accaduto con la Turchia riguardo ai siriani in fuga dalla guerra civile), a che pro una forza capace di pronto intervento per un ponte aereo tra l’Afghanistan e l’Europa?

Infine, un’altra considerazione, probabilmente decisiva. La costruzione europea è un processo in cui la politica è, o dovrebbe essere, al primo posto. Il vecchio e stracitato adagio secondo cui “la guerra è la politica continuata con altri mezzi” (il che era forse vero ai tempi di Napoleone, ma suona piuttosto falso oggi se solo si pensa al “complesso militare-industriale” protagonista delle guerre), di cui la presidente della Commissione di sicuro sarà a conoscenza, imporrebbe di procedere in senso inverso: prima ci si adopera per avere un’unica posizione in materia di geopolitica, dopo si pensa a sostenerla, semmai, con una forza militare integrata. Poiché in realtà l’Europa ha la coscienza divisa tra una retorica intorno ai “diritti umani” e la concreta non volontà di farsi granché carico dei rifugiati (a parte l’encomiabile eccezione della signora Merkel nel 2015, a fronte dei profughi provenienti dalla Siria), si può sostenere che il punto di partenza dovrebbe essere quello della questione delle quote: quante delle persone in fuga dai teatri di guerra, o dalla fame, vanno in questo paese, quante in quell’altro, e così via.

L’Europa nella sua storia recente ha spesso capovolto le priorità. Per esempio, non è che quella della moneta unica fosse una cattiva idea, tutt’altro; soltanto, la sua attuazione doveva essere preceduta, o almeno accompagnata, da un’integrazione sovranazionale a livello delle politiche fiscali e, soprattutto, dalla costituzione di una banca europea prestatrice in ultima istanza. È la tendenza verso una “sovranità condivisa” (per citare le parole di Mattarella) che va messa al primo posto. Se il metodo da seguire è quello dell’integrazione politica, si inizi a ragionare anzitutto sulle forme della politica. Anche a voler affrontare il tema militare, si cominci col dire cos’è, o cosa potrebbe essere, un’Europa di pace su una scena internazionale che vede il progressivo declino americano, l’emergere di una nuova grande potenza mondiale come la Cina, e i piccoli Stati europei sballottati tra i marosi e privi di bussola.

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