Nella bella cittadina di Vicenza, tra ville palladiane e basi militari, sorge la caserma Chinotto sede della Forza di Gendarmeria Europea (Eurogendfor – EGF). Solo il nome fa venire curiosità. Di che si tratta?

Nel lontano 2003 i ministri della Difesa francese e italiano cominciarono ad avere una certa frenesia di distinguersi nei teatri di guerra e pensarono che sarebbe stata davvero utile una forza europea modellata sui gendarmes francesi e sull’ M.S.U, l’unità specializzata multinazionale (Multinational Specialized Unit) dell’Arma dei Carabinieri che ha funzioni di peacekeeping, assistenza umanitaria, polizia civile e militare. Detto fatto.

L’anno dopo nel vertice G8 di Sea Island del 2004 è stato adottato il Piano d’Azione denominato “Estendere la Capacità Globale per Operazioni di Supporto alla pace (PSO)” che ha costituito presso la Caserma vicentina il Centre of Excellence for Stability Police Units (CoESPU).

Nasce così la Gendarmeria europea, formalizzata dalla firma del trattato istitutivo di Velsen (18 ottobre 2007 in Olanda) e poi attuata con lo schieramento, nel successivo mese di novembre, dei primi contingenti nell’ambito dell’Unità Integrata di Polizia (I.P.U.) della missione EUFOR “Althea” in Bosnia Erzegovina: l’EGF diventa così una realtà pienamente operativa con compiti di intervento in operazioni di gestione delle crisi e operazioni umanitarie.

Fanno parte dell’EGF – che dispone “da 800 a 2.300 unità impiegabili nelle aree di crisi per impedire il sorgere di conflitti, supportare le operazioni militari o assicurare la transizione all’amministrazione civile” secondo le informazioni ufficiali – oltre all’Italia e alla Francia, l’Olanda con la Marechaussee , il Portogallo con la Guarda Nacional Republicana, la Romania con la Gendarmeria Romena e la Spagna con la Guardia Civil.

Dunque, ricapitolando: tutto parte dai pruriti francesi e italiani, poi trova via libera all’interno del G8 il cui Piano d’Azione che mira a rafforzare le PSO, in particolare nei paesi africani, mediante l’addestramento di peacekeeper internazionali composte al 10% da forze di polizia “tipo-carabinieri/gendarmeria”, specializzate nella gestione della transizione da una situazione di post-crisi ad contesto più stabile per assicurare attività di ricostruzione; arriva infine il trattato istitutivo di Velsen che regola la Gendarmeria europea ma non è europeo: infatti, è un accordo multilaterale. Quarantasette articoli che dettano compiti militari di supporto alle fasi iniziali di un conflitto e poi a quelle di transizione, di polizia e addestramento di esercito e polizia locali nella fase di ritiro della componente militare.

A chi risponde l’EGF? L’articolo 5 stabilisce che la gendarmeria europea può essere messa a disposizione dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, della NATO, l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e di altre organizzazioni internazionali a coalizione specifiche.

Naturale domandarsi: chi comanda? La faccenda è intricata e abbiamo solo una certezza: l’Europa non c’entra. In passato (2013) sono state presentate diverse interrogazioni parlamentari a Strasburgo che all’incirca chiedevano: può la Commissione fornire un quadro della partecipazione finanziaria dell’Unione all’interno dell’EGF? Per conto della Commissione Cecilia Malmström rispose così: “Eurogendfor non risponde del proprio operato dinanzi alla Commissione o qualsiasi altra istituzione dell’Ue, e di conseguenza la Commissione non svolge alcun ruolo né ha alcuna competenza relativamente all’organizzazione, al funzionamento, alla formazione o agli strumenti di Eurogendfor. Pertanto la Commissione non può fornire informazioni dettagliate sul bilancio di Eurogendfor o sui suoi meccanismi di finanziamento”.

Questo strano organismo è dotato di un centro di addestramento il CoESPU (Centro di Eccellenza per le Stability Police Units) che svolge nel 2008 corsi High Level (per ufficiali superiori) ed altrettanti corsi Middle Management (per ufficiali inferiori e marescialli), addestrando complessivamente 1.748 unità, provenienti da Giordania, India, Marocco, Senegal, Camerun, Kenya, Nigeria, Serbia, Pakistan, Ucraina, Mali, Romania, Indonesia, Egitto, Nepal e Burkina Faso.

Il sito ufficiale dà molto lustro alla struttura spiegando che “la caserma è provvista di tutte le più moderne installazioni, tra cui un poligono di tiro, un sistema per l’addestramento al tiro mediante l’impiego di simulatori (“Fire Arm Training System”) ed una palestra bene equipaggiata. Ovviamente tutti i programmi di addestramento includono anche l’apprendimento di specifiche tecniche di polizia (VIP protection, High Risk Arrest, CRC) e a seconda dei corsi, specifici approfondimenti tematici di geopolitica, Diritto Internazionale Umanitario, Cultural Awareness ed analisi di svariati settori di interesse collegati all’impiego nelle PSO”.

Si può pensare che gli addetti al CoESPU siano una sorta di ambasciatori diplomatici del mondo dell’Arma ma perché allora “il Dipartimento di Stato USA in ragione di accordi sottoscritti tra Italia e USA ha posto a disposizione del CoESPU le risorse a sostegno dei costi di formazione ed addestramento svolte dal Centro”? (sempre secondo il sito ufficiale). Insomma perché paga Washington?

Secondo alcune nostre fonti nella Caserma Chinotto, in realtà, non c’è tanto movimento né tanto lavoro da svolgere. C’è poco via vai di gente e tutto ruota intorno alle attività del CoESPU.

Anche il generale Fabio Mini, grande esperto e comunicatore di questioni di geopolitica, ritiene che tutta la storia di questo organismo abbia una origine di ‘marketing’ più che di altro: gli facciamo notare che l’Arma dei Carabinieri viene impiegata nei teatri di guerra con compiti di ordine pubblico, pur non avendo una storia in questo senso: “visto che le è stato assegnato il rango di Forza armata occorre dare concretezza a questo status attraverso compiti che rafforzano la sua immagine in tal senso. È una questione di prestigio”. Non vede altre anomalie? “C’è il capitolo della polizia giudiziaria: è una anomalia tutta italiana che venga svolta da una forza armata e che questo avvenga anche nell’ambito delle missioni internazionali. Quando mi trovavo in Kosovo (come comandante della missione KFOR in Kosovo dal 2002 al 2003, Ndr) ho avuto qualche bega da risolvere per via di pattuglie di Carabinieri che svolgevano il loro ruolo sul modello “vado, prendo e arresto” che, come si sa, non funziona quasi mai perché le cose raramente sono così semplici”.

L’accenno del generale Mini, uomo di grande esperienza, è molto importante. Il trattato di Velsen, infatti, all’articolo 4 stabilisce tra i compiti dei Gendarmi europei anche quelli di svolgere attività investigativa in campo penale, presumibilmente (non è specificato) per conto di una autorità giudiziaria (o se no di chi? E quale autorità giudiziaria?). E le attività di polizia giudiziaria, si sa, sono assai delicate perché comportano anche garanzie per chi le svolge. Questa strana creatura ha già diverse tutele: l’articolo 21 del trattato di Velsen prevede l’inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor; l’articolo 22 immunizza le proprietà e i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali; l’articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate; l’articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni; l’articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio.

Ce ne è abbastanza per mettere all’angolo le facili ironie di chi trova che tutto sia normale in questa storia e ridicolizza dubbi e domande con gli spettri golpisti. Niente di tutto ciò. Ma vorremmo davvero saperne di più di Eurogendfor.