Tra le tante cose che abbiamo scoperto con la pandemia c’è quella che il regionalismo esasperato ha prodotto danni nel rapporto tra Stato e realtà territoriali. Illuminante è apparso lo spettacolo della Conferenza delle Regioni schierata – senza distinzioni tra centrodestra e centrosinistra – contro il governo sulle recenti modalità di riapertura delle attività economiche. E ancora prima ha fatto scandalo l’arbitrio con cui le Regioni hanno deciso, ognuna per conto suo, le modalità delle vaccinazioni. Alcune privilegiando “categorie” sociali e altre solo classi d’età.

Dov’è l’origine di tutto questo? La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 si è rivelata una leggerezza del governo di centrosinistra, guidato in quel periodo da Giuliano Amato. Quella riforma, affrettata e varata sul finire di una legislatura, ha regolato in modo non convincente il rapporto tra Stato centrale e autonomie locali. Le nuove norme hanno generato un sistema ambiguo di competenze creando frammentazione tra sistemi legislativi regionali, dando inoltre la stura a iniziative assai discutibili (come per esempio la creazione di “ambasciate regionali”). In sintesi: le Regioni hanno ricevuto nel 2001 molta autonomia, ma con il tempo si sono creati conflitti di competenza e sprechi di risorse. Tipico è il caso della sanità evidenziato proprio dalla pandemia nella sua crudezza: ogni realtà regionale ha pensato a sé dandosi proprie regole. Altro caso esemplare è quello delle Province, su cui l’elettore non si esprime più con un libero voto. Tuttavia non sono state abolite. Sono state sostituite da organi intercomunali (“città metropolitane”) con poteri sull’edilizia scolastica e finanche sull’asfalto delle strade statali.

Sull’onda del fenomeno leghista negli anni Ottanta e dell’idea di una possibile riforma confederale dello Stato, la sinistra ha finito così per rincorrere la spinta autonomista del Carroccio nel tentativo di evitare pericolosi fenomeni di secessione. Oggi, però, è tempo di consuntivi. In Italia l’armonia di uno Stato confederale andava misurata con accortezza, perché siamo il Paese delle storiche divisioni tra nord e sud, dei cento Comuni e dialetti, di un’unità nazionale che ha solo centocinquant’anni di storia. Aver minato quell’unità non si è rivelato un bene.

Le cose stanno talmente così che in molti invocano come àncora di salvezza un ritorno al centralismo istituzionale. Capita perciò di leggere ogni tanto dichiarazioni di nostalgia per la concezione dello Stato di Napoleone Bonaparte, che nella sua epoca rivoluzionò l’organizzazione statuale con un centralismo implacabile, un potere politico forte e non di breve durata (l’invenzione, tra l’altro, della figura dei “prefetti”). Ma Napoleone non serve, serve piuttosto un ripensamento critico.

Il nodo politico di come si esce dal ginepraio della riforma del Titolo V non è tuttavia facilmente risolvibile. Non si può tornare indietro, come se nulla sia avvenuto. Resta un rebus come si possa intervenire rimodulando poteri e gestione dei servizi da parte di Stato e Regioni. Lo spiraglio può aprirsi solo in una dimensione europea, se crescerà la capacità di legiferare – a livello continentale – su politiche sociali e poteri di sovranità. Il sentiero è stretto e riguarda pure la Spagna, la Germania, qualche altro Paese dove il tema Stato-realtà regionali è altrettanto bruciante (il separatismo catalano, ecc.). Il recovery plan andrebbe perciò valutato potenzialmente come un pezzo di riforme necessarie, anche istituzionali, in direzione di una Europa più politica: questa sì confederale, con direttive e poteri comuni.

L’autocritica a sinistra – di cui c’è bisogno – non deve coinvolgere però in toto la politica del decentramento dei poteri e la loro diffusione a livello regionale (il regionalismo come ispirazione della Costituzione fin dal 1946 è stato voluto dalla sinistra insieme alla realizzazione delle Regioni a partire dalle elezioni del 1970). Pietro Ingrao e il Centro Riforma dello Stato hanno a lungo lavorato sull’organizzazione democratica degli enti locali in nome dell’idea di una democrazia diffusa. Il problema sul tappeto resta quello che la riforma del Titolo V, invece di armonizzare i rapporti tra “centro” e territori, ne ha accentuato le contraddizioni.

Un’occasione per cambiare si è avuta nel dicembre 2016, con il referendum costituzionale promosso dal governo guidato da Matteo Renzi. In quella scadenza, la vis polemica dello scontro frontale tra promotori referendari e oppositori oscurò uno dei punti positivi del referendum: la riscrittura dell’articolo costituzionale che regolamenta i rapporti tra Stato e Regioni. Sarebbe stata cancellata, se il referendum avesse vinto, la legislazione “concorrente” e venivano individuati, con precisione, i rispettivi ambiti di competenza legislativa. Per la sanità, in particolare, si stabiliva che solo allo Stato dovesse spettare la competenza legislativa.

La storia non si fa con i “se”. Renzi sbagliò a fare di quel referendum una questione di vita o di morte politica (la sua personale). La gestione del confronto di merito risultò fallimentare (non tutto di quel referendum era da buttare: trasformazione del Senato e abolizione del Cnel, per esempio). La pandemia in corso ci lascia quindi nuovamente il quesito su come intervenire per correggere istituzionalmente il disastroso e molto costoso circuito Stato-Regioni, con il sottogoverno conseguente dove la politica lottizza e moltiplica i tentacoli di partiti esangui.

Per ora, molti malumori e nessuna iniziativa. Solo l’Europa ci può salvare? Quale?