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Un manifesto di diritti, una lotta di potere

Osservazioni sulle proposte per bonificare il mondo digitale avanzate dal Forum delle disuguaglianze

24 Aprile 2023 Michele Mezza  1072

“La modernità è un patto”. È la sfolgorante definizione di Yuval Noah Harari, il brillante analista dell’evoluzione antropologica dell’Università di Gerusalemme, che troviamo nel suo Homo Deus (Bompiani, 2017). Un patto sociale che caratterizza fin dal suo nascere il processo di trasformazione tecnologica, dal primo bastone che l’uomo impugnò da raccoglitore-cacciatore, fino agli algoritmi generativi di ChatGPT. Un patto fra dominanti e dominati, ci dice Remo Bodei nel suo ultimo testo intitolato appunto Dominio, pubblicato poco prima della sua scomparsa. Oggi, aggiornando i contraenti di quel patto, possiamo dire fra calcolanti e calcolati, individuando proprio nella potenza di calcolo la matrice della governance sociale. In questa logica, il manifesto “Liberare la conoscenza per ridurre le disuguaglianze”, promosso dal Forum delle disuguaglianze, aiuta a uscire dalla sensazione di impotenza e inerzia che sta paralizzando la politica da tempo, lasciando spazio agli ingegneri biologici e sociali alle dipendenze dei pochi gruppi monopolisti che si contendono il mercato. Sembra, però, che siamo solo all’inizio del percorso, e segnalo di seguito alcuni punti su cui mi piacerebbe poter discutere con i firmatari del manifesto.

Il primo aspetto da approfondire riguarda la natura e l’articolazione di questo mondo in cui ci stiamo evolvendo come specie umana. Il centro di questo sistema di saperi applicati non sono gli apparati industriali, che realizzano le soluzioni, ma proprio il calcolo in sé. È l’algoritmo come espressione processuale – quella che Galloway definisce “l’unica espressione umana che convertendo il significato in comportamento è inconsapevolmente eseguibile” – e mai come invenzione separata, che segna la differenza fra calcolanti e calcolati.

Non a caso un algoritmo non è un oggetto brevettabile, proprio perché si inserisce sempre e comunque in un’opera collettiva, storicamente documentata. Allora il punto socialmente discriminante riguarda non la capacità di rispondere app su app, dispositivo su dispositivo, come hanno deciso di fare i cinesi in un’economia chiusa, che permette loro un’autarchia tecnologica, quanto di sovvertire il carattere riservato e proprietario di questa forma di produzione che è appunto il calcolo. Come il design è un primato italiano, così la creatività matematica difficilmente potrà essere contesa al mosaico etnico americano.

La potenza di calcolo privata deve essere bilanciata da una forza pubblica almeno equivalente nella sua capacità prescrittiva, così come scrive Frank Pasquale nel suo Black Box Society (vedi qui): “Gli algoritmi possono essere resi più trasparenti, ma solo se la legge consente a tutti di esaminarli e metterli in dubbio”. Se uno Stato non produce senso, come si fa ad avere senso dello Stato? Si chiede Mariana Mazzucato, nel suo Il valore di tutto (edito da Laterza). Oggi produrre senso vuol dire appunto, come scrive Fabrizio Barca sull’“Espresso” del 24 aprile 2023, “liberare la conoscenza dalle gabbie in cui viene racchiusa”. Liberarla, appunto, non moltiplicare le gabbie. Lo Stato deve essere impresario e non imprenditore dell’incessante azione di meticciato digitale. Certo, più gabbie meglio che poche gabbie, tanto più se gestite da pochissimi impresari; ma rimane pur sempre un’asimmetria, foss’anche lo Stato democratico a esercitarla. Il nodo che proprio la rivoluzione informatica alle sue origini – dal free speech di Mario Savio al free soft di Richard Stallman – esibì con forza, sta nel carattere di bene comune delle progettazioni digitali e, prioritariamente, dei dati. Perdemmo politicamente quella partita a metà degli anni Settanta, quando fu imposta la privatizzazione del software, nell’indifferenza di chi sfilava al grido di “centralità operaia”.

