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Riforma fiscale, da Camera e Senato un documento deludente

Il lavoro prodotto dalle commissioni Finanze, frutto di una impegnativa indagine conoscitiva, pone l’enfasi sulla crescita e non sull’equità

22 Luglio 2021 Paolo Barbieri  2448

Quali sono gli obiettivi che una riforma del sistema tributario dovrebbe porsi nel 2021? Cosa ha insegnato, se lo ha fatto, la crisi verticale del sistema pubblico messa a nudo dall’emergenza Covid, a partire dalla fatica drammatica del sistema sanitario? La leadership governativa affidata a Mario Draghi aveva acceso, se non altro, la speranza di poter uscire dalle secche della vecchia impostazione dell’austerità europea, dall’ossessione della rigidità della politica monetaria e della ritirata dello Stato. Non tanto per la sua storia, segnata quantomeno da luci e ombre nella lunga stagione dell’ortodossia liberista, ma per la sua autorevolezza indiscussa e per la sua attiva partecipazione a un dibattito internazionale in piena evoluzione, che in questa fase non ha molto a che vedere con la ottusa ripetitività che affligge il circuito politico-informativo italiano. Un dibattito che, com’è noto, ha già prodotto significativi riposizionamenti di istituzioni come la Bce, la Casa Bianca o il Fondo Monetario (ne avevamo parlato, per esempio, qui) e accordi innovativi come quello, pur controverso, sulla futura tassazione minima globale a carico delle grandi multinazionali.

Una premessa non troppo neutrale

Nel percorso che dovrebbe condurre alla proposta che il governo Draghi sta elaborando per la riorganizzazione del fisco italiano si inserisce il documento prodotto dalle commissioni Finanze di Camera e Senato al termine di una impegnativa indagine conoscitiva. L’ex ministro Vincenzo Visco, forse l’ultimo autore di un significativo tentativo di riforma del sistema, lo ha recensito piuttosto severamente, parlando di un testo “con una forte propensione anti-tasse, in cui si sostiene la riduzione della pressione fiscale, e in cui le imposte vengono sempre viste come eccessive e distorsive; pieno di incongruenze logiche e contraddizioni, in cui si propongono riduzioni di aliquote e riduzioni di imposte soprattutto a favore della finanza e delle imprese, in cui si sostiene l’impegno degli strumenti digitali per il contrasto all’evasione, ma al tempo stesso si sostiene che i poteri dell’amministrazione finanziaria vadano ridotti”.

Fin dalla premessa il documento si posiziona, con una affermazione apparentemente neutrale e tecnica, in un campo ideologico ben preciso: quello di chi dice che il sistema tributario italiano è fermo all’impostazione degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: “Non sarebbe corretto affermare che da allora non vi siano state riforme o cambiamenti – anche significativi –  rispetto a quel contesto, come quello alla fine degli anni Novanta, concretizzatosi con l’attuazione della legge delega conferita con la legge 23 dicembre 1996 n. 662 e i relativi numerosi decreti legislativi. Tuttavia, si può affermare, sostanzialmente, che il sistema tributario italiano non ha conosciuto interventi strutturali di riforma organica nell’ultimo mezzo secolo”. Questo hanno concluso, dopo mesi di lavoro e sessantuno audizioni, le eterogenee (ma non troppo, evidentemente) forze che compongono la maggioranza parlamentare.

Da un altro punto di vista, si potrebbe osservare, invece, che nell’ambito fiscale e più in generale delle politiche sociali ed economiche si è prodotto negli ultimi decenni un cambiamento molto profondo che ha intaccato la fedeltà dell’ordinamento rispetto alla Costituzione. Un po’ com’è accaduto per l’insieme delle riforme elettorali e dei regolamenti parlamentari, leve di rango inferiore usate per modificare nei fatti i vecchi equilibri costituzionali. Per tornare al fisco: in uno dei suoi ultimi lavori, Luciano Gallino scrisse che “nei pochi decenni in cui il capitalismo europeo e americano fu in una certa misura provvisoriamente incivilito, subito prima e subito dopo la seconda guerra mondiale, gli strumenti a favore di una più equa distribuzione di reddito e ricchezza sono stati l’imposizione fiscale progressiva, e i trasferimenti ai cittadini operati dallo Stato sociale, in forma sia di prestazioni dirette sia di sostegni al reddito. Dopo il 1980, le politiche economiche e sociali neoliberali hanno distrutto il primo strumento, abbassando in misura eccezionale l’aliquota marginale sui redditi più elevati e consentendo innumeri forme di elusione ed evasione fiscale”.

