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Home » Interviste » L’utopia ludica del Teatro dell’Oppresso

L’utopia ludica del Teatro dell’Oppresso

“Il teatro è una forma di conoscenza; dovrebbe e può essere anche un mezzo per trasformare la società. Il teatro può aiutarci a costruire il nostro futuro, piuttosto che aspettarlo”. Scriveva così Augusto Boal, regista brasiliano ideatore del Teatro dell’Oppresso. Olivier Malcor, filosofo franco-olandese, ci parla della sua esperienza ventennale con questo metodo

12 Gennaio 2024 Rossella Lamina  1090

Il Teatro dell’Oppresso è un sistema complesso, creato da Augusto Boal negli anni Sessanta del secolo scorso su ispirazione del pedagogista Paulo Freire. L’insieme delle tecniche elaborate nel tempo da Boal mira a comprendere e scardinare i meccanismi di potere stimolando la presa di coscienza da parte dello spett-attore, protagonista attivo con il pensiero e con il corpo. Arrestato e torturato dalla dittatura militare nel 1971, Boal lavorò poi da esule in Argentina e in Francia. Anche dopo la sua morte (2009) il Teatro dell’Oppresso continua a essere studiato e praticato in tutto il mondo.

Dell’attualità della visione di Boal parliamo con Olivier Malcor, filosofo franco-olandese che da vent’anni lavora con il Teatro dell’Oppresso. Malcor ha realizzato progetti TdO in Africa, Asia e America latina; dal 2008 vive a Roma, dove ha fondato la compagnia PartecipArte. Di recente ha preso parte a “Urgenze ­­– Festival diffuso di immersioni teatrali”, promosso dall’assessorato alla Cultura di Roma Capitale e curato dal NaufragarMèDolce, compagnia indipendente da lungo tempo attiva per restituire al teatro “il senso di arte sociale, punto di aggregazione e di riflessione della comunità su se stessa”, promuovendo spettacoli anche in luoghi non teatrali: cortili, giardini, piazze e persino abitazioni private (qui il sito per conoscerne le iniziative). A “Urgenze”, nel quartiere di San Basilio, Malcor con PartecipArte ha proposto Brucio d’amore, spettacolo in cui il pubblico può intervenire in scena quando vuole, per analizzare la rappresentazione, interromperla, o per cambiarne la storia. Ha inoltre condotto Conosciamo il Teatro dell’Oppresso, una due giorni di workshop intensivo aperto alla cittadinanza.

Olivier, tu non vieni da una formazione strettamente teatrale. Cosa ti ha attratto al Teatro dell’Oppresso?

Già mentre studiavo filosofia in Francia lavoravo con i ragazzi nelle periferie, dove a un grosso problema postcoloniale si uniscono altre dinamiche, come quelle determinate dal patriarcato. Alcune situazioni erano talmente problematiche che, se non utilizzavi strumenti creativi, i ragazzi ti mettevano dei muri davanti. Così mi sono messo alla ricerca di metodologie diverse e la pedagogia dell’oppresso è quella che più mi ha parlato. Invece di porti come l’insegnante che sa tutto, chiedi alle persone: qual è la vostra realtà? Quali sono i vostri problemi? Come si potrebbero trasformare? Insomma, ci si insegna reciprocamente, si costruiscono dei saperi collettivi. In seguito, fra il 2000 e il 2003, ho viaggiato per l’America latina dove ho conosciuto esperienze molto forti e creative. Per esempio le iniziative di Antanas Mockus (sindaco di Bogotà nel 1995-1998 e nel 2001-2004, ndr), che mise mimi e clown a gestire il traffico al posto dei poliziotti e creò dei rituali pubblici per permettere alle persone che avevano subito violenze di non continuare a loro volta a riprodurle. Poi, nel 2004, sono tornato a Marsiglia, dove le femministe avevano fatto un grosso lavoro sistemico, e ho lavorato con un centro antiviolenza. Ho cominciato a usare il Teatro dell’Oppresso in scuole dove, a detta dei media, nemmeno la polizia poteva entrare. Noi, invece, siamo entrati col teatro e gli spettacoli funzionavano tantissimo. Da filosofo mi sono reso conto che, più che dare delle risposte, più che insegnare Heidegger o Nietzsche, è interessante chiedere alle persone di elaborare delle buone domande: domande che permettano di trasformare la propria realtà.

A Roma hai lavorato in periferie come Corviale, Quarticciolo, San Basilio. Com’è stata l’esperienza in questi quartieri?

