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La nuova tappa del rider

29 Marzo 2021 Piero Masacci  1065

Questa volta non si è trattato della Milano-Sanremo, né di una tappa del Giro d’Italia. In sella alle loro biciclette giovani e meno giovani sono scesi nelle strade di trenta città italiane per ricordare a tutti che, grazie a loro, possiamo avere la pizza a casa o il pranzo dal cinese. O possiamo farci recapitare a domicilio i prodotti acquistati online. “Noi scioperiamo, voi non acquistate!” è stato lo slogan della mobilitazione del 26 marzo scorso che potrebbe essere la prima di una lunga serie di agitazioni. Se non otterranno i diritti che chiedono, hanno detto i rappresentanti del movimento a due ruote, sono disposti a fermarsi una volta al mese. E non è un caso che i ciclofattorini abbiano chiesto la solidarietà dei clienti delle società per le quali lavorano. Nella nuova stagione di lotte dei lavoratori della gig economy, delle consegne a domicilio e del precariato generalizzato delle piattaforme l’appello alla solidarietà ai clienti è la cifra.

Il punto non è solo teorico. “Essendo altamente ricattabili, e non potendo esercitare diritti sindacali – ha spiegato bene un comunicato del Nidil Cgil (il sindacato dei lavori precari e intermittenti) – i rider non possono scioperare: per questo hanno indetto la giornata di mobilitazione chiedendo la collaborazione dei cittadini e dei consumatori. Hanno fatto appello alla sensibilità dei clienti affinché non fosse effettuata nessuna ordinazione online per tutto il giorno. Occorre dare un segnale concreto di protesta affinché le piattaforme riconoscano i diritti dei rider al pari di tutti gli altri lavoratori”.

È come se si fosse aperta una nuova stagione che andrebbe studiata nella sua natura più profonda. La storia del conflitto sociale in Italia va dalle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, alle lotte nei servizi degli anni Ottanta e Novanta, per riapparire oggi sotto altre forme e con altri protagonisti nelle lotte di una classe lavoratrice ormai disgregata e attraversata da innumerevoli diseguaglianze. Siamo molto oltre quell’antico slogan dei “non garantiti” contro i “garantiti”. E siamo anche molto oltre quel dibattito degli anni Ottanta che vedeva contrapporsi (ma poi si è capito che spesso l’argomento veniva usato in modo strumentale) i diritti dei lavoratori ai diritti del cittadino. Ricordiamo per esempio le contraddizioni delle lotte negli ospedali o nel settore dei trasporti. O le lotte degli insegnanti. Ed è significativo il fatto che anche questa volta – con attori e scenario completamente diversi – si riparta da una rivendicazione di diritti.

I rider, come i lavoratori del pianeta Amazon, o i lavoratori deboli della logistica, chiedono di essere semplicemente considerati lavoratori alla stregua di tutti gli altri. In particolare i ciclofattorini, oltre a non avere assicurazioni per incidenti sempre incombenti nel traffico delle città, non hanno i benefici dei contratti, non hanno ferie certe e garantite, né tanto meno il trattamento di fine rapporto. Figuriamoci le pensioni. Non versando i contributi all’Inps e non avendo redditi tali che possano permettere un investimento dei risparmi in un fondo pensione o in un’assicurazione, le pensioni future saranno praticamente inesistenti.

La centralità della conquista dei diritti viene sottolineata da più parti e cominciano a essere tante le voci che si sollevano in tal senso, anche dalle file della magistratura. Intervistato di recente, Piero Martello, fino a poco tempo fa presidente della sezione Lavoro del tribunale di Milano, ora direttore della rivista online “Lavoro Diritti Europa” , sostiene una tesi molto semplice: le posizioni dei circa 60mila ciclofattorini che operano in Italia vanno regolarizzate, anche se fossero lavoratori autonomi. In questo contesto le loro posizioni andrebbero equiparate ai subordinati quanto alle tutele di legge. Da questo punto di vista, i sindacati invocano un vero e proprio salto, un passaggio “storico”. Ed è prevedibile uno degli scenari possibili: secondo Martello, “è verosimile un aumento dei ricorsi dei rider; ma la via principale da seguire, prima di quella giudiziale, deve essere quella di un contratto collettivo che si basi sull’accordo delle parti”.

Il tema dei diritti, che queste mobilitazioni stanno riportando alla ribalta, ha anche un’altra declinazione, se vogliamo più generale, più politica, perché non riguarda solo il conflitto tra le parti ma il funzionamento della società basata sulla rete e la connessione continua. La domanda è come poter porre un freno all’abuso di potere di mercato che queste grandi imprese hanno nei confronti di tanti soggetti? Quali strumenti hanno a disposizione i cittadini-clienti, oltre ai lavoratori direttamente coinvolti nel digital labor? Se lo chiede per esempio Mario Maggioni, professore ordinario di Politica economica all’Università cattolica di Milano, autore di un saggio su La sharing economy. “Una possibilità in campo – azzarda – è quella dello sciopero degli acquisti, un boicottaggio insomma, tecnica che ha la sua storia e che sempre di più mette il consumatore in grado di poter esprimere un giudizio anche etico e morale attraverso i propri acquisti. A maggior ragione quando i lavoratori fanno appelli in questo senso. Naturalmente parliamo di numeri e il successo di uno sciopero dipende dall’adesione. II che non toglie che rimane comunque valida la via di un intervento regolatore dello Stato in materia di lavoro e di concorrenza”.

Intanto qualcosa si muove. Just Eat è pronta non solo ad assumere i rider come dipendenti, ma anche ad applicare il contratto nazionale della logistica: 9 euro di compenso orario di base (anziché i 7,5 euro promessi) più ferie, malattia e indennità varie. Una rivoluzione che Cgil, Cisl e Uil si augurano possa fare da apripista per tutti i 60mila ciclofattorini italiani. Lo stesso governo, con il ministro del Lavoro Andrea Orlando, comincia a muovere le prime pedine su una scacchiera difficile, che implica un discorso nuovo contro il caporalato. Il Giro d’Italia potrebbe per esempio guardare a quello spagnolo. Dal primo marzo scorso, infatti, la Spagna è diventato il primo Paese in Europa a legiferare in materia e a inserire nel codice del lavoro una “presunzione di lavoro salariato” anche per i lavoratori delle piattaforme digitali. Il Giro, insomma, è appena cominciato.

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