Finanche la procura di Milano è stata raggiunta da schizzi di fango. Prima, con la vicenda del pm Storari che aveva consegnato a Piercamillo Davigo (storica toga del pool Mani pulite, componente del Csm, oggi pensionato) verbali coperti dal segreto investigativo dell’avvocato faccendiere Amara, i quali raccontavano l’esistenza di una tela massonica che avvolgeva centri di potere non risparmiando magistrati, uomini delle istituzioni, politici. Adesso un procuratore aggiunto, Fabio De Pasquale, e il pm Spadaro, risultano indagati dalla procura di Brescia, perché nel processo sulle tangenti Eni-Nigeria nascosero delle prove utili alla difesa degli imputati.

Fango che si aggiunge ad altro fango. Che anno, il 2021! È da tanto, è vero, che la fiducia dei cittadini verso la magistratura si sta inesorabilmente riducendo. È un processo lento. Ma oggi c’è un ulteriore smottamento e si sta aprendo una voragine. Siamo al Termidoro. Dopo la rivoluzione di Mani pulite, dopo la magica stagione di ragazzi e ragazze motivati a intraprendere la carriera di magistrati dopo le stragi Falcone e Borsellino, siamo di nuovo a una magistratura opaca, con l’aggravante che assistiamo anche a una faida tra gruppi di potere interni alle toghe.

La vicenda Palamara, di cui “terzogiornale” si è già occupato, è un drammatico esempio di questa crisi. E mostra l’urgenza di una riforma della giustizia e dello stesso Csm, ultimo baluardo del manuale Cencelli della prima Repubblica. Il Consiglio superiore della magistratura oggi è diventato la sede di normalizzazione delle toghe.

C’è un brutto clima. È innegabile. E non solo perché appare scomposta l’amministrazione della giustizia. La vicenda della sindaca di Crema finita sotto inchiesta perché una bimba di un asilo si è schiacciata la mano in una porta, è la conferma di una magistratura alla deriva, senza timone. È sempre stata una ipocrisia sostenere che l’azione penale è obbligatoria. E la vicenda di Crema purtroppo lo conferma.

Altri fantasmi affollano oggi il palcoscenico della magistratura. Era l’11 gennaio del 1972 e il direttore del “manifesto”, Luigi Pintor, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, scrisse un indimenticabile editoriale sull’irriformabilità della casta dei magistrati: “Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano neppure gli alti prelati”.

Fece scandalo Pintor. Negli anni a seguire, abbiamo conosciuto i pretori d’assalto, impegnati contro le nefandezze e le devastazioni del territorio, contro gli scandali del petrolio. È nata anche una feconda rivoluzione dell’associazionismo che si interrogava sugli strumenti di garanzia dei diritti dei cittadini. E poi i magistrati in prima linea contro il terrorismo e la mafia (e altissimo è stato il tributo di sangue che le toghe hanno dovuto pagare).

Anche i magistrati hanno conosciuto una stagione di riforme, ma, a partire dal 1992, sono stati protagonisti di un conflitto con la politica. In gioco l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Diciamo che si è giocata una partita truccata, in questi anni. E la magistratura e una buona parte dell’opinione pubblica sono riusciti ad arginare l’offensiva restauratrice che aveva come suo ultimo obiettivo l’impunità del potere.

Oggi lo scenario sta cambiando radicalmente. Sono in crisi i poteri forti, la politica, il mondo dell’informazione. E anche la magistratura è tornata a essere un luogo di giochi di potere. È difficile immaginare che riesca a creare una linea Maginot in difesa della sua autonomia e indipendenza.

Ma i referendum promossi dalla Lega e dai radicali sono un tentativo di dare una spallata a quella Costituzione nata dalla Resistenza. Il loro obiettivo è quello di piegare il pm al potere politico, come già sostenuto da “terzogiornale” qui.

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