A volte, come a Corviale, abbiamo fatto interventi in modo del tutto volontario. Altre volte abbiamo realizzato progetti con le amministrazioni, come nel 2008 all’ex IX Municipio, dove con il TdO è stato votato il bilancio partecipativo. Invece di litigare per ore con le parole, i cittadini hanno usato i propri corpi per mettere in scena sia i problemi del territorio sia le possibili soluzioni. Con i corpi si va dritti al punto: così abbiamo raccolto centouno proposte, di cui quarantotto approdate ai tavoli di fattibilità e tutte realizzate dall’amministrazione di Susy Fantino, allora presidente del Municipio. Sempre in tema di bilancio partecipativo, in seguito abbiamo realizzato un laboratorio nell’ex III Municipio per raccogliere proposte da persone di solito poco presenti alle assemblee di quartiere, come disabili, rifugiati, studenti. Purtroppo queste esperienze, tanto celebrate all’estero, qui sono state comunicate poco. Proprio di recente è finito un progetto al Quarticciolo su gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili, realizzato in collaborazione con la Asl. Ho lavorato tantissimo in una scuola vicino a via Palmiro Togliatti, che è una strada di sesso a pagamento. Abbiamo scoperto che i ragazzi andavano con le prostitute senza usare i preservativi. Questo ci è sembrato proprio un problema di sanità pubblica e abbiamo pensato di spiegare come si mettevano i preservativi, invitando i ragazzi ad allenarsi a casa. Questo invito ha scandalizzato molto, e quindi il progetto purtroppo è finito lì.

Il TdO si è confrontato anche con l’oppressione esercitata dai media. Sbaglio se dico che intende ribaltarla in modo ludico?

Boal voleva una lettura critica dei media. Lui insisteva sull’etimologia del termine “informare”, che vuol dire “dare forma”, cioè “inserire una forma di pensiero”. Cercava dunque di far domandare alle persone: che cosa mi vogliono far pensare con questo articolo? Così ha sviluppato l’insieme delle tecniche del “Teatro Giornale”, dove il teatro serve a creare un distacco critico mostrando come il giornalismo non parli di fatti ma di interpretazioni. Boal prendeva spesso questo esempio dei governi di destra o fascisti, che quando annunciano le politiche di austerità (sempre per i poveri, non per le élite e i padroni) ci dicono che bisogna stringere la cinghia. Così, mentre qualcuno leggeva l’articolo di giornale con le parole del governo, gli altri lo mimavano: c’era chi si stringeva la cintura mentre accanto c’erano gli altri che si stavano abbuffando.

Allora, per te è possibile che il TdO cambi le persone e le dinamiche di potere?

Partirei dalla mia esperienza personale. Nel 2006 mi sono concentrato sul metodo del TdO, seguendo una formazione specifica. In passato il femminismo non mi interessava e per me non esisteva la violenza maschile sulle donne. Dato che io avevo subito violenza da parte di mia madre, per me le donne erano violente, punto e basta. Nel 2007, durante una formazione di TdO, feci un esercizio (che di recente ho proposto anche a San Basilio, dove è stato molto forte) in cui con il corpo devi rappresentare la statua di un uomo, poi quella di una donna, e poi devi trasformarti al rallentatore dall’una all’altra. Questa trasformazione per me fu un’esperienza molto intensa: il mio corpo si è proprio sciolto e mi sono reso conto che ero pompato, costruito in una finzione. Ho potuto cominciare a decostruire dei vecchi copioni e a ricostruirne dei nuovi. Quindi, per me ha funzionato. Sono passato da essere un maschilista a una persona che cerca il maschilismo nella propria vita. Per esempio, la presenza nello spazio pubblico: noi maschi lo occupiamo tantissimo a livello di voce, a livello di tempi di parola e anche con i nostri corpi. Insomma, ho cominciato a fare veramente i conti con tutto questo grazie al TdO. Poi ho visto i cambiamenti nelle scuole. Ho visto i ragazzi salire correndo sul palco per interrompere una scena di stupro collettivo, o trovare finalmente un metodo per affrontare tante altre situazioni pesanti. Ho visto ragazzi che insegnavano e insegnanti che rimanevano a bocca aperta… E quindi sì, ci sono i cambiamenti. Anche se non è sempre così, non sempre funziona.

Mi viene da pensare al Teatro dell’Oppresso come a un gioco in cui l’utopia diviene qualcosa di concreto…

Ultimamente manchiamo di utopia, che però per me è sempre a portata di mano. Il patriarcato inquina le nostre vite, ma ogni giorno puoi decidere di disertare il patriarcato, cercare di liberarti delle sue strutture e cominciare a goderti la relazione con le persone intorno a te. Giocando, puoi ridefinire l’insieme delle regole e decidere su cose fondamentali: il gioco è proprio questo momento di utopia diventata concreta.

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