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Mozambico, un presidente nell’occhio del ciclone

Il nuovo capo dello Stato, Daniel Chapo, esponente del Frelimo, il partito ininterrottamente al potere da cinquant’anni, si è insediato a Maputo in un clima di forte contestazione

15 Gennaio 2025 Luciano Ardesi  1261

Il Mozambico vive una delle crisi più profonde dall’indipendenza (1975), non solo per le conseguenze dei cicloni che ultimamente lo hanno investito creando ingentissimi danni in uno dei Paesi più poveri al mondo. Le elezioni generali si sono tenute il 9 ottobre scorso, e hanno messo in scena lo spettacolo di sempre: i brogli elettorali. È convinzione che le elezioni presidenziali, soprattutto le ultime due, siano state largamente manipolate per dare comunque la vittoria al candidato del Frelimo, il partito al potere da cinquant’anni, impedendo così all’opposizione di portare per la prima volta un suo esponente alla testa dello Stato. Dopo due settimane dal voto, la Commissione nazionale per le elezioni ha designato come vincitore Daniel Chapo, candidato del Frelimo, col 71% dei voti, malgrado gli osservatori internazionali indipendenti avessero emesso forti criticità sulla regolarità dello spoglio delle schede. Poco conosciuto finora, Daniel Chapo è il primo presidente nato dopo l’indipendenza (1975), e il primo a non aver combattuto nelle file del Frelimo durante la guerra civile (1975-1992) che ha lacerato il Paese.

L’unico sfidante in grado di minacciare l’egemonia del Frelimo è stato il carismatico Venañcio Mondlane, lontano parente di quell’Eduardo Mondlane, fondatore dell’allora Movimento di liberazione del Mozambico (Frelimo) assassinato con un pacco bomba dai portoghesi. La commissione elettorale gli ha concesso solo il 20% dei voti, ma il sistema di controllo che aveva messo in piedi ha potuto dimostrare l’enormità dei brogli dando fuoco all’indignazione popolare. In parlamento la maggioranza assoluta dei seggi è stata attribuita al Frelimo, mentre Podemos, che ha sostenuto Mondlane, vi è entrato per la prima volta occupando il primo posto tra i partiti di opposizione.

Le prime proteste contro i brogli sono state macchiate dall’assassinio a freddo di due esponenti di Podemos, stretti collaboratori di Mondlane: ciò ha contribuito a far divampare la protesta. Mondlane ha lanciato la parola d’ordine dello sciopero generale che ha paralizzato la capitale Maputo e il resto del Paese. La proclamazione ufficiale dei risultati, dopo due settimane, ha dato nuovo slancio al movimento di protesta, repressa con ferocia dalla polizia causando così diversi morti fin dai primi giorni, senza contare le centinaia di arresti. La protesta è però continuata, sostenuta soprattutto dai giovani delle periferie, e si è vista la mobilitazione anche delle classi medie, degli universitari senza prospettive di lavoro e delle donne.

Lo stesso Mondlane è stato costretto a riparare in Sudafrica per sottrarsi alle minacce di morte e al probabile arresto. Il 23 dicembre, il Consiglio costituzionale ha poi sostanzialmente convalidato il risultato delle elezioni, pur correggendone le percentuali (a Chapo il 65% dei voti, a Mondlane il 24%), e ammettendo delle irregolarità che non avrebbero però snaturato l’esito finale. Questa conclusione ha contribuito a rilanciare la protesta popolare, che Mondlane aveva chiesto di sospendere in attesa del pronunciamento del Consiglio costituzionale. È ripresa così anche la repressione, violentissima, con brutalità di ogni tipo, mentre il numero dei morti saliva ogni giorno. Alla fine dell’anno si sono contate quasi trecento vittime e, mentre le prigioni si riempivano di manifestanti, c’è stata un’evasione di massa di 1.500 detenuti, tra cui diversi terroristi islamisti, dalla prigione di Maputo.

La protesta ha cambiato natura: da sollevazione contro i risultati elettorali manipolati si è passati a una contestazione aperta al regime, al sistema di potere e di corruzione del Frelimo, che da sempre ha in mano le sorti del Paese. Il 9 gennaio, Mondlane è rientrato in Mozambico, dichiarandosi presidente eletto e disposto a discutere col potere. I suoi sostenitori sono stati impediti dalla polizia di raggiungerlo all’aeroporto, ma hanno manifestato nel centro di Maputo, dove ci sono state nuove vittime. Nello stesso momento, il presidente uscente Nyusi, che assumerà il posto di ambasciatore alle Nazioni Unite, ha convocato i leader dei partiti di opposizione, più per impedire loro di raggiungere Mondlane che per intavolare una trattativa.

Il 13 gennaio, si è intanto insediato il nuovo parlamento che ha eletto la sua presidente Margarida Tapala, esponente del Frelimo. La seduta inaugurale è stata boicottata da due partiti dell’opposizione, Renamo e il Movimento democratico del Mozambico, che non intendono riconoscere i risultati delle elezioni. Il principale partito di opposizione, Podemos, ha invece occupato i seggi, malgrado l’avviso contrario di Mondlane, aprendo così un conflitto al suo interno. Mondlane ha chiamato i suoi sostenitori alla manifestazione pacifica. È difficile prevedere se una seria trattativa potrà iniziare, se il Frelimo accetterà di discutere e su quali obiettivi. I prossimi giorni saranno di grande incertezza, a dispetto di una situazione economica e sociale cristallizzata da tempo. I tre quarti della popolazione vivono, secondo la Banca mondiale, al di sotto della soglia della povertà. La potenzialità economica è frenata dall’incertezza dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Cabo Delgado, nel nord del Paese, da anni sotto attacco della guerriglia islamista, ma anche dal cambiamento climatico con l’alternarsi di cicloni devastanti e periodi di forte siccità. Saranno queste le maggiori sfide del nuovo presidente.

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TagsDaniel Chapo Luciano Ardesi Mozambico Venancio Mondlane

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