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La Francia va più a destra

La sinistra unita è la maggiore forza di opposizione. Ma pesa il successo senza precedenti della formazione lepenista

20 Giugno 2022 Rino Genovese  1343

Macron, con il suo schieramento centrista, non ha la maggioranza assoluta nella nuova Assemblea nazionale, soltanto una maggioranza relativa. L’alleanza di sinistra, guidata da Mélenchon, è la prima forza di opposizione (ma in parlamento ci saranno quattro gruppi diversi, a conferma del fatto che la Nuova unione popolare ecologica e sociale era più un cartello elettorale che una coalizione). La destra moderata di estrazione neogollista tiene, nonostante tutto, mentre l’estrema destra di Marine Le Pen raggiunge il più consistente successo della sua storia.

Questa la fotografia dei risultati elettorali in Francia dopo il secondo turno delle legislative. Macron e il suo esecutivo saranno costretti a mediare in parlamento per poter governare, ma c’è già chi parla di uno scioglimento dell’Assemblea l’anno prossimo e di una nuova tornata elettorale: è la facoltà che il sistema della Quinta Repubblica assegna al presidente, quella di andare alle elezioni quando più gli aggrada, in mancanza di una maggioranza chiara. Per il momento, comunque, Macron potrà cercare i voti che gli servono alla sua destra, cooptando i più malleabili tra i neogollisti, come ha già fatto largamente durante il suo primo quinquennato, e trattando provvedimento per provvedimento con quelli più irriducibili.

La Francia – pur con un leggero calo dell’astensionismo rispetto al 2017, quando il partito del presidente, di fronte a una sinistra divisa, ottenne un’ampia maggioranza assoluta – non ha voluto, tuttavia, un Mélenchon capo del governo, come sulla carta sarebbe stato possibile. Anzi, rispetto alle previsioni della vigilia, la Nuova unione popolare ecologica e sociale si attesta al livello più basso – con 142 deputati eletti, mentre i macroniani ne hanno 247 –, molto distante da una maggioranza anche solo relativa. È la conseguenza di un’alleanza di sinistra improvvisata, che avrebbe dovuto, invece, essere costruita già per le presidenziali e fatta vivere nel tempo. Gli elettori non si fidano di ciò che percepiscono come pura tattica elettorale. Di più: gli accenti antieuropeisti di Mélenchon, sia pure un po’ messi da parte per l’occasione, di certo non gli hanno giovato. Sovranisti per sovranisti, ad avere la meglio sono quelli di destra. E infatti Marine Le Pen, con i suoi 89 seggi, può vantare una notevole affermazione, ottenuta per giunta senza patteggiare con il suo stretto rivale Zemmour, che resta fuori dal parlamento.

Nel Pas-de-Calais, nel Nord deindustrializzato del Paese, dove Le Pen nella sua circoscrizione è eletta con il 61% nel ballottaggio contro una candidata di provenienza ecologista, non tutto però volge al nero. A macchia di leopardo, la sinistra – sia con i candidati comunisti o della France insoumise, sia con i socialisti, perfino quelli presentatisi come indipendenti, in dissenso con l’alleanza – dimostra di potercela fare. È invece a Parigi centro – se si esclude appunto la cintura un tempo operaia, oggi piuttosto dell’immigrazione di seconda e terza generazione, riconquistata dalla strategia di Mélenchon – che la gauche va piuttosto male, cedendo a una prevalenza macroniana probabilmente ispirata da un elettorato desideroso di non scombinare troppo il quinquennato presidenziale. È del resto la questione aperta dinanzi a ogni sinistra, non solo in Francia: come tenere insieme un elettorato popolare in via di radicalizzazione, sottraendolo alle sirene dell’estrema destra, con i ceti medi, tendenzialmente più moderati, dei centri delle città, basati spesso sulle professioni e i nuovi lavori generati dal generale mutamento del quadro produttivo. Qua sarebbero soprattutto gli ecologisti, almeno in Francia, a poter dire la loro, come dimostrano i loro ottimi risultati ove presenti. Ma nella spartizione delle candidature, nelle circoscrizioni del centro di Parigi, la sinistra ha presentato anche melenchoniani di stretta osservanza, perdenti di fronte ai candidati centristi presidenziali.

In conclusione, una Francia in piena tempesta politica, per nulla “ridotta alla ragione” dopo una stagione di agitazioni sociali, e dopo le presidenziali vinte da Macron con l’apporto decisivo dei voti di sinistra. Il presidente, da quel tipico opportunista che è, se n’è però già dimenticato: basti pensare che, anche se con qualche dissenso tra le sue file, lo schieramento centrista non ha dato alcuna indicazione di voto nei ballottaggi a favore del candidato “repubblicano” (spesso di sinistra) contro quello dell’estrema destra. Al contrario, è proprio mediante un’affermazione lepenista, in questo secondo turno, che Macron e i suoi potevano aspettarsi di vedere contenute le aspirazioni della gauche. E così è andata, consegnando tuttavia il Paese a una fase di difficile governabilità.

Post-scriptum (22.06.22) – La vincitrice dell’intera tornata elettorale in Francia è stata Marine Le Pen: non soltanto al secondo turno delle presidenziali, contro Macron, era arrivata al 41%, ma nei ballottaggi delle legislative il suo partito è riuscito a rompere – per la prima volta in maniera netta – quel “fronte repubblicano” che gli impediva di avere una rappresentanza parlamentare adeguata (si consideri che, nella scorsa legislatura, i deputati dell’estrema destra non avevano potuto formare neanche un proprio gruppo parlamentare). Dagli studi in corso sui flussi e sui comportamenti elettorali, sta emergendo che né gli elettori macroniani si sono riversati in massa sui candidati della sinistra, quando questi erano in ballottaggio con i candidati lepenisti, né gli elettori di sinistra, in particolare quelli più legati alla France insoumise di Mélenchon, hanno ritenuto di fare barrage quando si trattava di sostenere un candidato macroniano contro uno di estrema destra. In questo secondo caso, si può parlare di una perdita di cultura politica da parte dell’elettore di sinistra. E il doppio “favore” elettorale ricevuto – dal centro e dalla sinistra, espresso magari anche solo astenendosi al secondo turno – ha reso possibile la crescita della rappresentanza parlamentare lepenista, pressoché triplicata.

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