Decisamente mediocre, ma comunque da vedere, il documentario di Tony Saccucci su Lotta continua, con interviste ad alcuni protagonisti di quella vicenda (come Marco Boato o Erri De Luca), che ha il chiaro intento di sottrarre quella che si volle un’organizzazione rivoluzionaria alla memoria di una storia criminale. Peccato che manchi la testimonianza del “capo dei capi”, cioè di Adriano Sofri condannato, con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, per l’omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1972. C’è invece l’abituale panegirico dei reduci intorno alla sua figura: a cui sembra particolarmente affezionata Donatella Barazzetti, sociologa, ancora oggi – si direbbe – sotto l’influenza della personalità (nel film da qualcuno definita “magnetica”) dell’ex studente della Normale di Pisa, negli anni del post-Sessantotto trasformatosi in un leader rivoluzionario. E non può mancare il ricordo della obiezione, divenuta in seguito mitologia in quegli ambienti, mossa dal giovanissimo Sofri a Togliatti in persona (alla Normale per una conferenza) sul perché il Pci non avesse fatto la rivoluzione in Italia. Togliatti, a quanto pare, gli rispose: “Ci provi lei”. E il giovinotto lo prese in parola.

A nessuno degli intervistati viene in mente di segnalare, però, che una delle ragioni, e non la meno importante, per cui in Italia la rivoluzione era di fatto impossibile affonda le radici nella divisione del mondo in blocchi e nella guerra fredda. Se il Pci avesse seguito una linea radicale, l’Italia sarebbe finita come la Grecia – nel duplice senso: o in quello della guerra civile, terminata catastroficamente nel 1949, oppure in quello del colpo di Stato militare del 1967. Era un’analisi sbagliata quella che riteneva la rivoluzione (di che tipo, poi? una replica di quella bolscevica, con i soliti dirigenti pronti a trasformarsi in oppressori?) un’ipotesi concreta; mentre non lo era per nulla la prospettiva di un avanzamento democratico del Paese, che pure si ebbe, nonostante tutto, in virtù anche del Sessantotto – peraltro in alcun modo riducibile alla sola Lotta continua, come nel documentario implicitamente si lascia intendere, utilizzando perfino immagini di repertorio decontestualizzate, riguardanti altre organizzazioni politiche dell’epoca.

Rifacendosi a un libro giornalistico (il cui titolo non vale neppure la pena di citare), gli autori del film appaiono ignari di che cosa siano stati quegli anni, della quantità di gruppi, tutti sedicenti rivoluzionari, che si contendevano la direzione del movimento. Le assemblee operai-studenti di Torino, dell’estate del 1969, da cui scaturì Lotta continua – prima come un piccolo giornale, poi come un gruppo politico –, furono qualcosa soltanto all’interno di uno “spontaneismo della rivolta”, alle origini di una determinata opzione organizzativa. Sarebbe stato utile mostrare nel documentario come, di lì a poco, gli stessi moti di Reggio Calabria, guidati dai neofascisti, fossero esaltati da Lotta continua come un episodio prerivoluzionario – a conferma della visione ribellistica tipica dell’ideologia del gruppo. La cui posizione si stacca da quella dell’operaismo italiano degli anni Sessanta, imperniata sulla lotta di fabbrica, per trasmigrare verso una sorta di “populismo” (nel senso in cui questo termine era adoperato allora, con riferimento alla vicenda della rivoluzione russa precedente all’avvento del bolscevismo). Evitare di entrare, sia pure sommariamente, nelle dispute del tempo, inscritte già nell’atto di nascita di Lotta continua, significa operare una scelta che fa precipitare il documentario in un indistinto, un po’ nostalgico, “come eravamo”.

D’altronde la stessa opzione “criminale” (quella di finanziarsi per esempio attraverso delle rapine, a parte le pur generose donazioni venute da militanti e simpatizzanti) non va archiviata semplicemente come ormai “in prescrizione” (termine utilizzato da Erri De Luca), ma inserita all’interno di un contesto più ampio. Un’organizzazione rivoluzionaria, pur mantenendo un livello legale, ne ha un altro illegale: è pressoché ovvio che sia così, indipendentemente dal rischio (fortissimo in quel momento in Italia) di doversi trovare a fronteggiare un colpo di Stato, che avrebbe costretto a un passaggio alla clandestinità. Lotta continua può avere perciò programmato ed eseguito l’eliminazione del commissario Calabresi – nel momento in cui si stava trasformando, tra l’altro, in un partito “leninista”, con l’ambizione di dirigere i movimenti di massa nel loro insieme – ma non rivendicandone apertamente l’omicidio (a parte i noti articoli sul giornale, che quasi arrivarono a una rivendicazione), proprio all’interno di una linea che intendeva salvaguardare un livello organizzativo legale, non riducendo cioè l’azione del gruppo entro una clandestinità vera e propria, come nel caso del successivo terrorismo brigatista, e tuttavia ricorrendo all’assassinio come a un atto di “giustizia proletaria”. Ciò che sarebbe da domandarsi è se, in questo modo, non ci si trovi di fronte a un’insanabile ambiguità: da una parte, un movimentismo estremo, che valorizza qualsiasi rivolta di massa (anche quella di Reggio Calabria, appunto); dall’altra, l’azione esemplare, diretta, giustizialista, che abbandona la campagna intrapresa sulla morte di Pinelli per un attentato nello stile dei movimenti sudamericani di guerriglia urbana, paradigmatici in quel momento di un certo modo d’intendere il processo rivoluzionario.

Questa contraddizione interna, del resto, fu la stessa che condusse Lotta continua a una rapida dissoluzione, nel 1976, dopo essersi finanche misurata con una fallimentare prova elettorale. C’era stata frattanto la rottura femminista (su questa naturalmente s’insiste nel documentario), sommovimento caratteristico di una società civile in mutamento; e c’era stata, forse più forte, la tentazione del passaggio alla lotta armata, con tutto quanto di risoluzione di quella ambiguità originaria ciò avrebbe comportato. Una piccola parte dei “lottatori” andò a formare il gruppo Prima linea, una delle sigle del terrorismo di quegli anni. Per il grosso dell’organizzazione lo scioglimento fu invece l’unico modo di affrontare, una volta di più senza superarlo, il dilemma. Una decisione presa dal gruppo dirigente e dal suo massimo leader, Adriano Sofri.

Ciò che ne seguì, tuttavia, fu il semplice ritorno all’ordine borghese, con qualche venatura di sinistra liberale e qualcun’altra di ecologismo. Nessuno degli esponenti del nucleo storico di Lotta continua si segnalò, in seguito, per una particolare voglia di riprendere il discorso su una possibile fuoriuscita dall’orizzonte capitalistico, magari stavolta in senso riformista. O la rivoluzione o niente.