In questo campo, quello di una nuova architettura sociale e istituzionale delle relazioni digitali, il legame fra utopia e concretezza è strettissimo, come ci mostrano i provvedimenti della stessa vituperata Unione europea. Il Dgpr, il Dms o il Dsa, e ancora la carta dell’etica digitale, sono strumenti che intralciano il dominio unilaterale dei padroni delle piattaforme – come l’esile intervento del garante sulla privacy italiano è riuscito a dimostrare (vedi qui). Diventa allora centrale l’aforisma del pedagogo cattolico, Jean-Baptiste Henri Lacordaire, della prima metà dell’Ottocento, secondo il quale “fra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che libera”, con buona pace anche di molti libertari di sinistra, che oggi si ritrovano sotto l’ala protettrice di Google o Microsoft.

Ma la legge è un presupposto, non risolve. Con una battutaccia, gli interventi sollecitati dal manifesto promosso dal Forum delle disuguaglianze sono in qualche modo l’equivalente dello statuto dei lavoratori del 1970; ma il problema è capire chi è che fa la Flm? Chi prolunga sul territorio, nelle comunità, nelle aziende o nelle scuole, la lotta contro il dominio monopolista del sapere molecolare?

Le norme, in questo campo, sono insomma sempre inadeguate e, nel migliore dei casi, preliminari, mentre solo una spinta sociale è in grado di ingabbiare, questo sì, gli istinti animaleschi del capitalismo predatorio – come si vide appunto dopo l’autunno caldo, quando, se non ci fossero stati i consigli di fabbrica e di zona, quelle prerogative fissate dallo statuto sarebbero rimaste sulla carta. E allora eravamo in una fase in cui i processi industriali si misuravano in decenni, al massimo quinquenni. Oggi si realizzano con un ritmo trimestrale. Per questo, la pervasività di tecnologie neurali che interferiscono in ogni ambito della nostra esistenza individuale, insieme alla velocità frenetica del cambiamento dei paradigmi tecnici, rendono le norme inadeguate. Come recita un vecchio proverbio africano: per cacciare i ghepardi non si deve inseguirli nella savana, ma aspettarli agli stagni, quando vanno a bere. Gli stagni sono la ricerca, nel passaggio da quella di base a quella finalizzata, in cui si indirizza e si ingabbia il sapere, privatizzandone i fini, e le applicazioni, dove il dominio psicosociale si realizza intervenendo nei nostri linguaggi.

In questi ambiti – le nuove vere fabbriche in cui si produce valore – si interviene solo mediante interfacce negoziali. Il buco nero che ci sta ingoiando, in questo universo digitale – dove la tracciabilità di ogni nostra attività vitale viene tracciata, elaborata e confiscata da pochi oligopolisti, che possono così ridimensionare ogni attitudine alla resistenza e all’autonomia individuale – non è tanto la mancanza di campioni nazionali o europei dell’informatica, ma luoghi, pratiche e culture conflittuali che ridisegnino il processo innovativo. Non ci manca un Iri dell’algoritmo, ma una percezione degli interessi comunitari nel mettere mano ai corredi etici e linguistici dei dispositivi che usiamo. Viviamo in un deserto sociale, in cui non ci sono forme dialettiche fra calcolanti e calcolati. La techne senza polemos è un inferno – lo spiegava già Eraclito. Bisogna innovare l’innovazione, ci dice ancora Harari, modificando le geometrie produttive e distributive dei processi digitali.

