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Venti di guerra in Moldavia

La regione separatista filorussa della Transnistria come il Donbass?

14 Agosto 2024 Vittorio Bonanni  4800

(Questo articolo è stato pubblicato il 7 marzo 2024)

La Moldavia tra Mosca, Bruxelles e la Transnistria. Ne avevamo parlato quasi un anno fa (vedi qui), e da allora, come facilmente prevedibile, visto il proseguimento della guerra tra Russia e Ucraina, è tutto peggiorato. La situazione della Repubblica moldava della Transnistria ­– è il nome esatto di questa striscia – che nessuno ha mai riconosciuto, neanche Mosca, rischia di far saltare un banco già molto complicato. Lo scorso 28 febbraio, infatti, il presidente Vadim Krasnosel’skij ha chiesto aiuto al presidente russo Vladimir Putin, che non ha mai mancato di riconoscere le velleità indipendentiste della regione, considerata una sorta di Donbass moldavo.

Il timore dei transnistriani riguarda le mire egemoniche moldave sulla piccola regione – 4163 chilometri quadrati, 455.700 abitanti, capitale Tiraspol –, e il conseguente allargamento del conflitto, che però le autorità moldave smentiscono. Lo scenario si è complicato nel febbraio dello scorso anno, quando Putin ha revocato un decreto del 2012 che, pur garantendo gli interessi russi in quell’area, “in relazione ai cambiamenti nelle relazioni internazionali”, sosteneva in parte la sovranità della Moldavia sulla Transnistria, favorendo così un equilibrio che poteva soddisfare tutti: la Russia, da un lato, e gli Stati Uniti e l’Unione europea, dall’altro. Bei tempi – verrebbe da dire –, archiviati però con l’apertura del conflitto russo-ucraino, e già messi a dura prova dalla guerra del Donbass del 2014.

Durante l’Unione sovietica, di cui faceva parte, la Repubblica autonoma moldava era caratterizzata da un’economia importante, e la maggior parte delle industrie era concentrata appunto nella Transnistria, mentre nell’ovest del Paese prevaleva un’economia agricola. Oggi la piccola regione è sede piuttosto di traffici illegali di ogni genere – dalla droga alle armi –, gestiti dalla mafia russa. In questo contesto torbido, a farla da padrone è la holding Sheriff dell’oligarca Igor Smirnov, che controlla ogni settore dell’economia, e ha anche una squadra di calcio che ha partecipato alle principali competizioni europee confrontandosi con squadre come il Real Madrid e l’Inter. I rischi che correrebbe questo impero economico, a causa di un’eventuale estensione del conflitto, costituiscono la ragione principale della neutralità che la Transnistria vorrebbe mantenere, sia pure continuando a contare sugli aiuti russi – nel territorio ci sono dai mille ai quattromila soldati della Federazione –, senza dimenticare che un quinto della popolazione proviene dalla vicina Ucraina. A rendere ancora più complessa la situazione, è la presenza, nel territorio separatista, di una vera e propria santabarbara, con missili e munizioni che, se esplodessero, potrebbero fare l’effetto di un’atomica. Un arsenale di origine sovietica, che magari farebbe gola agli ucraini, oppure potrebbe indurli alla sua distruzione per non vederlo finire in mano russa.

Siamo di fronte quindi a un vero e proprio ginepraio, anche se sono proprio le autorità moldave a tentare di smorzare la tensione, o almeno a provarci. Per Chișinău (capitale moldava) l’aiuto di Mosca chiesto dai separatisti è qualcosa di “puramente propagandistico, che non costituisce una minaccia di escalation”, come ha dichiarato il rappresentante del governo, Daniel Voda, secondo quanto riportato da “Ukrainska Pravda”. “Questo evento è stato pianificato da coloro che si trovano sul lato sinistro del Dniester e dal Cremlino. Non vediamo un pericolo di destabilizzazione. Osserviamo molto da vicino e ripetiamo che anche questa regione vuole pace e sicurezza”, ha affermato Voda. Un tentativo di smorzare la tensione, confermato dalle parole del ministro degli Esteri della regione separatista, Vitaly Ignatiev, il quale ha sottolineato che si tratterebbe “prima di tutto di una richiesta di sostegno diplomatico”: “Diciamo che la Russia è un garante responsabile per la soluzione del conflitto in Transnistria”, il che del resto aveva già dimostrato nel 2012.

In questo contesto, resta il desiderio moldavo di entrare nell’Unione europea, trasformatasi ormai in una sorta di rifugio antirusso, oltre a essere la patria di alcuni paradisi fiscali. Naturalmente, come per l’Ucraina, non sono poche le condizioni che dovrebbe rispettare la Moldavia, la cui popolazione, o almeno una sua parte consistente, si è resa protagonista negli ultimi mesi di manifestazioni a favore dell’ingresso nell’Unione. Un desiderio contraddetto, tuttavia, sia dalla pesante crisi economica, che ha ridotto quasi alla fame una popolazione già in difficoltà (la Moldavia è il Paese europeo più povero e in via di spopolamento), sia dal timore di essere presi in uno scontro simile a quello ucraino, a cui sarebbe preferibile una più saggia collocazione neutrale.

Il malcontento era stato cavalcato dal partito filorusso Sor, che aveva organizzato con successo una grande manifestazione lo scorso anno. Questa contesa, tra l’Europa da un lato e la Russia dall’altro, che divide drammaticamente il Paese, si è riprodotta plasticamente nelle elezioni locali dello scorso novembre, quando si sarebbe verificata una pesante interferenza russa – ancora più preoccupante, se consideriamo che nel prossimo autunno sono previste le elezioni presidenziali –, a cui il governo ha risposto mettendo al bando proprio il partito filorusso, dopo che il suo leader, l’oligarca Ilan Shor, è fuggito in Israele a seguito di una condanna per truffa. In quest’ultimo appuntamento elettorale, il partito Azione e solidarietà (Pas) della presidente europeista, Maia Sandu, ha ottenuto il 40% dei voti e il 32% dei sindaci, senza aggiudicarsi tuttavia nessuno degli undici comuni principali, compresa la capitale, dov’è stato rieletto l’ex socialista Ion Ceban, fondatore del Movimento nazionale alternativo (Man), altra formazione che si può definire non ostile all’Europa.

L’esito delle presidenziali, alle quali si ripresenterà come favorita Sandu, è però tutt’altro che scontato: a parte lo storico Partito socialista moldavo, tradizionalmente filorusso, la presidente dovrà vedersela appunto con Ceban. Un eventuale successo del sindaco della capitale potrebbe far ricoprire alla Moldavia un ruolo europeista ma non troppo, sottraendola così a una tragica logica dei blocchi. Ma non c’è da essere troppo ottimisti al riguardo. Tra pochi mesi, ben poco sarà cambiato tra Kiev e Mosca: e questo non potrà che favorire una drammatica polarizzazione nel Paese, con un’Europa al solito inerte di fronte a un destino che appare ineluttabile.

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