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C’era una volta l’antimafia

17 Giugno 2021 Guido Ruotolo  2077

C’era una volta l’antimafia, che si nutriva di rivolta civile – ricordate le lenzuola bianche stese sui davanzali di Palermo, all’indomani delle stragi Falcone e Borsellino? – che dava linfa al lavoro delle forze di polizia e della magistratura. Che produceva mutamenti profondi nella società, soprattutto quella meridionale.

Era minoritaria, all’inizio, l’antimafia. Peppino Impastato fu ucciso a Cinisi nel 1978, in una tragica solitudine. Riaprendo così quella catena di sangue di sindacalisti e militanti di sinistra che la mafia aveva ammazzato da Portella delle Ginestre in poi. E anche poliziotti e carabinieri, magistrati e giornalisti, furono uccisi dalla mafia perché estranei a una società sonnolenta che non vedeva la convivenza tra pezzi delle istituzioni, mafia, classi dirigenti e massonerie varie. E dunque rappresentavano un pericolo per questo sistema.

Nell’arco di un decennio i corleonesi tentarono due golpe cruenti. Il primo, a partire dal 1980, all’interno di Cosa nostra. I “viddani” di Totò Riina fecero fuori i palermitani lasciando sul campo centinaia di morti ammazzati. Il secondo, a partire dal 1991, un golpe contro lo Stato, per contrattare le nuove regole della coabitazione.

Ma fallirono i corleonesi. E dopo le stragi del 1993 e 1994, Cosa nostra si inabissò, tramortita, con morti e pentiti e i gruppi dirigenti in carcere. Mentre lo Stato, a partire dagli anni Ottanta creò una nuova legislazione antimafia e nuove strutture investigative che si rilevarono efficaci. La legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni, la legge sui collaboratori di giustizia, il 41 bis, e poi nacquero le procure antimafia e la Direzione nazionale antimafia, e la Dia. E la legge sullo scioglimento dei consigli comunali e delle Asl infiltrati dalla mafia.

Quante vittime innocenti sono state seppellite nella Sicilia di quegli anni? Magistrati come Livatino e Ciaccio Montalto tra Agrigento e Trapani, e poi Rocco Chinnici e Falcone e Borsellino. E poliziotti e carabinieri, e anche politici che non volevano piegarsi alla dittatura mafiosa, da Pio La Torre a Piersanti Mattarella.

La resistenza dei militanti di quell’antimafia sociale che non ha mai smesso di fare testimonianza ha poi prodotto una nuova primavera, quella della rivolta civile e del riscatto dello Stato. In questo Olimpo dei martiri e dei testimoni sicuramente c’è anche posto per Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia perché non volle piegarsi al pizzo. E dal suo esempio nacque poi il movimento antiracket dei commercianti di Tano Grasso, a Capo d’Orlando, e via via in tutta la Sicilia. I commercianti denunciavano, venivano protetti dallo Stato, gli estorsori condannati dai giudici.

Lungimirante fu don Luigi Ciotti che nel marzo del 1995 diede vita a Libera, l’associazione delle associazioni antimafia che nel frattempo erano nate in Sicilia e nel resto del Paese. Una scelta politica per mettere in sicurezza un patrimonio di idee e di iniziative sul territorio.

Dopo un quarto di secolo e poco più, tutto questo non c’è più. O quasi. L’antimafia è appassita e avvelenata. Sono residuali anche le esperienze più importanti sul territorio. Naturalmente l’antimafia istituzionale della Dia, Dna, delle procure distrettuali, di investigatori – e sostanzialmente l’impalcatura della legislazione antimafia – tutto questo c’è ancora, per fortuna. Solo che investigatori e magistrati si trovano ad operare in un mondo che guarda all’indietro.

È una contraddizione, una sensazione sgradevole. Le nuove generazioni si stanno formando con il dubbio che le stragi del ’92 e del ’93 siano opera di servizi segreti e poliziotti infedeli. Sembra un paradosso che la mafia sia scomparsa dal lessico di professionisti e divi dell’antimafia, che sulla mafia hanno fatto carriera. La trattativa, l’agenda rossa di Borsellino, il ruolo dei servizi segreti, l’esistenza di investigatori infedeli tutto questo ha fatto rimuovere la presenza se non la stessa esistenza di Cosa nostra.

Sono oltre venticinque anni che si parla della presenza di 007 nelle stragi dei due magistrati senza che i titolari delle indagini abbiano mai esplicitato questa pista investigativa. Sono oltre quindici anni che la procura di Palermo indaga sulla trattativa tra mafia e pezzi delle istituzioni anche se il reato di trattativa non esiste e il processo d’appello, dopo le condanne di primo grado, potrebbe riservare delle sorprese.

Si guarda indietro, dunque, come se la partita fosse una resa dei conti di protagonisti del secolo scorso. Ma oggi, sì proprio oggi, che percezione abbiamo della mafia? Gli analisti più accorti avvertono che la Cosa nostra che avevamo conosciuto nel secolo scorso ha cambiato pelle. La struttura organizzativa non c’è più, la mafia è diventata liquida, ha esplorato e occupato nuove attività economiche, dal gioco online all’energia alternativa. Altro discorso riguarda la ’ndrangheta, che sempre di più occupa territori inesplorati al Nord, e la camorra che a Napoli è tornata a sparare.

Sono intuizioni. Nulla sappiamo dell’ultimo dei corleonesi, quella primula nera che dal ’93 si è volatilizzato: Matteo Messina Denaro. Dei vecchi capi della mafia stragista parla solo Giuseppe Graviano, il capo della famiglia di Brancaccio che ha gestito in prima persona le stragi di Paolo Borsellino e quelle sul continente, nel 1993. Lui era l’anello di congiunzione con l’imprenditoria e la politica del Nord. E oggi, il processo contro la ’ndrangheta stragista ha visto Graviano protagonista, pur non essendo un pentito da imputato gli è stato concesso di lanciare messaggi oscuri.

L’antimafia appassita e avvelenata continua a percorrere la strada dell’inquinamento dei servizi nella stagione stragista della mafia. Guardano al passato dai vetri corazzati delle loro blindate. Come se la guerra non fosse mai finita. Sono venticinque anni che non si spara. Ma loro non se ne sono accorti.

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