Socialismo è parola otto-novecentesca affermatasi nel corso di intense lotte intorno alla “questione sociale”: è un termine che ha indicato la volontà di riscatto di larghe masse lavoratrici dallo sfruttamento e dall’oppressione.

Perché riprenderlo, cercando di rilanciarlo in maniera non storico-museale in un ventunesimo secolo nel quale esso è da tempo scomparso dal lessico politico, almeno in Italia, in assenza di partiti che per un riferimento anche soltanto ideale vi si richiamino nella loro denominazione (a parte un infimo residuo postcraxiano)?

La risposta è abbastanza semplice: perché i tratti fondamentali della questione sociale contemporanea, pur tra mille mutamenti non secondari, sono gli stessi del secolo scorso.

Ci sono ancora gli oppressi – che spesso neppure sanno di esserlo, inchiodati come sono alla loro “servitù volontaria” –, ci sono i poveri, i diseredati costretti a emigrare a causa delle guerre e della miseria, i giovani che per pochi spiccioli fanno lavoretti precari correndo di qua e di là, i lavoratori condannati alla disoccupazione a cinquant’anni, i pensionati resi spesso unico sostegno delle loro famiglie, le operaie remunerate meno dei loro colleghi maschi: tutto ciò in una situazione in cui i cosiddetti ammortizzatori sociali sono diventati un bene sempre più scarso, mentre i finanzieri, i manager, gli imprenditori delle attività economiche emergenti, diventano sempre più ricchi. Era così prima dell’odierna pandemia, soprattutto a seguito della crisi iniziata nel 2008, e sarà così dopo la pandemia se non si fa qualcosa, se non ci si dà da fare per rielaborare una cultura socialista traducendola in senso comune diffuso.

Con questa ambizione abbiamo dato vita negli anni scorsi alla Fondazione per la critica sociale e diamo vita oggi, insieme con alcuni amici e compagni giornalisti, a questo giornale “terzo”: a un piccolo organo indipendente di orientamento politico, di formazione più che d’informazione, che ha intenzione di puntare sulla qualità più che sulla quantità dei suoi interventi.

Il socialismo a cui ci riferiamo è quello che si potrebbe chiamare delle riforme di struttura, liquidate pochi giorni fa da Massimo D’Alema in un’intervista rilasciata a Ezio Mauro come qualcosa che non si è mai capito bene che cosa fosse, perché semplici riforme come tutte le altre.

Invece no: le riforme di struttura tematizzate dai partiti della sinistra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, non intendevano limitarsi ad aggiustare qualcosa del sistema capitalistico, a razionalizzarlo per renderlo più efficiente; si proponevano piuttosto di modificare i rapporti di potere nella società a favore del movimento operaio, prefigurando al tempo stesso un’uscita dal modo capitalistico di produzione e di consumo. Spingere sulla motorizzazione privata, per esempio, costruire autostrade lasciando indietro l’ammodernamento della rete ferroviaria e l’incremento del trasporto collettivo – come fu fatto in Italia negli anni di un tumultuoso sviluppo economico, scelta della quale paghiamo tuttora il prezzo –, non fu per nulla qualcosa che andava nel senso delle riforme di struttura; lo fu, al contrario, la decisione, fortemente sostenuta dal socialista Riccardo Lombardi, di una nazionalizzazione dell’energia elettrica, pressoché revocata negli scorsi decenni in omaggio alla moda neoliberista delle privatizzazioni.

Ecco, se c’è qualcosa che proprio non ha a che fare con il socialismo sono privatizzazioni come quella della rete autostradale italiana, volute dai governi di centrosinistra una ventina d’anni fa, al tempo in cui Blair e la cosiddetta “terza via” erano in auge a sinistra.

Ciò non vuol dire, anche se lo si è ritenuto a lungo nel Novecento, che nazionalizzazioni e statalizzazioni siano le chiavi uniche e privilegiate per un progresso in senso socialista. I socialismi novecenteschi – sia socialdemocratico sia comunista – hanno troppo spesso messo in secondo piano il momento dell’autogestione e dell’autogoverno, dimenticando che l’essenza del socialismo consiste nell’allargamento e nella diffusione della democrazia in maniera orizzontale, nel rendere cioè protagonisti della vita sociale e politica – anche nel senso di un graduale superamento della distinzione tra dirigenti e diretti, governanti e governati – gli stessi lavoratori e le stesse lavoratrici: oggi, si potrebbe aggiungere, gli stessi precari e le stesse precarie, persone che, staccate dai tradizionali contesti di lotta economica o sindacale, dovrebbero a maggior ragione trovare la strada dell’autorganizzazione.

