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Navalny assassinato: quali conseguenze?

16 Febbraio 2026 Rino Genovese  744

“Un terrore sordo e muto regna in Russia”, scrivevamo due anni fa (vedi qui). Non sorprende quindi la conferma, che viene da un gruppo di Paesi europei incaricatisi di effettuare delle indagini indipendenti: Navalny, consegnatosi in segno di sfida al sistema carcerario del regime di Putin, fu avvelenato. A raggiungere l’obiettivo è stato il secondo avvelenamento, tanto più infame in quanto perpetrato contro un oppositore prigioniero. Il putinismo non tollera chi abbia il coraggio di sfidarlo. La morte, nel caso per esplosione in volo, era toccata anche al capo dei Wagner ribellatosi al superiore; il fatto che gli occidentali non abbiano mai avuto una buona opinione del sottocriminale al servizio del criminale del Cremlino, non muta i termini della questione.

Ciò nonostante, la notizia non dovrebbe alimentare gli assurdi propositi bellicisti che circolano nell’Unione europea. Che si venga a patti con un potere assassino, per porre uno stop a una guerra che dura da troppo tempo, non è – non sarebbe – in alcun modo un segnale di debolezza. Purtroppo la maggior parte dei dirigenti europei (tranne di recente Macron) non ci sente da quell’orecchio: essi pretenderebbero che gli ucraini finissero di immolarsi sull’altare della libertà, mentre loro li sostengono dalle retrovie. Entrare nelle trattative – non lasciandole al solo sistema di potere trumpiano, del tutto speculare a quello di Putin – sarebbe doveroso; tanto più in quanto ci sono ormai le prove di chi sia l’ex sgherro trovatosi, per uno scherzo della storia, a dirigere un grande Paese. Se l’Unione europea non smette di coltivare ottimi rapporti con gentaglia del tipo di al-Sisi in Egitto, cioè con il mandante dei torturatori di Regeni e di molti altri come lui, non si vede perché non dovrebbe trattare con Putin. La politica è fatta anche, se non soprattutto, di cose del genere: di quelle che costringono a scegliere il male minore, pur sapendo che si tratta comunque di un male.

Quando si parla di “trattare con Putin”, taluni tirano fuori lo “spirito capitolazionista” di Monaco: ma sinceramente noi questo spirito non lo vediamo affatto. Cercare nel 1938, a differenza di ciò che se ne può pensare col senno di poi, un appeasement con Hitler non era in sé un errore. Certo, gli si facevano delle obbrobriose concessioni territoriali (ai danni della Cecoslovacchia), ma in quel momento si stava cercando di evitare di finire nel baratro della guerra mondiale. Del resto le potenze occidentali, cioè Francia e Gran Bretagna, non avevano ancora compreso con chi veramente stavano trattando. Si credeva (e molti lo pensano ancora) che il fascismo italiano e il nazismo tedesco fossero dei nazionalismi estremi, intrisi del chiuso particolarismo dei Paesi rimasti indietro, che fanno la voce grossa per cercare di recuperare terreno. E anche il revanscismo hitleriano – alla luce del disastro combinato, una ventina d’anni prima, con il trattato di Versailles e con l’umiliazione della Germania – sembrava in fondo qualcosa di circoscritto. Non si era colto il punto: i fascismi erano forme di universalismo, uguali e contrarie a quello delle democrazie liberali; solo che il loro universalismo consisteva nella dominazione di una presunta razza superiore (e quando si discusse a Monaco, Mussolini si era già allineato a Hitler anche con la legislazione antisemita). Le democrazie liberali avrebbero dovuto anzitutto interrogarsi su se stesse, sul loro razzismo interno, sugli imperi coloniali che mantenevano, per comprendere a fondo chi fosse Hitler e come non cercasse di imitarne il dominio ma di superarlo.

Oggi le cose stanno in un modo diverso. Anzitutto, nel contesto attuale, la Russia, a parte il possesso dell’arma atomica, è una potenza molto meno sviluppata e forte di quanto fosse la Germania nazista dell’epoca. In secondo luogo, Putin è un revanscista e nient’altro: sogna di ricostituire, almeno in parte, quello che fu l’impero zarista e poi sovietico. Pensare che Putin non sia per nulla una minaccia (per esempio per le repubbliche baltiche, che hanno al loro interno consistenti minoranze russofone) sarebbe altrettanto sbagliato quanto ritenere che sia un Hitler dei giorni nostri. Gli manca l’ideologia precisa che aveva il Führer. Si barcamena tra accuse ridicole di nazismo verso gli ucraini e coltivazione di piccoli nazisti in casa propria. In tutto e per tutto quello di Putin è un particolarismo russo e non un universalismo: per questo le sue sono vedute limitate, e però meno globalmente aggressive di quelle di Hitler.

Il paragone insomma non regge. Anzi, proprio perché ci si sbagliò in passato, si dovrebbe evitare la faciloneria di certe comparazioni storiche. I nazionalismi sono delle brutte bestie, ma sono relativamente addomesticabili con la politica e la diplomazia; i fascismi erano dei mostri che solo una guerra mondiale, ahinoi, avrebbe potuto distruggere.

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Tagsassassinio Navalny fascismi guerra in Ucraina nazionalismi particolarismo Rino Genovese Russia universalismo Vladimir Putin

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