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Ancora le mani sulla città

11 Dicembre 2025 Rino Genovese  623

Il film di Francesco Rosi Le mani sulla città – al cui soggetto e alla cui sceneggiatura contribuì anche Raffaele La Capria – è del 1963. Siamo in un momento di mutamento politico: da alcuni anni era iniziata, in Italia, quella che fu detta l’“apertura a sinistra”, con i governi di centrosinistra che videro dapprima l’appoggio esterno del Partito socialista e poi l’ingresso organico di questo partito nella maggioranza. A Napoli, dopo lo scioglimento della giunta comunale monarchico-laurina nel 1958 e il successivo commissariamento prefettizio, si era arrivati, con le elezioni comunali del 1962, a una giunta composta da Dc, Pci, Psi, guidata da un sindaco della sinistra democristiana. Una soluzione da “equilibri più avanzati” (per riprendere un’espressione introdotta nel lessico politico degli anni Settanta dal socialista Francesco De Martino) rispetto a quegli stessi del governo nazionale, da cui i comunisti erano fuori. Nonostante ciò, il film di Rosi, nel finale, sembra esprimere pessimismo rispetto all’evoluzione in corso. Il consigliere comunale De Vita (interpretato magnificamente da Carlo Fermariello, nella realtà un politico comunista) denuncia in aula il “pateracchio” che si sta formando con il passaggio della sindacatura dalla destra al centro (il nuovo sindaco ha il volto di Salvo Randone), e la nomina ad assessore del costruttore edile, a sfondo criminale, Eduardo Nottola (l’attore americano Rod Steiger), trasformisticamente trasferitosi dai banchi della destra a quelli del centro per restare a galla dopo il crollo di un edificio, con diverse vittime, da lui provocato. Come dire, business as usual.

La domanda che potremmo porci oggi è la seguente: ma non è che Rosi e La Capria avessero intuito, quasi profeticamente, quello che sarebbe accaduto nella storia successiva del Paese? Nel loro film – che descrive quella che fu la realtà del gruppo affaristico riunito intorno alla figura dell’armatore Achille Lauro, che nel 1956 aveva ottenuto la maggioranza assoluta, il 51,8% dei voti – è ancora forte il ruolo dell’opposizione, incarnata dal consigliere comunale De Vita (e un ruolo del genere fu davvero svolto dalla sinistra dell’epoca), ma è come se vi fosse il presentimento che, con il passaggio della città alle amministrazioni di centrosinistra imperniate sulla Dc, nulla sarebbe veramente cambiato. La speculazione edilizia a Napoli andò avanti, in effetti, per tutti gli anni Sessanta e oltre, distruggendo in particolare la collina del Vomero, che era un polmone verde appena sopra il centro della città. Allora – Nottola lo dice nel film – si trattava di liberare a parole la gente dalle “catapecchie” in cui viveva (la parola d’ordine era “risanare”, oggi è piuttosto “rigenerare”); nella realtà delle cose le costruzioni, appunto quelle del quartiere Vomero, divennero le abitazioni, o le occasioni di investimento, della nuova borghesia del “miracolo economico” di quegli anni, che aveva visto crescere anche una città, per definizione derelitta, come Napoli.

A uno sguardo retrospettivo, si vede che ovviamente molto è cambiato nel mondo sociale napoletano e italiano. Ma non si osserva soltanto una discontinuità: nella nostra percezione, anzi, gli aspetti di continuità con il passato sono forse quelli più importanti. Certo, al tempo d’oggi le speculazioni immobiliari sono speculazioni finanziarie che mobilitano capitali molto più ingenti di quelli di una città come la Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma non si è verificata un’estinzione, quanto piuttosto un’evoluzione della specie dei Nottola, che oggi non devono neppure più preoccuparsi di controllare direttamente i gangli delle amministrazioni comunali: perché la tecno-burocrazia amministrativa è spesso, già in linea di principio, solidale con le loro smanie edificatrici indipendentemente dalla corruzione. E la procedura accelerata per trasformare miracolosamente una palazzina di quattro piani in un grattacielo (com’è accaduto di recente a Milano) si chiama Scia (Segnalazione certificata di inizio attività). Non c’è bisogno di introdurre continue varianti ai piani regolatori, che non ci sono proprio più.

C’è però ancora bisogno di esercitare un controllo sull’opinione pubblica. Questo può essere realizzato in modo puramente propagandistico (per esempio a Milano, a partire dall’Expo del 2015), e in maniera del tutto unanimistica, senza distinzioni tra maggioranze e opposizioni nelle diverse amministrazioni cittadine; tuttavia, per creare un generale clima favorevole alla speculazione edilizia, può tornare utile a livello nazionale una buona dose di demagogia e di populismo: proprio quegli elementi che, guarda caso, nella Napoli degli anni Cinquanta, cominciarono a mostrare tutto il loro potenziale di costruzione del consenso.

