Per quanto possa sembrare incredibile, nel mese di marzo 2021 non è del tutto insensato chiedersi cos’è, com’è fatto e dove va il Movimento 5 stelle. Eppure sono passati più di tredici anni dall’atto di nascita simbolico, il V-Day dell’8 settembre 2007, più di undici dall’atto di nascita ufficiale, il 4 ottobre 2009 e otto anni dall’arrivo in parlamento. La sua originale forma-partito-non partito è giunta al collasso definitivo: per la prima volta ha dovuto fare i conti con una vera mini-scissione (anche se innescata dalle espulsioni) che ha dato vita a una componente parlamentare che si chiama “L’Alternativa c’è” e ambisce ad avere i numeri per diventare gruppo sia al Senato che alla Camera; ed è a un passo dall’addio alla piattaforma Rousseau o da un suo drammatico ridimensionamento. Quello che avrebbe dovuto essere lo scheletro della “democrazia digitale” ora al più potrà essere un fornitore di servizi: per il M5S, se si troverà un compromesso fra Davide Casaleggio e i maggiorenti “romani” del Movimento; per altri partiti in Italia o all’estero se la rottura diventerà definitiva.

Lo stato di salute

Un po’ di numeri, a partire dagli eletti: 222 deputati, compresa una eletta all’estero, e 112 senatori nel 2018 a inizio legislatura, 165 deputati e 75 senatori solo tre anni dopo; a Bruxelles 14 europarlamentari eletti nel 2019, 9 oggi. Poi gli iscritti: ufficialmente sfiorano i 190mila ma sono in parte “inattivi”, per cui nella controversa votazione on line sul governo Draghi (contestata per via del quesito considerato “tendenzioso” da una parte della base e dei parlamentari) hanno partecipato in 74.537 su 119.544 effettivi aventi diritto all’11 febbraio 2021. Un terzo di iscritti ormai “in sonno”, un quarto dei deputati, un terzo dei senatori, più di un terzo degli europarlamentari persi per strada. Il punto di partenza erano le percentuali elettorali delle ultime europee (17,1) e delle politiche del 4 marzo 2018: 32,7 alla Camera, 32,2 al Senato, con conseguente boom anche nei collegi uninominali. Più volatili ma comunque indicativi i numeri dei sondaggi: all’11 marzo scorso il M5S è stimato al 16,2 per cento dalla super-media pubblicata su YouTrend, ma tutte le rilevazioni ipotizzano un balzo in avanti di questa cifra, anche oltre il 20 per cento, quando si concretizzerà il rilancio affidato a Conte, tuttora popolare in vasti settori dell’elettorato.

L’ultima svolta

Come soggetto politico resta uno dei protagonisti dello scenario attuale ma per sopravvivere all’ultimo terremoto, l’inversione a U con il sì al governissimo di Mario Draghi, il M5S è tornato bruscamente alle origini: decide Beppe Grillo e chi ci sta ci sta. Riemerso ancora una volta dal suo ruolo di “garante” e ispiratore silente, il fondatore ha anche affidato all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte il compito di riprogettare la sua creatura politica e di assumerne la leadership nella nuova stagione. Di fatto, ha cancellato con un personale colpo di spugna gli “Stati Generali”, il mini-congresso on line celebrato a fine 2020 e ratificato dagli iscritti col voto sullo statuto a febbraio 2021: sedi territoriali, dirigenti regionali e un Comitato direttivo con cinque componenti che avrebbe dovuto superare la figura del “capo politico”. Carica ricoperta prima da Grillo, poi da Luigi Di Maio e infine da Vito Crimi come reggente; e che invece a breve tornerà, magari con un’altra definizione coniata apposta per Conte. Altro compito del nuovo direttivo avrebbe dovuto essere quello di fare sintesi fra le diverse aree: ma la principale minoranza interna, che faceva capo all’ex deputato Alessandro Di Battista, oggi di fatto è tutta o quasi fuori dal Movimento. Un problema in meno per Conte. La spinta per una soluzione di governo qualunque essa fosse, fortissima nei gruppi parlamentari nei mesi della crisi del Conte 2, ha reso più agevole il compito di Grillo. E la scelta tattica potrebbe anche rivelarsi azzeccata, a patto che il Draghi del 2021 si dimostri più sensibile alla svolta neokeynesiana dell’amministrazione Biden che alle tradizionali sirene dell’austerità europea. Ma non sarà sufficiente a dare un’identità politica alla sua creatura. Benché annunciata nella campagna elettorale del 2018, infatti, la svolta governista pone il M5S di fronte alla necessità di reinventare del tutto il suo messaggio. Anche perché è stata seguita dalla disponibilità a mettere da parte ogni pregiudiziale contro tutti i partiti e i leader avversari, da Matteo Salvini al Pd fino a Silvio Berlusconi e allo stesso Draghi.

