Alessio D’Amato è il candidato alla presidenza della Regione Lazio, per la coalizione che vede insieme il Pd, Italia viva, Azione e +Europa. Durante dieci anni assessore alla Sanità nella giunta Zingaretti. Meno di un mese e sapremo se la destra conquisterà la Regione Lazio, come dicono all’unanimità i sondaggi e il buonsenso, dal momento che il Pd e i 5 Stelle marciano divisi.

D’Amato, lei crede nei miracoli? È stato assessore regionale di una maggioranza con i 5 Stelle e adesso siete divisi. Perché?

Non è dipeso da me, i 5 Stelle hanno deciso di porre fine a questa esperienza.

Ma voi avete fatto di tutto per accontentarli. Carlo Calenda ha lanciato la sua candidatura e avete posto al centro del programma la costruzione dell’inceneritore. Solo nelle ultime ore, prima della presentazione delle liste, avete proposto un tavolo negoziale…

Io mi rivolgo a tutti gli elettori ricordando che è un voto diretto a turno unico: si vota per il presidente, vince chi prende un voto in più, ed è possibile il voto disgiunto. Noi abbiamo costruito anche senza i 5 Stelle una coalizione competitiva, riformista, e continuo a pensare e a sostenere che abbiamo tutte le condizioni per vincere. Voglio essere il prossimo presidente della Regione. Non voglio consegnare il Lazio alla destra e spenderò ogni energia in mio possesso per convincere i cittadini a votarmi. Non è solo un mio desiderio, ma una necessità per tutta la nostra comunità. Il voto è utile proprio per questo.

Motivo della discordia con i 5 Stelle, una parte degli ambientalisti e Sinistra italiana è la proposta dell’inceneritore…

Il nostro è un programma riformista e progressista, che si basa su diversi pilastri: dal reddito di formazione per i giovani, che non studiano e non lavorano, al trasporto pubblico gratuito per gli under 25 e gli over 70, le cento comunità energetiche in cento comuni, l’industria 4.0, i dieci chilometri di scienze per l’innovazione nella zona dei Castelli Romani e nella parte Sud di Roma, dove c’è l’Istituto nazionale di fisica nucleare.

E dunque l’inceneritore?

Il termovalorizzatore è un’opera commissariata, il commissario è il sindaco Roberto Gualtieri, e l’opera deve essere fatta per chiudere il ciclo dei rifiuti. Roma ha appuntamenti importanti come il prossimo Giubileo. Ci saranno milioni di turisti, la città deve presentarsi nella maniera giusta, con il giusto decoro e un’attenzione particolare per la salute pubblica. Non spetta alla Regione decidere la collocazione del termovalorizzatore. L’alternativa sarebbe stata l’apertura di nuove discariche, e questo non è possibile; bisogna procedere alla chiusura del ciclo dei rifiuti e all’aumento della differenziata.

Da residente a Roma, riconosco che il suo assessorato alla Sanità ha saputo gestire la grande emergenza della pandemia. Quali sono state le linee guida dell’assessorato?

Non ho paura di definire straordinari questi dieci anni in cui abbiamo saputo contrastare in maniera decisa ed efficace la più grande emergenza sanitaria di questo secolo, la pandemia da Covid-19. Il “modello Lazio” è stato preso a riferimento in Italia e in Europa, grazie all’efficienza e al livello di organizzazione messo in campo nelle diverse fasi della pandemia. E poi, e non era affatto scontato, rivendico l’uscita da una lunga stagione di commissariamento, durata oltre dieci anni, dovuto ai disastri creati dalla destra quando ha governato il Lazio. Il commissariamento ha significato anche questioni molto concrete, prima tra tutte il blocco del turn over, che ci ha fatto perdere dodicimila lavoratori nella sanità non consentendo il ricambio generazionale. I Livelli essenziali di assistenza (Lea) sono passati da 152 punti (sotto il livello di adeguatezza) a 225 nel 2022, e questi sono risultati concreti e tangibili del miglioramento in atto. Non dobbiamo fermarci, i nostri obiettivi sono altrettanto importanti: sei nuovi ospedali, di cui uno è in costruzione ad Amatrice, e altri quali l’ospedale del Golfo Sud pontino, il nuovo ospedale di Latina, il nuovo ospedale di Rieti e una nuova struttura a Roma Est, sulla Tiburtina, in un’area molto popolosa. E poi i lavori di ammodernamento in strutture come il Belcolle di Viterbo, il Sant’Andrea e il Policlinico Umberto I nella capitale, e l’ospedale di Acquapendente, nell’Alta Tuscia. Sono opere per cui già ci sono le risorse e sono in fase di progettazione; in alcuni casi, come ad Amatrice, i cantieri sono già ben avviati. Io non vedo alla luce di tutto questo un buon motivo per non fidarsi di noi, e tornare a una destra che invece ci ha lasciato, dieci anni fa, solo macerie e disastri.

Nella sanità, il nervo scoperto rimane quello delle liste d’attesa. 

È vero, le liste d’attesa troppo lunghe. È un problema però che non riguarda solo il Lazio, ma l’intero Paese. Si continua a non investire come si dovrebbe nel sistema sanitario. Anche nell’ultima finanziaria del governo Meloni non c’è un euro per la sanità. Dopo la pandemia, ci saremmo aspettati il contrario, non solo per quello che dovremmo avere imparato, ma anche e soprattutto perché il sistema è allo stremo in molti suoi punti. Per aumentare gli appuntamenti stiamo procedendo all’acquisto di oltre trecento nuove macchine per la diagnostica, come Tac e risonanze magnetiche. La strada è lunga, sarebbe inutile e controproducente mentire. Ma quella intrapresa dalla giunta regionale è certamente giusta, e non va interrotta per tornare indietro a un mondo passato che ha già dimostrato di cosa è capace, purtroppo.