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Rovesciare gli ayatollah?

14 Gennaio 2026 Rino Genovese  1423

Nell’Iran del 1979 non ci fu una rivoluzione sociale, cioè non un cambiamento radicale dei rapporti tra le classi, ma di certo una rivoluzione nazionale antimperialista, con una grande partecipazione di massa nel segno di quella che Michel Foucault chiamò una “spiritualità politica” (dovendosi poi però rapidamente pentire del modo inizialmente acritico con cui l’aveva accolta). Il momento messianico presente nel regime instaurato dagli ayatollah, che in poco tempo si sbarazzarono delle componenti democratiche e progressiste presenti nel movimento rivoluzionario (Banisadr, primo e ultimo presidente veramente laico del Paese, è morto in esilio a Parigi nel 2022), ha contribuito a tenere in piedi un sistema, quello della repubblica islamica, che, comunque lo si voglia vedere, è diverso dalle almeno altrettanto oppressive monarchie assolute del Golfo, che hanno dalla loro la fortuna di essere filoccidentali e perciò sono assolte.

I forti movimenti di protesta, a ondate ormai regolari (si ricorderà quello denominato “Donna, vita, libertà”, di pochi anni fa), sono tutti finiti in eccidi e repressioni spaventose. Si può dunque ipotizzare che non vi sia, dall’esterno, un’alternativa capace di sostituire il potere della “guida suprema”, Khamenei, e della sua cerchia. Anzi, neanche si intravede un coordinamento delle lotte, per non parlare di una piattaforma politica di opposizione. In questo vuoto, è naturale che si siano levate dalla folla grida filomonarchiche, che inciterebbero al ritorno puro e semplice della dinastia di farabutti cacciata nel 1979. In assenza di una chiara alternativa, si riaffaccia qualche nostalgia per “ciò che c’era prima”.

Con questo non vogliamo dire che in Iran non siano possibili e auspicabili mutamenti significativi. Ma, dopo una serie di esperienze negative, si dovrebbe procedere con i piedi di piombo. Abbiamo del resto ancora davanti agli occhi, purtroppo, i disastri delle primavere arabe. In Siria – Paese che ha, e soprattutto aveva fino a poco tempo fa, stretti legami con l’Iran, se non altro per la presenza di una componente alawita, una forma di sciismo analoga a quello iraniano, oggi nel mirino delle vendette sunnite (vedi qui) – la guerra civile è durata più di dieci anni, e non si può dire che sia ancora davvero terminata. In Iran potrebbe andare in scena un copione simile, proprio a causa della debolezza politica dei movimenti di protesta. Altra cosa, invece, se all’interno del regime si producesse la spaccatura in grado di condurre il Paese fuori dalla cupa chiusura odierna e verso un’evoluzione positiva della repubblica islamica. Finora, però, non è accaduto, e non si può ancora dire se l’ultima rivolta possa avere successo in quel senso.

Ciò che sappiamo tuttavia molto bene è che qualsiasi intervento militare – in linea con il bullismo internazionale di Trump, oltre che con gli interessi di Israele – avrebbe l’effetto di consolidare il regime e il suo nazionalismo. Perché gli iraniani dovrebbero accettare, e magari perfino ringraziare, di essere bombardati? È d’altronde già accaduto con la recente “guerra dei dodici giorni”: il risultato è stato che Khamenei e la sua cerchia hanno potuto aggrapparsi, una volta di più, alla vecchia storia della lotta contro “il grande Satana” come il fondatore della repubblica islamica, Khomeini, definiva gli Stati Uniti. E alla fine, stando alla propaganda delle due parti, come del resto previsto (vedi qui), tutti hanno potuto cantare vittoria.

Il destino dell’Iran è e non può che essere nelle mani degli stessi iraniani. Sedici anni fa, Banisadr aveva espresso la sua soddisfazione, in un’intervista concessa in occasione di una precedente rivolta, osservando come il presidente Obama avesse, molto prudentemente, evitato di mettere becco nelle vicende interne del Paese. “Pensate – aveva detto l’oppositore in esilio – se qualcuno, uscendo di casa per manifestare (e rischiando la vita, ndr), fosse preso dal dubbio di stare andando a servire gli interessi stranieri, questa stessa persona finirebbe col restare a casa”. È quindi quanto di peggio oggi si possa fare minacciare l’Iran di un intervento militare: perché ciò non aiuta, ma distrugge, la causa di quanti sono disposti addirittura a morire affinché le cose cambino nel loro Paese.

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TagsDonald Trump Iran manifestazioni di protesta Rino Genovese rivolta

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