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Il Pd e gli altri

È pressoché una non notizia quella del prossimo rientro del gruppo denominato Articolo uno nella casa madre del Partito democratico. Il distacco da un Pd “renzizzato” era infatti avvenuto, perfino tardivamente, nel 2017; ma da quando Renzi si è fatto il suo partitino, non c’è più alcuna ragione, per gli ex dissidenti, di collocarsi in un contenitore diverso dal Pd. E apparirebbe anche piuttosto pretenzioso mirare a una generale rifondazione programmatica di un partito molto più grosso da parte di una formazione attualmente accreditata al 2%. Dunque, un puro e semplice ritorno all’ovile è nelle cose. E a volerlo presentare come il progetto di una “sinistra grande”, Roberto Speranza, rieletto pochi giorni fa alla guida del gruppo, dovrebbe preliminarmente fare un esame di coscienza intorno ai limiti di un’esperienza.

Che cosa non ha funzionato nell’alleanza politico-elettorale che, sotto il nome di Liberi e uguali, nel 2018, raccolse poco più del 3% dei voti? Forse il fatto di essere soltanto un accordo tra apparati, tutti ex qualcosa. Oltre ad Articolo uno, c’erano Sinistra italiana (mai nome fu più inadeguato alla cosa) – cioè una derivazione di Sel (Sinistra, ecologia e libertà), orfana di Vendola, che ha fatto un’altra scelta di vita – e Possibile, a sua volta un frammento staccatosi dal Pd. È probabilmente questa logica dell’assemblaggio che ha dimostrato di essere perdente. (In verità, non da ora, ma fin dagli anni Settanta del Novecento, quando a lungo si cercò di comporre in un mosaico alcune delle piccole forze sparse a sinistra del Pci, senza mai riuscire a concludere granché).

Il ritorno del “generale virus”

Non ci siamo proprio: “riaprire l’economia”, come ha dichiarato il presidente del Consiglio Draghi, – in fondo per ricevere un po’ più di turisti a Pasqua –, è una scempiaggine bella e buona, che ci costerà più caro delle residue restrizioni che stiamo per togliere. È in atto una nuova ondata pandemica, dalla Cina all’Europa (in Germania trecentomila contagi al giorno, ottantamila in Italia); ed è sconfortante dover constatare come sia risultata vincente, alla fine, la linea di darwinismo sociale di Boris Johnson. Contro di essa, a quanto pare, nulla può il pur prudentissimo ministro della Salute, Roberto Speranza. È il difetto di fondo di una compagine governativa con la destra al suo interno, diretta da un campione dell’economia come Draghi. Gli affari sono affari; i contagi e le morti contano fino a un certo punto, l’importante è che gli ammalati non intasino il sistema sanitario.

Si può osservare oggi, al tempo stesso, come fosse fuorviante il paragone, stabilito da alcuni, tra il contrasto al virus e una guerra. Ora che in Europa abbiamo e la pandemia e la guerra, possiamo vedere bene in cosa consista la differenza: un missile, una bomba ti uccidono di sorpresa, nei confronti del diffondersi dei contagi, invece, si può mettere in campo una serie di misure preventive – dal confinamento alla campagna vaccinale, passando per l’uso dei dispositivi di protezione – che costituiscono una difesa. Contro la guerra non c’è che altra guerra – o la ricerca di una via diplomatica, che però, stando a quanto al momento si può vedere, in mancanza di un “cessate il fuoco”, non è affatto un’alternativa ma solo un’opzione subordinata alle distruzioni e alle stragi. La politica come continuazione della guerra, dunque. Una regressione all’epoca in cui il diritto internazionale era carta straccia: c’è un che di ottocentesco nel modo in cui la Russia di Putin concepisce i rapporti internazionali. Con la differenza che, nell’Ottocento, non c’erano i bombardamenti sui civili.

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