Bandito. “Persona messa al bando dalla legge, brigante, e in particolare chi commette rapimenti, assalti a mano armata e altri delitti, da solo o, più spesso, come membro di una banda organizzata sotto la guida di un capo” (dalla enciclopedia Treccani online). La domanda è: sono banditi? Qualunque giudizio si voglia dare sulle spettacolari e discusse proteste ambientaliste del gruppo “Ultima generazione”, che ha importato in Italia l’ultima tendenza dei movimenti giovanili, quella dell’attacco a palazzi storici e opere d’arte (il più comune, con un getto di vernice), sarebbe sbagliato perdere di vista il fatto che si tratta di azioni di protesta politica collettiva. E non violenta, come rivendicano i loro protagonisti. Una delle forme della democrazia, insomma: quella roba che noi, quando parliamo di Paesi lontani da casa nostra, chiamiamo diritto al dissenso, condannando senza appello la violenza degli apparati repressivi polizieschi e la severità sproporzionata di quelli giudiziari.

“L’Italia – si legge sul sito di Ultima generazione – è distrutta dalla crisi climatica ed ecologica. Siamo tra i Paesi più colpiti in Europa e i prossimi anni saranno sempre peggio. Se non cambiamo rotta subito, presto non ci saranno più né cibo né lavoro, rischieremo di perdere le nostre case e sarà la gente comune a pagarne le conseguenze”. Non è certo obbligatorio condividere questa visione, che può sembrare approssimativa, e nemmeno le modalità delle proteste; ma è evidente che si tratta di una posizione politica del tutto legittima. Per questo, non appare fuori luogo prestare la nostra attenzione alle reazioni che alcune di queste azioni hanno suscitato da parte di esponenti politici e istituzionali, e da parte delle autorità di pubblica sicurezza.

La voce grossa della politica

A fare una veloce rassegna del profluvio di dichiarazioni diffuse dopo l’attacco con la vernice al Senato, ci si imbatte in ministri, capigruppo parlamentari, presidenti di Regione, leader o aspiranti tali che fanno a gara nel fare la voce grossa. E non solo, va detto, nel campo della destra attualmente al governo. Dopo quel 2 gennaio, fioccano le tonanti condanne a “vandalismo”, “stupidità e maleducazione”, per l’atto “ingiustificabile”, “oltraggioso e controproducente” ma anche “arrogante”, per la “vernice dell’inciviltà”, quando non addirittura per il “gravissimo attacco alle istituzioni” o l’offesa ai “valori della nostra Repubblica e della nostra democrazia”. Botti di Capodanno in ritardo, commentificio da social network, teatrino della politica – verrebbe da dire. Ma prima di cedere alla tentazione di minimizzare è il caso di ricordare che spesso la politica determina il “clima” negli apparati dello Stato, trascina con sé anche il mondo dell’informazione, prepara quindi l’opinione pubblica al modo in cui determinati avvenimenti vengono giudicati e gestiti.

Di fronte a un tale florilegio di infuocate reazioni politiche, perfino Ignazio La Russa, presidente del Senato sotto “attacco”, non certo una personalità nota storicamente per la sua moderazione, ha potuto vestire i panni del pompiere: “A noi non interessano modifiche normative, non vogliamo pene esemplari, aggravamenti di pena o reati specifici” – ha commentato, per rivendicare però subito dopo il diritto del Senato di costituirsi parte civile “per richiedere il ristoro dei danni materiali e morali”.

La voce grossa della Questura

Allargando lo sguardo un po’ oltre il chiacchiericcio politico, merita un filo di attenzione la richiesta avanzata dal questore di Pavia di sottoporre a sorveglianza speciale il ventenne attivista di Voghera, Simone Ficicchia, fra i protagonisti di un’altra azione clamorosa, quella alla Scala di Milano. L’avvocato del ragazzo ha parlato di “criminalizzazione del dissenso”, l’interessato ha ricordato che si tratta di misure in genere adottate per “casi di mafia”. Nella richiesta, l’autorità di polizia lo accusava di essere “sempre in prima linea nelle azioni delittuose perpetrate da tale associazione” e sollevava sospetti per il fatto che il soggetto non possiede “nessuna fonte di reddito documentata” (a vent’anni, in Italia, nel 2022…), quindi potrebbe essere stato sostenuto dall’organizzazione, definita “oltranzista”, termine che suona più come un giudizio politico sulle idee di Ultima generazione che “tecnico” sulla presunta pericolosità sociale degli attivisti. Il pm di Milano incaricato del caso non ha seguito per ora la richiesta della polizia, e si è limitato a proporre un anno di “sorveglianza semplice”: la decisione spetterà poi al Tribunale.

