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Cosa rimane della rivoluzione di Franco Basaglia?

Un libro a quattro mani ricostruisce il contesto da cui scaturì l’abolizione dell’istituzione manicomiale. Una battaglia lungi dall’essere vinta

12 Novembre 2025 Marco Santopadre  514

Cosa resta della rivoluzione di Franco Basaglia, tuttora fonte d’ispirazione per i movimenti che si battono per il rinnovamento e l’umanizzazione della cura della salute mentale in tutto il mondo? A questa domanda, con una scrittura fluida e coinvolgente, prova a rispondere il libro Franco Basaglia. Passato e presente di una rivoluzione, di Ludovica Jona ed Elisa Storace (edito da Sperling & Kupfer), scaturito dal podcast “Tutta colpa di Basaglia”, prodotto in precedenza dalle autrici.

I pregi del libro sono essenzialmente due. Anzitutto, è il frutto di un lungo e articolato lavoro di ricerca e di inchiesta sul campo, che ricostruisce il contesto storico, politico e sociale al cui interno nacque e si sviluppò, dagli anni Sessanta, il movimento guidato da Franco Basaglia. Preziose, da questo punto di vista, le testimonianze di alcuni tra i protagonisti – medici e attivisti, ma anche pazienti – della stagione che condusse all’approvazione della Legge 180 (che pure i basagliani considerarono un compromesso, solo un punto di partenza) e alla chiusura dei manicomi. Di particolare interesse i passaggi in cui il testo segnala i momenti in cui la lotta per l’estensione dei diritti civili anche ai “matti”, intersecò le mobilitazioni degli studenti e la lotta di classe. Avvenne, per esempio a Colorno, centro della Bassa parmense di appena ottomila abitanti, dove c’era un ospedale psichiatrico, con mille degenti e trecento tra operatori sanitari e addetti. Nell’aprile 1968 i lavoratori del manicomio “organizzano uno sciopero, sfilano per le vie della città indossando le camicie di forza e mostrando gli strumenti di coercizione utilizzati sui degenti. (…) Un gruppo di studenti di medicina (…), già volontari nell’ospedale psichiatrico, decidono di occuparlo. È il 2 febbraio 1969, e quella di Colorno è la prima occupazione della storia di una struttura psichiatrica. (…) Ne nasce lo slogan: ‘il figlio del ricco è esaurito, il figlio del povero è matto’”.

Molti anni dopo, nel 1983, alcuni basagliani di Roma, alla ricerca di appartamenti in cui collocare i pazienti da reinserire nella società, occupano un alloggio del Comune non assegnato, spacciandosi per operai dell’Acea incaricati di controllare i termosifoni. Con l’aiuto del Partito comunista e di Democrazia proletaria, e la collaborazione dei vicini, l’appartamento viene ristrutturato e reso abitabile, strappando all’amministrazione comunale l’assegnazione al Dipartimento di salute mentale.

A partire da un punto di vista critico e disincantato, per quanto improntato alla speranza e alla ricerca di un’alternativa, l’analisi oggettiva della realtà non può non constatare il parziale fallimento, a causa dello svuotamento sostanziale dello spirito e degli obiettivi della legge approvata il 13 maggio 1978. Ed è questo l’altro punto di forza del libro di Jona e Storace. Le due giornaliste ci mettono a disposizione un lavoro lontano dai toni celebrativi e spesso agiografici che hanno caratterizzato molte delle pubblicazioni uscite nel 2024, in occasione del centenario della nascita dello psichiatra veneziano, e quindi assai più utile alla comprensione del pensiero di Basaglia e dello stato attuale dei servizi psichiatrici in Italia.

La raccolta dei dati, le interviste a operatori, pazienti e familiari, realizzate in diversi territori della penisola, ci restituiscono un quadro abbastanza fosco. Da un lato, la mancanza di investimenti e di finanziamenti sguarnisce di personale i reparti ospedalieri e i servizi territoriali, azzoppando uno degli aspetti fondamentali della concezione basagliana; dall’altro, la disumanizzazione dei pazienti e il dogma della contenzione, fisica e farmacologica, rappresentano ancora i pilastri della cura del disagio mentale, nell’ambito di un’evidente tendenza alla restaurazione delle logiche e delle pratiche manicomiali.

“Questo libro chiarisce immediatamente (…) quanto la contenzione fisica o farmacologica sia la norma nella maggioranza dei centri e delle cliniche, non solo psichiatriche: nei reparti ospedalieri con personale sottodimensionato che semplicemente non riesce a seguire i degenti; negli ospizi e nelle Rsa che costringono gli anziani nei letti ‘per il loro bene’ e per la tranquillità amministrativa e assicurativa degli istituti; nei Cpr dove immigrati e richiedenti asilo, incarcerati in condizioni insostenibili, vengono diagnosticati spesso senza alcuna conoscenza della loro lingua e cultura e dei traumi fisici e psicologici che hanno subito”: così riassume Franco Basaglia, omonimo nipote del capofila del movimento che abbatté, anche fisicamente, i muri dei manicomi per restituire gli internati alla società.

I servizi di diagnosi e cura che non utilizzano contenzioni di nessun tipo – spiegano le autrici sulla base di un certosino e non facile lavoro di raccolta dei dati – rappresentano soltanto un 5% del totale. Riunite nella Rete No Restraint, queste realtà si concentrano soprattutto in alcuni territori virtuosi (come quel Friuli-Venezia Giulia dove Basaglia iniziò la sua battaglia), e incarnano un modello da coltivare ed estendere. Esattamente come i progetti di co-housing, che, con l’obiettivo di fornire una residenzialità ordinaria ma protetta, mirano a restituire autonomia a coloro che, a causa del loro disagio mentale, sono spesso trattati dal sistema psichiatrico come oggetti. O come i servizi territoriali, aperti ventiquattr’ore su ventiquattro e sette giorni su sette, fondamentali per non scaricare sulle famiglie tutto il peso che l’assistenza a un parente in difficoltà comporta, e indispensabili per non gettare i pazienti in pasto alla vorace “industria della follia”, costituita da quelle cliniche convenzionate in cui si riproduce l’orrore che i basagliani denunciarono decenni fa.

Il progetto del podcast, e poi del libro, è nato proprio dalla frequentazione di una di queste cliniche convenzionate dove era ricoverata una parente di una delle autrici. “Ho frequentato per anni alcune residenze psichiatriche convenzionate con la Regione Lazio. Lì ho incontrato donne e uomini imbottiti di psicofarmaci, con il passo strascicato e le movenze da automi. (…) Ho assistito all’inesorabile disfacimento di alcuni di loro: sempre più gonfi e privi di ogni volontà, aspirazione, dignità. Persone di 40 o 50 anni che ho visto per terra, bagnate della propria urina, il cui odore pervadeva spesso i corridoi” – racconta Jona. Una situazione, suggerisce il libro, che non può essere superata senza un’ampia alleanza sociale e politica che accompagni e potenzi l’alleanza terapeutica necessaria a migliorare i servizi. Una “alleanza mai necessaria come oggi, quando da un lato si parla di epidemia di disturbi mentali, soprattutto tra gli adolescenti, e dall’altro i pochi servizi funzionanti vengono attaccati e smantellati da amministratori di parte spesso per sola speculazione politica” – scrive Basaglia nell’introduzione.

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