In Partigiano, portami via. La stampa e l’uso politico della Resistenza, di Paola Gramigni (con una prefazione di Lidia Piccioni, L’asino d’oro edizioni, 2025), c’è una bella carrellata sulla produzione libraria, giornalistica e periodica, intorno alla guerra di Liberazione. Si parte da un’attenzione al lavoro di Claudio Pavone, premessa sicura per non perdere la bussola nel mare della retorica, del revisionismo e dei diversivi, del genere whataboutism (“e allora le foibe, e allora…”). Nel grosso libro di Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, si riconosce l’origine del superamento dell’“immagine oleografica e rassicurante della Resistenza come fenomeno unitario”. La chiave sta proprio nel recupero sul fronte antifascista del concetto di guerra civile. Sta anche nel far luce sulle componenti doppiogiochiste che attraversarono la lotta di Liberazione, e che poi, con la sua monumentalizzazione politica, beneficiarono dell’oscurità; disattenzione comoda, per loro, mentre insidiavano la vita della giovane Repubblica.
C’è un altro punto di forza. Un vero dito nell’occhio per la produzione a stampa, soprattutto quella dopo la fine del “blocco socialista”. È la denuncia del carattere aneddotico, ottuso o quasi giallistico, di certe ricostruzioni di successo (versioni romanzate, piste alternative, colpevolizzazioni, pettegolezzi). Sono quegli scritti in cui “la storia scompare, e con essa la distanza dal passato e la sua conoscenza; al suo posto resta una valanga di singoli eventi”. È preso di mira anche il cattivo uso del paradigma della memoria, diventata un feticcio da agitare per tutti gli usi.
In Partigiano, portami via troviamo un buon approfondimento, per esempio, dell’eccidio di Porzûs e del mito del “triangolo della morte”. Ma anche cose su Stay Behind, su Gladio e sul legame, mai abbastanza scandagliato, tra il fascismo di Salò e il neofascismo postbellico, che ha portato con sé la strategia del sangue. Anche le mosse manovriere di Andreotti e Cossiga, dopo la caduta del Muro di Berlino, fanno parte di questo quadro.
Ci sono puntualizzazioni su un altro mito, quello del “totalitarismo”, un utensile che serve da decenni a proporre parificazioni inattendibili tra nazifascismo e comunismo. Il fine ultimo di certe bilance truccate, osserva Gramigni, è “riabilitare tout court il regime mussoliniano, e ribaltare il verdetto che la storia della fine della Seconda guerra mondiale ha decretato”.
Dove il volume ha qualche limite, è nel rispetto troppo rigido del perimetro della questione memoriale e delle sue manipolazioni. L’autrice si rende conto del problema e si dice dubbiosa, lei stessa, sul punto se il lavoro culturale di decenni a discredito dell’antifascismo e della Resistenza possa essere stato efficace, e quanto, per spostare a destra l’asse politico del Paese. Lasciamo la risposta a chi conosce l’arcana sezione aurea, nella storia, fra “struttura” e “sovrastruttura”.
L’impostazione di fondo è buona, ma il volume dà conto di fatti importanti senza cogliere sempre tutte le loro implicazioni. Fra l’altro, si ricorda la riemersione dell’Armadio della vergogna – l’archivio sulle stragi nazifasciste insabbiato per mezzo secolo nella sede centrale della giustizia militare –, e tuttavia non si prova ad approfondire modalità, tempistica e catena causale della sua misteriosa rifrequentazione, nel 1994. Come si dà conto di una zelante discorsività memorialistica tipica degli anni Novanta – molto sospetta per quantità, pignoleria e a volte finanziamenti –, ma non si analizzano né la coincidenza con la riemersione dell’Armadio né le implicazioni con la giustizia penale e, soprattutto, con la vertenza scottante sui risarcimenti alle vittime di stragi e deportazioni, dovuti dalla Germania e mai pagati.
Non si coglie bene, insomma, il legame fra memoria strumentalizzata e giustizia mancata. Bisogna stimolare chi legge a rendersi conto dell’effetto orrendo di questo sul presente: memoria e giustizia addomesticate alla ragion di Stato, sulla Seconda guerra mondiale cioè sul passato, sono pedagogia negativa, brutto precedente che avalla l’impunità di ogni successivo crimine di guerra e contro l’umanità (Ucraina, Palestina e molto altro). È vero, d’altra parte, che il proposito del volume è approfondire la Resistenza nel lavoro culturale a stampa. Ma resta da chiedersi se non andare in queste altre direzioni tolga qualcosa a ogni studio, anche consapevole e ferrato come questo.
Dove Partigiano, portami via si fa perdonare le pecche, è nella lucida attualizzazione al quadro politico. Quando Giorgia Meloni, senza sforzo e anzi di gusto, loda Violante, si appoggia a Del Noce, invoca Galli della Loggia e ricorda le Brigate Osoppo – Gramigni ricapitola la continuità fra le Osoppo e Gladio –, la presidente del Consiglio approfitta di una sedimentazione dal chiaro sapore anni Novanta, e imprime un timbro inconfondibile: “Non più tanto la legittimazione del fascismo-regime, quanto la riabilitazione del fascismo saloino e della sua eredità raccolta dal neofascismo italiano”. Possiamo dire che in questo, cioè nel chiarimento di come il falso patriottismo dell’attuale maggioranza governativa sia debitore del lato peggiore del Novecento italiano – guerra civile scatenata dalla estrema destra sin dal 1919, rifiuto della Resistenza e della sua moralità, ripudio della lotta di classe ma non del bellicismo – si devono riconoscere le migliori qualità di Partigiano, portami via e le ragioni per frequentare il frutto di questa ricerca.
In fondo, chi è nutrito dagli insegnamenti di Pavone e sente sue le chiose più lucide di Giorgio Bocca cammina sulla buona strada.