Dallo “psiconano” al MiTE

Nello studio di Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini “Five stars and a cricket. Beppe Grillo shakes italian politics”, che risale al 2013, un ampio spazio è dedicato al linguaggio scelto dal comico genovese per aggregare una comunità politica. Caricature degli esponenti politici più in vista: Prodi “Valium”, Berlusconi “psiconano”, Monti “rigor Montis”, la “casta” politica e quella giornalistica (peraltro, ironia della sorte, responsabile dell’assist antipolitico, con il grande successo del libro di Rizzo e Stella e di qualche volenteroso imitatore) come indistinto nemico; ma soprattutto grande enfasi sul “noi” contro “loro”. “Il leader – si legge nello studio citato – lo sottolinea ogni volta che corrono i ‘suoi’ candidati per le elezioni: la somiglianza tra la piazza e il MoVimento è presentata esplicitamente come alternativa alla distanza tra cittadini e politica: ‘Sono tutte persone come te. Sono il tuo specchio, la democrazia rovesciata’”. Il simbolo di questo racconto del M5S come il partito dei cittadini contro quello dei palazzi era uno slogan: “Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure”.

Certo, il M5S di governo qualche risultato lo ha portato a casa: il reddito di cittadinanza, pur non avendo “abolito la povertà” come voleva l’infantile slogan lanciato al tempo della sua approvazione, secondo Eurostat ha contribuito a ridurre l’area a rischio esclusione sociale già nel 2019, anno della sua introduzione. Il cosiddetto decreto dignità ha messo timidamente in discussione le nuove forme di sfruttamento selvaggio dell’era digitale. La riforma della prescrizione è in vigore (almeno per ora). E la discutibile sforbiciata costituzionale al numero dei deputati e dei senatori è un’altra bandiera da sventolare. Tuttavia, nel messaggio politico eclettico col quale si è affermato negli anni Dieci del nuovo secolo il Movimento pescando fra gli elettori delusi o disgustati – di centro, di destra e di sinistra –, un punto di forza è stato certamente il rifiuto dell’austerità europea. La promessa “nessuno deve rimanere indietro”, in qualche fase declinata come aperto rifiuto dell’Unione europea e dei suoi trattati, parlava ai ceti popolari impoveriti e ai ceti medi spaventati dalla radicalizzazione delle disuguaglianze. Un messaggio al contempo di speranza e di mobilitazione che Di Maio si propone di sostituire, come ha spiegato a “La Repubblica”, con l’idea che “i 5 stelle mantengono i propri valori ma scelgono di essere finalmente e completamente una forza moderata, liberale, attenta alle imprese, ai diritti, e che incentra la sua missione sull’ecologia”. O magari con il fascino, comprensibile solo a Grillo, del “nuovo” ministero della Transizione ecologica e del suo acronimo (MiTE).

Il visionario tweet del fondatore del Movimento che ha scritto “Transizione politica. Differenti sì ma con lo stesso futuro” mettendo insieme i simboli di tutti i principali partiti, ridisegnati però con l’aggiunta della data 2050 è un messaggio talmente opposto a quello storico del “noi contro loro” che richiederà ben più della fantasia di Grillo per assumere la dignità di programma politico. È lecito dubitare che perfino il flessibile Conte, passato dal patto con la Lega all’alleanza con il Pd, sostenitore di un “populismo dolce” e di un europeismo critico verso le vecchie ricette austeritarie, possa arrivare a proporre agli elettori questo profetico abbraccio universale che include i vari Salvini, Renzi e Berlusconi.

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