Cosa dicono i dati del Mef

In concreto, si può ricordare per esempio che l’aliquota marginale massima dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è stata ripetutamente abbassata, dal 72% del 1974 all’attuale 43%, mentre è passato da 32 a 5 il numero di scaglioni sui quali si articola l’Irpef ed è stata abbassata la soglia massima di reddito da “penalizzare” con l’aliquota più alta, un tempo fissata a 600 milioni di lire (nominalmente 310mila euro circa) oggi ferma a 75mila euro, senza ulteriori aggravi per i redditi più alti. Per avere un’idea sommaria dello scenario nazionale può anche essere utile ricordare che, secondo dati diffusi dal Mef nel corso dell’anno passato, i redditi da lavoro dipendente e da pensione “rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato”; uno sguardo alle dichiarazioni 2020, sintetizzato di recente sul Sole 24 Ore, rivela che ad avere “prevalente” reddito da lavoro o da pensione è l’84,2% dei 41,5 milioni di contribuenti Irpef. La maggior quota di reddito, la maggior parte dei cittadini: è abbastanza visibile su quali spalle poggia l’architettura del nostro sistema fiscale (un reddito prevalente da attività di impresa o lavoro autonomo risulta solo per il 6,4% dei contribuenti). Intanto, le Finanze segnalano una “fuga” di ben 450mila contribuenti verso il forfait, una sorta di flat tax riservata a una parte di lavoratori autonomi. E il dato percentuale molto rilevante delle partite Iva che si collocano fra regime degli “ex minimi” e forfettari: il 47% del totale.

Enfasi sulla crescita, non sull’equità

Gli obiettivi, dicevamo: mentre il democratico, storicamente “centrista”, Joe Biden risponde col sarcasmo (“non priveremo nessun manager della sua seconda o terza casa o dei viaggi col jet privato”) a chi solleva critiche sui suoi piani di rialzo delle tasse su aziende e super-ricchi per finanziare gli investimenti infrastrutturali e le politiche sociali, i nostri parlamentari ritengono che la riforma fiscale debba puntare esclusivamente a “crescita dell’economia e semplificazione del sistema tributario”. Il quasi collasso dello Stato e dei suoi servizi essenziali nel corso della pandemia, la necessità di rafforzare il ruolo pubblico nella fornitura dei servizi, nella modernizzazione infrastrutturale e tecnologica e nella cura ambientale, il dramma delle disuguaglianze crescenti e delle fasce di povertà che si allargano non sembrano aver condotto il dibattito sul terreno della necessità di rimodulare in modo più equo la pressione fiscale, piuttosto che indebolirla. E così, il forfait per le partite Iva, voluto a suo tempo dalla Lega, confermato negli indirizzi votati a fine giugno, ora consentirebbe di “sfondare” anche la cospicua soglia di 65mila euro di reddito annuo, con dei meccanismi soft di progressione dell’imposta per chi denunci ricavi in crescita.

Non è chiaro quale rapporto con la crescita economica, invece, abbia lo stop alla revisione del catasto, della quale si parla da anni, ma che è stata accuratamente evitata nel documento: una forma di protezione per una tipologia di rendita difficilmente associabile all’agognata ripresa post-Covid. Non c’è traccia neppure del dibattito su una imposta patrimoniale (che pure ha sfiorato le aule parlamentari per iniziativa di qualche personalità di sinistra). “È  auspicabile – sostengono invece le commissioni Finanze, riecheggiando posizioni tradizionali del centrodestra forzaleghista – un intervento legislativo che punti a superare le residue forme ancora presenti di attività di controllo basate sulla ricostruzione presuntiva di reddito o ricavi (per esempio: redditometro, indagini finanziarie su imprese, società non operative, accertamento analitico-induttivo) nei casi in cui l’utilizzo dei dati presenti nelle banche dati permettano [sic!] una ricostruzione analitica dei ricavi o dei compensi e consentano di ricostruire puntualmente il reddito di imponibile delle persone fisiche e giuridiche”.

Il documento punta sul già previsto alleggerimento dell’aliquota marginale “media” dell’Irpef, quella del 38% per i redditi lordi fra 28mila e 55mila euro (provvedimento che riguarda sette milioni di contribuenti e potrebbe avere effetti positivi sulla domanda interna e su una larga fascia di ceto medio), sul superamento dell’Irap per le imprese, sul taglio dell’aliquota di riferimento per la tassazione delle rendite finanziarie, oggi al 26%, che secondo i parlamentari che hanno approvato il testo “andrebbe allineata alla prima aliquota progressiva sui redditi da lavoro”, ovvero al 23. La parola ora a Draghi e al suo fedelissimo ministro delle Finanze, Daniele Franco. Il suo citato predecessore Visco gli ha chiesto di mantenere “una qualche dignità scientifica” nella formulazione della legge delega. Se la traccia da seguire è quella del documento parlamentare, par di capire che non sarà facilissimo.

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