La nostra non è più l’epoca della “centralità della fabbrica” che permetteva all’interno di un ambiente di lavoro omogeneo lo sviluppo di una coscienza di classe, la quale si poteva poi credere di rappresentare politicamente mediante una strategia statalistica di riforma sociale.

Al tempo nostro si deve intendere per socialismo una costruzione sempre in fieri, un work in progress, basato su tre pilastri: a) un momento pubblico-statale; b) una sfera dei “beni comuni” autogestiti; c) un privato sociale del “terzo settore”. Queste tre forme di organizzazione economica sfuggono tutte alla logica tipicamente e massicciamente invasiva del capitalismo neoliberista, cioè alla logica del mercato. Ed è su queste tre insieme che bisognerebbe far leva per un cambiamento.

In quest’ottica, il nostro giornale metterà in agenda tre punti per così dire programmatici. Il primo è quello di una patrimoniale sui capitali finanziari, da intendere come una mossa verso una maggiore integrazione europea nell’ambito delle politiche fiscali.

Non è più ammissibile, specialmente nello sforzo indispensabile per lasciarsi alle spalle l’attuale frangente causato dalla pandemia, che gli Stati europei procedano in ordine sparso riguardo a questo aspetto fondamentale della vita economica e sociale.

Una tassa di tipo progressivo sui patrimoni non è soltanto uno strumento di ridistribuzione del reddito; essa è resa necessaria da una situazione in cui gli Stati si sono ulteriormente indebitati per far fronte all’emergenza sanitaria, e ha al tempo stesso un alto valore simbolico: è il segnale ormai non più rimandabile di una cessione di sovranità da parte degli Stati a favore di un’Unione europea che abbandoni per sempre qualsiasi tentazione di un ritorno alle politiche di austerità.

Il secondo punto consiste nella ripresa della proposta di una riduzione dell’orario di lavoro, essenziale per far fronte alla disoccupazione di massa che di sicuro sarà dinanzi a noi come un incubo quando scadrà l’attuale impedimento ai licenziamenti.

Lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”, a parità di salario, sarà una bussola sulla quale orientarsi per una ripresa economica che non moltiplichi, anzi riduca, le diseguaglianze che c’erano già prima della pandemia.

Il terzo punto, forse ancor più importante dei precedenti, è che si arrivi finalmente a una carta dei diritti del lavoro precario a livello nazionale e, in prospettiva, a livello europeo. Intorno a questo obiettivo i sindacati dovrebbero mobilitarsi.

Come negli anni Sessanta si strappò uno statuto dei lavoratori (per quanto ridotto oggi nella sua portata), allo stesso modo si dovrebbe mettere in campo un insieme di competenze, giuridiche ed economiche, unite a una spinta di massa, per giungere a una legislazione che liberi i precari e le precarie dalle offese e dai ricatti più miserabili da parte dei loro “datori di lavoro”, come li si chiama con un eufemismo.

È palese che tutto ciò andrà inserito nel programma di una più ampia riconversione ecologica, a cui sembrerebbe che oggi infine l’Unione europea sia pronta. Il socialismo possibile non è più quello dell’industrialismo e sviluppismo del passato.

Le risorse del pianeta a rischio di esaurimento, gli ormai evidenti mutamenti climatici – soprattutto, per quanto riguarda il nostro paese, il dissesto idrogeologico e l’inquinamento dell’aria in vaste regioni, cosa, quest’ultima, che ha molto probabilmente influito sul tasso di mortalità nell’attuale pandemia – impongono un radicale cambio di passo nei rapporti con l’ambiente naturale di cui siamo parte.

Nessuna liberazione degli esseri umani dal bisogno potrebbe oggi prendere la strada di un ulteriore incremento dei consumi privati: piuttosto è un modello equilibrato di sviluppo, nella progressiva riduzione delle diseguaglianze e in un diverso rapporto con l’ambiente, ciò a cui puntare.