Al di là del caso specifico, il tema è che le cosiddette “misure di prevenzione” stanno conoscendo negli ultimi anni una sorta di nuova primavera: si tratta di strumenti punitivi a volte molto popolari (si pensi ai cosiddetti Daspo nei confronti degli ultras del calcio, ma anche ai sequestri e alle confische dei patrimoni della criminalità organizzata), che nascono da iniziative paragiudiziarie nelle mani degli organi di polizia e vengono adottati, pur passando attraverso decisioni dei tribunali, attraverso procedure semplificate, e senza tutte le garanzie di cui l’imputato gode nel procedimento penale vero e proprio. Tra i casi più discussi, in epoca recente, quello dell’attivista No Tav Eddi Marcucci, sottoposta a pesanti misure restrittive, al limite del persecutorio, dopo che insieme ad alcuni compagni di avventura si era recata in Siria per affiancare la resistenza armata curda contro le milizie dell’Isis.

Le pene del sospetto sabaude

Le norme in questione sono riassunte nel decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, poi aggiornato in un paio di occasioni più recenti. Ma, fatta salva la “specialità” delle norme contro la mafia, che origine ha questo canale parallelo al diritto penale? Le radici delle cosiddette “pene del sospetto” affondano nelle Regie Costituzioni promulgate nel 1723 da Vittorio Amedeo II di Savoia, all’epoca re di Sardegna, che peraltro riordinano, in un tentativo di ammodernamento dello Stato sabaudo, norme e consuetudini in parte precedenti. I banditi venivano classificati come nemici della patria, e iscritti in appositi cataloghi a seconda della gravità delle accuse loro rivolte (ma non provate). La norma incoraggiava autorità locali e comuni cittadini “ogniqualvoltaché, avranno notizia che ne’ loro territori esistano banditi, o assassini, o stradaiuoli, benché non siano condannati” a adoperarsi “in ogni maniera possibile per farli prigioni, e consegnarli a’ Giudici, acciocché ricevano il meritato castigo”.

La storia successiva ha conosciuto fasi alterne, ma per esempio il Testo unico di Pubblica sicurezza introdusse, nel 1865, la facoltà di sanzionare sospetti, oziosi e vagabondi, ammettendo “la pubblica voce o notorietà” come fonte del procedimento. Una sopravvivenza dell’antica normativa poliziesca si ravvisa, oltre che nelle misure di sorveglianza speciale, per esempio nel potere di “avviso orale” in capo al questore (art. 3 del citato decreto legislativo del 2011) sulla base di “indizi a loro carico”. Nella lotta al brigantaggio prima, e nell’affermazione della dittatura fascista poi, le misure di prevenzione hanno rappresentato uno strumento privilegiato da parte dello Stato per fare i conti con la devianza sociale e il dissenso politico. Il passaggio al regime democratico repubblicano non ha comportato un’abiura di questo filone normativo, che anzi ha passato più volte il vaglio della Corte costituzionale; ma si è meritato anche più di una censura dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che opera a Strasburgo sulla base della omonima Convenzione della quale l’Italia è firmataria. A giudizio della Cedu, la nostra legge non contiene “previsioni sufficientemente dettagliate di quali tipi di comportamento debbano essere riguardati come socialmente pericolosi”.

La dottrina costituzionale discute da decenni della necessità di restringere il campo di applicazione di norme che, di fatto, vanno a limitare diritti personali inalienabili in democrazia, aggirando le garanzie legate al processo penale e alla presunzione d’innocenza prevista dalla Costituzione. In una stagione politica segnata da un’egemonia marcata delle destre in parlamento e nel Paese non sarà tempo perso tenere gli occhi aperti sul possibile allargamento alle proteste politiche (oggi dei giovani ambientalisti “oltranzisti”, domani di lavoratori e sindacati, ove mai dovessero ritrovare un po’ di energia per agire il conflitto sociale) dell’uso di strumenti repressivi pensati in altre epoche storiche o per altre tipologie di organizzazioni. Tenere aperti gli spazi del dissenso e della protesta, indipendentemente dalla propria condivisione riguardo agli obiettivi della singola manifestazione o di una particolare organizzazione, potrebbe essere un obiettivo di tutte le forze che si dicono democratiche e/o progressiste.