E questo vale anche per il mondo sanitario. Barca, nell’intervento citato, ricorda lo strangolamento che abbiamo subito con i vaccini. Eppure quelle erano aziende anche europee. Mancava una presenza pubblica, che imponesse vincoli e regole, da una parte, e, dall’altra, che intervenisse nell’elaborazione e verifica dei protocolli dei farmaci. Ricordiamo cosa fu la lotta contro la nocività in fabbrica, l’esperienza di Giulio Maccacaro, le pratiche di massa delle centocinquant’ore per alfabetizzare i delegati sui ritrovati scientifici. Nella pandemia abbiamo perso clamorosamente l’occasione di usare la tragedia e il dolore di decine di migliaia di vittime per rendere trasparente e condiviso il sistema di ricerca e di applicazione dei vaccini. Una sconfitta politica, subita dalla stessa sinistra che governava in Europa e in Italia.

La stessa inerzia oggi: i congressi della Cgil, o del Pd, o – per citare una realtà certo non marginale sul tema – dei giornalisti (vedi qui), hanno ignorato completamente l’impatto sociale e gerarchico del fenomeno di un decentramento di massa verso l’individuo dell’intelligenza artificiale, gestito però solo dai proprietari. Il punto riguarda dunque il soggetto negoziale. Chi deve aspettare agli stagni i ghepardi? Il dibattito su questo deve ancora partire. Nessuna delle esperienze del passato ci può aiutare: i lavoratori, i consumatori o gli utenti, sono categorie inefficaci. Il presupposto è che bisogna trovare soggetti in grado di fare male all’avversario, altrimenti non ci si siede al tavolo negoziale.

 Si intravedono tre possibili soggetti. Il primo sono le città, le grandi e medie metropoli, che stanno gestendo, con le smart city, il trasferimento dalla sfera pubblica a quella privata, di servizi e poteri. Gran parte dei fatturati degli Over-the-top proviene da questa strategia globale. Le città potrebbero essere controparti, come lo furono negli anni Sessanta, al tempo dello scontro con la speculazione immobiliare. Allora furono inventati i piani regolatori del territorio. I partiti cominciarono ad acquisire saperi e competenze, gli architetti e gli urbanisti diventavano dirigenti politici. Oggi si deve parlare di piano regolatore delle intelligenze e delle memorie, adeguando partiti e movimenti a queste priorità, con una trasformazione dei profili organizzativi e dei gruppi dirigenti.

Il secondo soggetto sono le università, comunità di peso che rappresentano sia gli utenti dei sistemi digitali sia i validatori. Le università possono diventare centri di controllo e di verifica della ricerca e di supporto alla riprogrammazione degli algoritmi. Certo, per fare questo non possiamo accettare che i principali atenei italiani siano finanziati e sponsorizzati proprio dai brand che dovrebbero essere controllati. Non a caso il Sessantotto nacque proprio dalla rivolta delle università contro il complesso militare-industriale che colonizzava i campus. Negli Usa le università, persino quelle private, sono oggi in prima linea, sostenendo le vertenze dei dipendenti del settore etico cacciati, contemporaneamente, dai principali gruppi tecnologici – Microsoft, Google, Amazon e Facebook – per i loro rilievi critici. Questo è un conflitto moderno.

Il terzo soggetto sono le categorie professionali, a livello europeo e nazionale: giornalisti, medici, giuristi, ingegneri, pubblici funzionari. Sono loro nella trincea dell’automazione di decisioni e valutazioni discrezionali. In particolare nella sanità. È proprio lì che si gioca la vera partita, come dice Craig Venter, “nella riprogrammazione della vita umana, altro che social”.

Secondo questa logica non solo avremmo una bonifica della giungla digitale, ma si arriverebbe a una reale distribuzione di ruoli e funzioni, rendendo i calcolati protagonisti e non sudditi. Come scrive Michael Lind in La nuova lotta di classe (Luiss editore), “se alla ridistribuzione dei redditi e dei beni non si accompagnasse la ridistribuzione del potere, i sentimenti di impotenza che scatenano buona parte della rabbia dei ceti popolari resterebbero ad alimentare le ondate populiste”.

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