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Classe o partito?

Nel Novecento, e forse fino a qualche decennio fa, sarebbe apparso privo di senso porre l’alternativa “classe o partito?”. Era infatti palese che ci fossero delle classi sociali, con una certa consapevolezza di sé, e dei partiti politici che sostenevano, con maggiore o minore coerenza, i loro interessi. In Italia era evidente che i liberali e i repubblicani fossero i partiti della borghesia, che la Democrazia cristiana fosse un insieme di correnti in parte tradizionalmente legate alla piccola proprietà contadina, in parte al grande capitale – soprattutto nel momento del massimo fulgore dell’impresa pubblica –, e che proprio il suo “interclassismo” fosse l’opposto di quei partiti, come quello comunista e quello socialista (fino a un certo punto), che facevano riferimento alle prospettive del movimento operaio. Del resto, anche l’interclassismo – un cemento ideologico-religioso non da poco – alludeva al fatto che le classi sociali ci fossero, avessero una loro identità, e si trattasse di farle collaborare tra loro attraverso la mediazione politica.

Oggi le classi sono, piuttosto, dei concetti di attribuzione: cioè, da un punto di vista sociologico, con riferimento alle differenze di reddito, o anche in base alla collocazione all’interno dei processi produttivi e di scambio, si può considerare che qualcuno sia un tecnico, un operaio, o un lavoratore dei servizi – più una categoria, quindi, che una classe, per la quale ci vorrebbe la consapevolezza dell’appartenenza a un collettivo. È diventato alquanto improbabile che una persona consideri se stessa come facente parte di una classe: e ciò per la semplice ragione che le classi erano essenzialmente il portato di un conflitto sociale aperto. Semmai, in certe fasi, anche latente, ma di cui c’era la certezza di qualcosa di durevole. Se una volta, per esempio, braccianti e contadini poveri avevano occupato il terreno di un “signore”, avevano preso coscienza di una contrapposizione nei confronti dei proprietari terrieri, ed essa si era depositata in una memoria, appunto, di classe. Oppure gli operai di una fabbrica avevano intrapreso uno sciopero contro il “padrone”, per ottenere aumenti salariali e condizioni migliori di lavoro, e attraverso il conflitto veniva sedimentandosi il sentimento di una contrapposizione di interessi tra i lavoratori e i capitalisti.