L’ondata nera sta avanzando sempre più in Europa, ma la sinistra dei principali Paesi del vecchio continente sembra non accorgersene, presa da dinamiche interne una più ridicola o grottesca – scegliete voi l’aggettivo – delle altre. Così, se in Italia si parla quasi solo di primarie, dimenticando che l’anno prossimo la destra potrebbe rivincere, in Francia Glucksmann e Mélenchon – anche nella prospettiva di un ballottaggio che vede favoritissima Marine Le Pen – non ci pensano proprio a creare quel cordone sanitario che invece, il 21 aprile 2002, sbarrò la strada verso l’Eliseo a Jean-Marie Le Pen, ed ebbe successo, più recentemente, anche nelle legislative del 2024, quando il primo posto dell’estrema destra venne ben compensato dal risultato della sinistra unita.
Non essendoci mai due senza tre (e ci sarebbe anche un quarto caso, ovvero quello della formazione di un governo a Berlino boicottata da verdi e socialdemocratici, a causa della loro insofferenza nei confronti della Linke), ecco che in Spagna, dove si vota il prossimo 29 novembre, in una situazione di estrema difficoltà per il premier socialista Pedro Sánchez, le forze collocate alla sua sinistra si presentano divise. Non tutte, infatti, faranno parte del Frente amplio, dentro cui hanno trovato posto sia la vecchia coalizione Sumar sia altre formazioni politiche minori, come Izquierda unida, i Comuns -Els Comuns (“i comuni”), partito della sinistra catalana non indipendentista – guidato dall’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau (alla quale, proprio ieri, è stato negato il visto d’ingresso negli Stati Uniti per le sue posizioni sulla Palestina) – e Más Madrid. A rimanere fuori è Podemos, o meglio, ciò che resta del partito-movimento fondato il 17 gennaio 2014 da Pablo Iglesias, che nel 2016 raggiunse oltre il 21% dei consensi, mentre ora è dato al 3% contro il 6% del Frente, crollato anch’esso, visto che nel 2024 la sola Sumar aveva circa il 13%.
Come dicevamo, per l’inquilino della Moncloa la sconfitta – anche a voler mantenere un filo di residua speranza, soprattutto dopo la grande mobilitazione per il diritto alla casa – pare assicurata, soprattutto perché la complicata legge elettorale penalizza la frammentazione dei vari schieramenti politici, mentre le forze politiche di destra – dal Partito popolare di Alberto Núñez Feijóo ai neofranchisti di Vox, capeggiati da Santiago Ascabal – sono molto compatte e possono contare, nei sondaggi, rispettivamente sul 31% e il 18% dei consensi.
Lo scontro a sinistra non ha fatto altro che riproporre quello in atto da tempo tra Sumar, ora appunto Frente amplio, e Podemos, che ha avviato solo un’interlocuzione separata con Izquieda unida. Le ragioni che stanno dietro questa divisione riguardano anche la scelta dei candidati, in particolare nelle circoscrizioni delle grandi città quali Madrid e Barcellona. I risultati delle trattative, chiuse lo scorso 16 ottobre, hanno prodotto un’unità solo nelle regioni di Valencia e delle Canarie. Nelle altre potrebbero esserci degli accordi di desistenza, in un contesto dove la sinistra deve fare i conti, appunto, con una divisione anche su base regionale – vedi Paesi Baschi, Catalogna, Galizia, Andalusia –, dove i vari partiti assumono caratteristiche locali spesso poco gradite a livello nazionale, e viceversa, che rendono ancora più arduo il raggiungimento di una unità.
Altro punto critico, la figura di Gabriel Rufián, deputato e portavoce degli indipendentisti catalani di sinistra, Esquerra repubblicana (Erc), che ha realizzato un accordo con Podemos, criticato dal Frente amplio perché non ha coinvolto, come lo stesso Rufián ha ammesso, i Comuns. Un’intesa che avrebbe invece potuto spingere in direzione dell’unità tra le diverse anime della sinistra anche in altre regioni del Paese, visto il valore simbolico della Catalogna. Le critiche del leader catalano sono state rivolte anche ai vertici di Comuns, al suo stesso partito e a Más Madrid, colpevole di aver collocato ai primi posti le proprie candidature nella capitale.
Gli stessi protagonisti di queste trattative hanno definito il quadro descritto “uno spettacolo dantesco, grottesco e caotico”. Secondo quanto scrivono sul “País” le scrittrici e giornaliste Natalia Junquera e Paula Chouza, “i tanti appelli lanciati attraverso i diversi mezzi di comunicazione e reti sociali che chiedevano ai partiti di essere all’altezza della situazione storica, come chiede la popolazione, sono stati ignorati preferendo battaglie intestine che nulla hanno a che vedere con le aspettative reali”. Ancora sulle pagine dell’autorevole quotidiano, il politologo Pablo Simón sostiene che “si sia trattato di un gioco di ogni gruppo politico finalizzato a massimizzare la propria rappresentanza, vale a dire, assicurarsi una ‘torta’ più grande da spartire tra tutti, oppure a tutelare o rilanciare il proprio marchio”.
Pur considerando che le responsabilità di questa frattura vanno distribuite tra tutte le diverse forze politiche, Podemos ha giocato in tal senso un ruolo più importante e distruttivo. “Podemos – sostiene Franco Ferrari, autore di Le sinistre in Europa e di Le sinistre e l’Internazionale dopo l’89, collaboratore di “Political Handbook of the World” e “Trasform Italia” – è sembrato più interessato a garantire la propria visibilità e a regolare qualche conto per l’esclusione dal governo Sánchez dopo le precedenti elezioni. La leadership di Podemos ha sempre accusato Yolanda Díaz e Sumar di avere cercato di cancellare il loro partito nell’interesse dei socialisti. Al di là delle responsabilità pregresse degli uni e degli altri, l’importanza della scadenza elettorale di novembre avrebbe richiesto un surplus di disponibilità alla ricerca di soluzioni utili a evitare la contrapposizione elettorale, che si verificherà in quasi tutto il territorio spagnolo. Il rischio per la sinistra radicale – denuncia l’opinionista –, che esce meno credibile da questa settimana di trattative fallite, è di lasciare al solo Sánchez il ruolo di contrasto all’avanzata di forze reazionarie e fasciste”. E, aggiungiamo noi, dopo anni di buon governo e di conquiste sociali, quello di scomparire dalla geografia politica europea, con un catastrofico vulnus a una democrazia spagnola già abbastanza provata.









