“Faccetta nera” è di nuovo di moda. Chissà se la Siae paga ancora i diritti alla famiglia del fu Carlo Buti, il cantante che la rese popolare. Il ritorno della celebre canzoncina di propaganda coloniale fascista pare inarrestabile. Già qualche anno fa, era possibile sentirla squillare come suoneria telefonica di apparentemente irreprensibili giovani manager, e la diffusione via TikTok, Instagram e YouTube è capillare. Per questo il piccolo scandalo scoppiato qualche giorno fa a Genova, quando la canzone è stata trasmessa dall’altoparlante di un Winterpark, è uno scandalo che si ripete ormai da tempo, e scandalizza sempre meno. Ha fatto bene la sindaca di Genova, Silvia Salis, a denunciare vigorosamente il fatto, subito supportata dall’Anpi, e a ribadire che la città è radicalmente antifascista; ma l’impressione è che si cerchi di chiudere la stalla dopo che i buoi sono da tempo scappati.
E infatti regolarmente, non solo nei periodi festivi, si riaccende la polemica ultradecennale su “Faccetta nera”. O perché qualcuno la canta, o perché qualche insegnante la fa addirittura ascoltare ai bambini a scuola. E così, dalle riunioni degli alpini ai giovani di Fratelli d’Italia, fino alle suonerie sui Frecciarossa e ai lunapark, invernali ed estivi, l’orecchiabile motivetto circola con sempre maggiore frequenza. Inutilmente, scorrono al riguardo fiumi di inchiostro, che vanno dalla condanna aperta alle spallucce o addirittura alla strizzatina d’occhio. I video della canzone si trovano online in varie versioni, e basta farsi un giretto tra i commenti per rendersi conto che chi l’ascolta spesso non ne conosce la storia. Quanto alla caratterizzazione politica, molti scrivono, con le stesse parole del giostraio che l’ha fatta risuonare a Genova, che in fondo “è solo una canzone”.
Da notare, comunque, che anche al lunapark di Sanremo, poco prima di Natale, era risuonato l’inno della propaganda coloniale fascista, e che la stessa cosa era successa precedentemente a Campobasso. Evidentemente, piace a molti gestori. Occhieggiando i commenti online si sprecano gli ovvi “fascista e fiero” e “viva il duce” o “bei tempi quelli!”. L’azzeramento della memoria giunge fino a far dimenticare che, a quanto pare, al Mascellone non piacesse “Faccetta nera”, e che avesse addirittura cercato di farla vietare. A suo avviso, infatti, inneggiava all’unione tra le “razze”, cosa inconcepibile nell’Italia imperiale, che, qualche anno dopo, avrebbe varato le leggi razziali che privavano ebrei e africani dei diritti e della vita. Per questo, forse, qualche commentatore nostalgico che cerca di rivalutarla afferma addirittura che si tratta di una “canzone inclusiva” dato che incita al “meticciato”!
Ma quali sono le ragioni dell’imprevedibile ritorno della canzoncina fascista, spesso sdoganata e inclusa in “normali” playlist? Si possono dare diverse risposte. Da tempo, alcuni ricercatori, come Miguel Mellino e Anna Curcio, hanno denunciato la rimozione del passato coloniale nel nostro Paese, rimozione che sarebbe cominciata prestissimo, nella foga di disfarsi del passato fascista, già all’indomani del 25 aprile 1945, prima ancora che nascesse la Repubblica e iniziasse la ricostruzione. E il lavoro di storici come Del Boca, sui crimini del colonialismo italiano, è stato a lungo sottaciuto o volutamente ridimensionato, e in ogni caso raramente è approdato nell’insegnamento scolastico. Basterebbe pensare al ruolo giocato al riguardo da figure come quella di Indro Montanelli.
Un’altra possibile lettura passa per l’allargamento e il consolidarsi di quell’area di “fascismo grigio” di cui parlammo qualche anno fa (vedi qui). In quell’articolo si invitava a considerare il fascismo sotto il profilo della identità socioculturale, provando a comprendere quali siano i motivi del suo perdurare e riproporsi nel nostro Paese. Tanto più in quanto esiste un retroterra, costituito da elementi del fascismo vecchio e di quello nuovo, che si ritrova anche in culture politiche che non proclamano apertamente la loro adesione ufficiale all’eredità del ventennio. Esiste, infatti, una capacità delle componenti prima descritte di riconfigurarsi all’interno di un sistema politico democratico e in un mutato contesto storico. Al di là di queste possibili spiegazioni, c’è la sostanziale equivalenza e svuotamento di significato del contenuto delle canzoni stesse, cui si bada forse più per il motivo musicale che per i testi.
Fatto sta che quel passato violento e drammatico appare completamente cancellato dalla memoria collettiva: e questo fa sì che “Faccetta nera” possa passare come “una canzone qualunque”, che certo non è. Tanto è vero che se la si canta in pubblico, in base alla legge italiana, si può incorrere in gravi conseguenze legali. L’apologia del fascismo è considerata un reato e viene punita con il carcere, una sanzione pecuniaria e l’interdizione dai pubblici uffici. Le pene possono essere ancora più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, o se è commesso a mezzo stampa. Pertanto dovrebbe essere importante prestare attenzione ed evitare comportamenti che possano essere considerati apologia del fascismo – ma pare invece che la cosa non turbi più nessuno.
D’altro canto, l’idea che ci si trovi in un’epoca nuova, in cui si può tranquillamente istituire una equivalenza tra Schlein e Meloni, che non sia poi così rilevante l’ascendenza politica, e che in fondo Mussolini non fosse poi così cattivo, pare conoscere una certa fortuna. Un qualunquismo politico malsano che non solo giustifica prese di posizione volubili e cangianti, repentini cambiamenti di casacca, ma che parla di un clima torbido, in cui anche votare “sì” o “no” a un referendum importantissimo diviene pressoché irrilevante. Sullo sfondo, il declino culturale del Paese, l’impoverimento ideale e materiale che procede indisturbato, l’afasia patetica delle giovani generazioni, imprigionate nella gabbia disorientante dei social media.
Il serpeggiare di “Faccetta nera” allora non è da sottovalutare. Appare come un monito, quasi fosse il potenziale e forse meritato inno di una possibile tristissima Italietta a venire: pezzente, ignorante, revanscista. In una bella poesia, Imperterriti, Kurt Tucholsky, il poeta della Linksmelancholie tedesca tra le due guerre, metteva alla berlina quelli che, dopo il primo conflitto mondiale, continuavano a cantare la Wacht am Rhein, l’inno nazionalista tedesco, che verrà poi recuperato dal nazismo. Diceva Tucholsky: “La storia può, certo, essere rapidissima, e la gente vuole persino essere cieca!”. E concludeva: “E allora che ci prenda pure il diavolo! E fischiettiamo di nuovo Die Wacht am Rhein!”.







