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Home » Articoli » Guerra aperta ad Aleppo tra le forze curde e quelle di al-Sharaa

Guerra aperta ad Aleppo tra le forze curde e quelle di al-Sharaa

La Siria è un Paese in cui gli equilibri non sembrano tenere. Il ruolo degli Stati Uniti, di Israele, della Turchia – e infine dell’Unione europea

13 Gennaio 2026 Eliana Riva  1078

Le Forze democratiche siriane (Sdf) rappresentano, dal 2012, la principale struttura militare e di sicurezza dell’autogoverno curdo nel nord e nel nord-est della Siria. La loro presenza ad Aleppo, distinta da quella nelle aree orientali, si è sempre basata su un controllo territoriale limitato ma politicamente delineato: amministrazione locale, forze di sicurezza autonome, relazioni con la popolazione civile. Un modello incompatibile con l’impostazione centralizzatrice del nuovo potere di Damasco, osteggiato apertamente dalla Turchia, che considera le Sdf un’estensione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), classificato da Ankara come organizzazione terroristica. L’annuncio del disarmo del Pkk non ha modificato la postura della Turchia, che continua a indicare la presenza curda armata in Siria come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale.

Le Sdf hanno avuto un ruolo fondamentale nell’avanzata che ha decretato la caduta di Bashar al-Assad, agendo in parallelo – e talvolta in convergenza tattica – con le forze del gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham, guidato da al-Joulani, oggi noto come Ahmad al-Sharaa, che si è autoproclamato presidente della Siria post-Assad. Il risultato è un Paese frammentato, sottoposto a pressioni esterne costanti, con Stati Uniti, Turchia e Israele come attori centrali di un equilibrio instabile.

La trasformazione di Hayat Tahrir al-Sham in “forze armate siriane” sotto la guida di al-Sharaa ha avuto un costo umano molto alto. Le milizie jihadiste, riconvertite in esercito regolare, si sono macchiate di eccidi ferocissimi contro le comunità drusa e alawita, in un’escalation settaria che ha scavato ulteriori fratture nel tessuto sociale siriano. In marzo, era stato annunciato un accordo tra il governo di transizione e le autorità curde, che prevedeva l’assorbimento delle Sdf nell’esercito regolare siriano, entro la fine del 2025. Il processo avrebbe ridefinito profondamente i rapporti di forza: per i curdi significava rinunciare a una parte dell’autonomia militare in cambio di garanzie politiche e di sicurezza; per Damasco, recuperare sovranità su territori e forze armate. Non tutti, né all’interno del movimento curdo né nel nuovo governo, vedono di buon occhio questo processo che, nella realtà, non è mai partito. L’accordo è rimasto sulla carta, mentre la pressione del governo centrale cresceva, fino a quando si è trasformata in scontro aperto.

Dopo un primo rimpallo di responsabilità, per alcuni colpi d’arma da fuoco esplosi nei pressi dei quartieri curdi – le Sdf hanno accusato le forze di al-Sharaa, mentre queste hanno attribuito gli attacchi ai curdi –, la tensione è degenerata in scontri aperti. Nei giorni successivi, le forze governative siriane hanno lanciato una serie di attacchi contro le postazioni delle Sdf, con pesanti bombardamenti e ordini di evacuazione. Damasco ha “proposto” ai combattenti curdi di ritirarsi da Aleppo; le Sdf hanno respinto l’offerta ritenendola una trappola e un’opzione non dignitosa, in pratica una richiesta di resa. La fase successiva ha visto l’intensificarsi delle operazioni: quartieri assediati, droni e artiglieria, migliaia di civili costretti alla fuga. Diverse fonti internazionali ritengono che l’11 gennaio le ultime unità delle Sdf abbiano lasciato Aleppo; l’esercito siriano ha annunciato di avere preso il controllo degli ultimi distretti curdi, ma la versione è stata contestata dai curdi stessi. Il bilancio umanitario è pesante: oltre 155mila persone sfollate da diversi quartieri della città, case distrutte, infrastrutture civili colpite. Secondo una dichiarazione rilasciata all’agenzia Afp da Elham Ahmed, capo delle relazioni estere per l’amministrazione curda locale, gli attacchi del governo centrale sarebbero stati un tentativo di far deragliare gli accordi raggiunti a marzo. Ahmed ha affermato che, comunque, le Sdf sono ancora disposte e interessate alla loro attuazione.

Sul conflitto – come sull’assetto dell’intero Paese – pesa in modo determinante l’ingerenza esterna. Le Sdf accusano la Turchia di avere sostenuto l’offensiva governativa con attacchi di droni e supporto operativo. Ankara nega il coinvolgimento diretto, ma ribadisce che la stabilità della Siria passa dal ritiro delle forze curde e dalla piena centralizzazione del potere. È una posizione coerente con la strategia turca di lungo periodo: impedire la sopravvivenza di qualsiasi entità politica curda autonoma lungo il confine meridionale.

Anche Israele gioca un ruolo importante. Nei primi giorni del 2026, a Parigi, con l’intermediazione degli Stati Uniti, è stata firmata un’intesa senza precedenti nelle relazioni tra Damasco e Tel Aviv. Un accordo fortemente voluto dal leader siriano, per aprire la strada a relazioni politiche ed economiche con lo Stato ebraico. L’intesa prevede la creazione di un “meccanismo congiunto di comunicazione”, sotto la supervisione di Washington, finalizzato allo scambio di informazioni di intelligence e a contatti militari. Un passaggio che segna l’avvio di un canale strutturato tra le parti, e che, nelle intenzioni, potrebbe evolvere in un percorso di normalizzazione tra Siria e Israele, fino a un possibile ingresso di Damasco negli Accordi di Abramo.

Ma è anche un enorme paradosso: Israele continua a occupare porzioni di territorio siriano nel sud del Paese, a bombardare obiettivi militari e civili, e a rapire cittadini siriani trasferendoli nelle carceri israeliane senza accuse formali né garanzie legali, lasciando le famiglie senza informazioni sulla loro sorte. Inoltre, con l’inizio delle violenze ad Aleppo, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha condannato pubblicamente gli attacchi contro la “minoranza curda”.

Il quadro interno siriano resta estremamente instabile. I drusi avanzano richieste di autonomia, gli alawiti protestano contro un governo che li ha già colpiti duramente, i curdi vengono estromessi militarmente da Aleppo. E in questo scenario, ignorando violenze e contraddizioni, è arrivata in Siria la delegazione guidata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal presidente del Consiglio europeo, António Costa. L’Unione europea ha promesso 620 milioni di euro in due anni, e von der Leyen ha incontrato al-Sharaa, riconosciuto come interlocutore autorevole. L’approccio europeo privilegia la stabilizzazione e l’apertura di canali economici, nonostante l’assenza di elezioni, la persistenza delle violenze settarie e la frammentazione del territorio.   

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