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Israele e Gaza, una narrazione coloniale

Si susseguono drammatiche le notizie, in queste ore, dalla Palestina occupata, dopo lo sgombero di alcune famiglie ad opera dei coloni a Sheikh Jarrah e l’irruzione manu militari nella moschea di al-Aqsa. Si possono seguire attraverso le corrispondenze che Michele Giorgio, storico inviato del manifesto, continua a mandare. Oppure sfogliando l’Avvenire. Ma in generale l’informazione ha dato il peggio di sé in questo frangente. Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, lo ha denunciato con forza; così Vincenzo Vita, ancora sul manifesto, che nota come non solo i media classici ma anche l’universo deisocial si stia adeguando. Numerosi utenti di Facebook o di Instagram, infatti, hanno denunciato la cancellazione di contenuti e account riferiti alle violenze dei coloni e dell’esercito a Sheikh Jarrah, o alla pubblicazione di foto sull’uccisione del giovane Said.

In Italia il panorama è quello di una grigia subordinazione culturale e politica all’influenza dell’ambasciata israeliana, mentre finanche il Washington Post, avamposto del sionismo Usa, si interroga sull’eccessiva mano libera lasciata agli israeliani, in questi anni, da parte delle amministrazioni statunitensi, chiedendo se non sia giunto il tempo di un cambio di passo – lo ha segnalato, a Radio Rai3, lo storico inviato del Messaggero Eric Salerno. Siamo abbastanza abituati a questo andazzo, in effetti. Al racconto dei fatti si sostituisce in modo prepotente – con una evidente manipolazione della realtà – la narrazione coloniale. 

“il manifesto”, giornale di mezza età, compie gli anni

Ripensandoci, fa impressione. In questi giorni il manifesto compie cinquant’anni (primo numero il 28 aprile 1971, quattro pagine al prezzo di cinquanta lire). Traguardo, per altro, già varcato con i cinquantadue anni trascorsi dall’uscita del primo numero del mensile (giugno 1969), che lasciò il posto al quotidiano. Bisogna ricordarlo: il manifesto esisteva prima di Repubblica, che nacque nel 1976. Ed è in edicola e su internet tuttora ogni mattina, a differenza dei “cugini” dell’Unità e di altre testate della sinistra scomparse.

Si tratta perciò di un miracolo politico ed editoriale su cui indagare. Ha pure coinvolto varie generazioni di giornalisti e militanti. Infatti, il manifesto è stato una scuola di giornalismo, oltre che di politica, senza eguali. Per chi si ricorda dello stanzone di piazza del Grillo 10 (prima sede della rivista) e delle stanze del quinto piano di via Tomacelli 146 (indirizzo della redazione per tanti anni), c’è da stropicciarsi gli occhi increduli. Nel 1971 si pensava a un “quotidiano corsaro”, come amava definirlo Luigi Pintor. Si puntava, in quel momento, a qualcosa che avrebbe avuto vita incerta e forse breve. Si scoprì in corso d’opera che si poteva fare politica nella “forma giornale”. Ora il manifesto fa parte a tutti gli effetti della storia della sinistra italiana e del giornalismo nazionale. Sottoscrizioni e chiamate di aiuto per scongiurarne la chiusura hanno sempre funzionato.