Achille Lauro, ex fascista, ex qualunquista, infine monarchico, fu l’inventore di un partito personale, che per un periodo si chiamò Partito monarchico popolare. Per via dei suoi contatti con l’Argentina, aveva molto presto appreso il significato del peronismo, questo populismo novecentesco che nasceva da una trasformazione dall’interno dei fascismi europei. Grazie ai soldi (la famosa scarpa data prima del voto e l’altra a elezione avvenuta), e grazie alla preminenza ottenuta con l’acquisizione della squadra di calcio del Napoli, Lauro costruì un sistema di potere che sembrava, all’epoca, espressione della tipica “arretratezza” meridionale. Non lo era. Sebbene a quei tempi si cominciasse, anche in Italia, a parlare di neocapitalismo, di società dei consumi e simili, quel paleocapitalismo di cui il “comandante” era un rappresentante, era un laboratorio politico che nel tempo, mutatis mutandis, avrebbe dato i suoi frutti palesandosi come una risorsa adatta a spingere verso un modello populista l’intera politica nazionale. Una quarantina d’anni dopo, nei Novanta, si ha il fenomeno Berlusconi.

Com’è possibile – ci si può domandare – che in uno scenario mutato, cominciando però dal mattone, passando anche qui per l’acquisizione di una squadra di calcio (il Milan) e poi con la potenza di fuoco delle televisioni, sotto una egemonia mondiale neoliberale, cioè con un neocapitalismo che aveva ormai messo il più possibile da parte l’intervento dello Stato nell’economia (a cui peraltro erano legati gli stessi democristiani, soprattutto quelli delle correnti di sinistra), siano riapparsi i tratti di un paleocapitalismo populista come quello di Lauro, nella combinazione quindi di elementi autoritari del passato con la tipica anarchia e deregulation neoliberale? E com’è possibile che ciò sia accaduto proprio al Nord, cioè in quella parte del Paese che appariva, all’epoca, come un eldorado industrializzato, terra promessa per le migrazioni della forza-lavoro dal Mezzogiorno?

Troviamo una risposta proprio nella descrizione di una realtà sociale come quella proposta dal film di Rosi: quella Napoli non fu un momento di semplice arretratezza, dovuto a un’industrializzazione ancora insufficiente o imperfetta; fu l’anticipazione di ciò che si sarebbe palesato come una napoletanizzazione dell’Italia intera. I processi produttivi contemporanei assumono aspetti analoghi, per molti versi, a quelli che caratterizzavano il clima napoletano degli anni Cinquanta: il rapporto tra il signore e i servi, quello stabilito da Lauro con i suoi clientes e postulanti, ritorna nella cancellazione del rapporto di classe nella piccola e media impresa del Nord, in cui i lavoratori e le lavoratrici sono diventati i “collaboratori” del padrone – e, per conseguenza, indotti a fare le sue stesse scelte elettorali (ammesso che vadano ancora a votare).

Questo è lo sfondo su cui collocare oggi la questione della città in Italia. Il neopopulismo contemporaneo – con i suoi molteplici aspetti, che vanno dal berlusconismo propriamente detto al neofascismo berlusconizzato, fino ai 5 Stelle prima maniera – non è affatto privo di radici, è la riattualizzazione di qualcosa che c’era già. Da un punto di vista politico, considerare questo lato della questione ha delle conseguenze. Significa che si possono fare tutte le alleanze elettorali immaginabili, tutti i campi larghi possibili, perfino le “larghe intese”, ma se non si fanno delle proposte per staccare i “deboli” dai “forti”, i poveri dai ricchi, non si arriverà a nulla; o al massimo a quelle soluzioni, come a Napoli la giunta comunale post-laurina di centrosinistra, che il film di Rosi non aveva tenuto in alcuna considerazione.

È insomma il blocco sociale della rendita urbana, e ancora degli elusori e degli evasori fiscali, dei ristoratori e degli affittacamere – in una sorta di “capitalismo dal basso” che prospera oggi sull’iperturismo, effetto di un benessere di massa a livello mondiale (senza tenere conto del “malessere” provocato all’ambiente e, in primis, proprio a città come quelle italiane) –, è questo blocco sociale che si dovrebbe cercare di disaggregare. Come? Con una proposta di politica fiscale fortemente progressiva, che metta in netto contrasto gli interessi dei ricchi e quelli dei poveri, o semplicemente meno abbienti; così da vedere se si riesca a delineare un nuovo blocco sociale che sia il contrario di quello eterno perpetuatosi grazie a una forma di laurismo elevato a principio nazionale, e in precedenza in virtù del lungo predominio democristiano, senza che le forze progressiste siano riuscite mai veramente a modificarne la natura.

(Intervento introduttivo al convegno “Città, una cosa per ricchi?”, Roma, 11 dicembre 2025, organizzato dalla Fondazione per la critica sociale).

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