L’approvazione e l’immediata controfirma da parte del capo dello Stato della legge elettorale è stata un successo politico di Giorgia Meloni. E non solo perché le consente di espandere la sua narrazione di leader potente e decisionista. Le nuove norme sono un vero antipasto di premierato, annunciano una torsione autoritaria dello Stato, e sanciscono la messa fuori gioco del parlamento, sempre meno rappresentativo, e già così marginalizzato nei processi decisionali – complici anche i passaggi dei governi tecnici, che hanno spostato a palazzo Chigi il centro di formazione delle leggi.
Mentre, trasversalmente, è già partita la riorganizzazione delle forze in vista delle elezioni che si terranno probabilmente in primavera – i gruppi parlamentari ospiteranno pezzi di movimenti o partiti oggi non rappresentati, per consentir loro di raccogliere “solo” 1500 firme e non le 6000 previste per chi non è già in parlamento, un vero e proprio sbarramento occulto –, la destra meloniana crede di avere raggiunto un traguardo storico, che le consentirà di dispiegare l’unico progetto, del resto vecchissimo, che è stata capace di concepire in questi anni di governo: demolire la Costituzione del 1948, un piano alimentato da un misto di sentimenti di vendetta verso quel cruciale passaggio storico, e di affermazione identitaria di uno Stato autoritario – il lesto di lingua, Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, ha sintetizzato con sguaiata sicurezza che ora “comanderà chi prende un voto in più”. È stato per primo il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, uomo-macchina del governo, a sentenziare l’avvio di una “terza Repubblica”, non curante dell’inesistenza dal punto di vista formale perfino di una seconda, se non per l’infausto passaggio al maggioritario stabilito dal sistema elettorale detto Mattarellum (marzo 1994).
Dopo di lui, a cascata, tutti i colonnelli di Meloni, sorella compresa, non hanno fatto altro che annunciare, benedire, blandire la nascita di questa “terza Repubblica”, di cui si intuiscono i caratteri: guidata da Giorgia Meloni, proietta l’Italia verso un presidenzialismo de facto, che dovrebbe mandare all’inferno il sistema parlamentare democratico, esattamente come ammonì, già diversi anni fa (gennaio 2013), uno dei padroni del mondo, la banca d’affari JP Morgan, che nel proprio report, intitolato The Euro Area Adjustment, si scagliava contro le architetture costituzionali nate dal secondo dopoguerra, troppo antifasciste per essere adatte ai mercati finanziari globali: il governo sovranista della destra sta esattamente attuando quelle direttive.
Anche se ancora non è delineata con precisione l’anatomia della “terza Repubblica”, è tuttavia chiara la sua fonte di ispirazione, tutta interna all’universo postfascista missino. Invocata calorosamente da Francesco Cossiga – il quale aspirava a superare la pregiudiziale antifascista, “ho avuto l’onore di essere seduto in parlamento accanto a personalità come De Gasperi, Togliatti, Nenni, Berlinguer, Napolitano, La Malfa, e Almirante che (a suo avviso, ndr) ha avuto il merito di “parlamentarizzare” i giovani di Salò” (27 maggio 2008) –, la “terza Repubblica” rispolvera il progetto presidenzialista lanciato negli anni Sessanta da Randolfo Pacciardi, già partigiano durante la Resistenza, poi tra i più ciechi anticomunisti del Novecento (ma invero furono in molti), fiduciosi nell’avvento di un gollismo all’italiana, che ingessasse il regime attorno a un condottiero-presidente; progetto abbracciato da Giorgio Almirante che, nel congresso di Napoli del 1979, ne fece la parola d’ordine del postfascismo con scarsa originalità, essendo sponsorizzato in quella fase dalla macchina di potere della P2, che aveva fatalmente attratto il mondo missino. Riempiendosi la bocca con le parole “terza Repubblica”, i nipoti di Almirante assaggiano l’avvento di una nuova era che segni la rivalsa storica del fascismo. Intanto, aspettiamo la Consulta (prossimamente vi aggiorneremo con le iniziative per la presentazione dei ricorsi).









