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In Israele il peggiore governo della sua storia

Sotto la guida di Netanyahu, si è insediato un esecutivo composto da formazioni dell’estrema destra

13 Gennaio 2023 Vittorio Bonanni  1217

In uno dei Paesi più importanti e potenti del mondo, si insedia il peggior governo della sua storia, e non ne fa menzione quasi nessuno. Stiamo parlando di Israele, dove il primo novembre scorso ha vinto le elezioni – le quarte in due anni – il più longevo quanto inguardabile (ma evidentemente non per la maggioranza degli abitanti dello Stato ebraico) leader politico. Si tratta del corrotto e inquisito Benjamin Netanyahu, alla guida del partito di destra Likud, per sei volte, anche se non consecutive, a capo di un esecutivo con la stella di Davide: il più a destra nella storia d’Israele, infarcito di fascismo, xenofobia e omofobia, oltre che naturalmente di odio nei confronti dei palestinesi. Ma almeno questa non è una novità, anche se, al riguardo, la situazione non potrà che peggiorare. Sconcerta che un evento che avrebbe dovuto essere coperto con ampi servizi televisivi, e con interviste a esponenti, in particolare, delle comunità ebraiche, sia stato scientemente trattato come un episodio di serie B. Perché questo è successo in casa nostra – ma non solo.

Intanto, veniamo agli eventi che hanno portato a questo sciagurato scenario, che offusca i pregi dell’unica democrazia del Medio Oriente. Il 29 dicembre scorso la Knesset, ovvero il parlamento israeliano, ha votato la fiducia al nuovo esecutivo, composto, oltre che dal partito di maggioranza relativa, anche dallo Shas, che rappresenta gli ebrei ortodossi di origine nordafricana e mediorientale e, inoltre, dagli ultraortodossi di l’Ebraismo della Torah unito e da Forza ebraica, Sionismo religioso e Noam: tutti di estrema destra, per complessivi 64 seggi su 120. Primo partito dell’opposizione, e secondo in assoluto,Yesh Atid del premier uscente Yair Lapid, che ha ottenuto 24 seggi.

L’arrivo nell’esecutivo dei leader dei tre citati partitini ultraconservatori, Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Avi Maoz, è l’elemento che ha destato più preoccupazione. Ben-Gvir, che il premier ha nominato ministro per la Sicurezza nazionale, dimostrando così di voler inasprire il conflitto con i palestinesi, è il più pericoloso. Ha espresso la volontà di rimuovere le bandiere palestinesi all’indomani della provocatoria passeggiata alla Spianata delle moschee, come fece l’allora capo dell’opposizione Ariel Sharon, il 28 settembre del 2000, gesto che provocò l’esplodere della seconda Intifada. Prima degli accordi di pace del 1993, quelle bandiere erano considerate da Tel Aviv simbolo del terrorismo; ma dopo l’intesa di Oslo erano state accettate come riconoscimento dell’Autorità nazionale palestinese. Una politica che non sorprende affatto, visto che l’uomo sostiene l’occupazione illegale dei territori palestinesi della Cisgiordania. Senza dimenticare che, in virtù dell’incarico che gli è stato conferito, controlla anche la polizia nazionale e quella della frontiera tra Israele e Cisgiordania, gestita sia dalle forze dell’ordine dello Stato ebraico sia da quelle dell’Autorità nazionale palestinese.

Non desta minore preoccupazione Bezalel Yoel Smotrich del Sionismo religioso, al quale è stato assegnato il dicastero delle Finanze e la gestione dell’agenzia del ministero della Difesa, che si occupa degli affari civili in Cisgiordania e della costruzione di nuovi insediamenti israeliani nei territori occupati, dei quali è assoluto sostenitore, malgrado le Nazioni Unite, il cui parere sul conflitto israelo-palestinese è stato puntualmente ignorato, li abbia sempre considerati illegali.

Non poteva mancare l’ultraconservatore Avi Maoz, omofobo e antiarabo, del partito Noam, alla guida del nuovo dipartimento “Identità ebraica”. A lui non è stato affidato un ministero, ma ricoprirà il ruolo di viceministro nell’ufficio del primo ministro. Maoz, oltre a voler rivedere la Legge del ritorno, che ora permette anche a figli e nipoti di ebrei di trovare ospitalità in Israele, sostiene che gli omosessuali debbano sottoporsi ad una “terapia di conversione”, e avrà il compito di supervisionare il sistema educativo sostituendosi al ministro dell’Istruzione e “vigilando”, in particolare, sulla diffusione delle tematiche Lgbt e dell’educazione sessuale. Propone il divieto del Gay Pride e dell’arruolamento delle donne nell’esercito. Una deriva che sta spingendo molti uomini e donne omosessuali ad abbandonare il Paese.

Allarmante, inoltre, la volontà di cambiare il rapporto tra potere esecutivo e legislativo, visto che il nuovo governo avrebbe intenzione di conferire ai partiti la possibilità di cancellare le decisioni della Corte suprema, il principale tribunale israeliano. Aggiungiamo che il governo avrebbe in mente la promulgazione di leggi che metterebbero al riparo il primo ministro da possibili condanne, visto che, quello che viene considerato il mandante morale dell’assassinio del premier Rabin, tra i firmatari dell’intesa di Oslo, nel 1995, è sotto processo per tre casi di corruzione e frode avviati da tempo, che dovrebbero concludersi entro tre anni. Tempi biblici, dunque, grazie ai quali Bibi, come viene chiamato il capo del Likud, avrà tutto il tempo per uscire indenne dalle sue squallide vicende.

Insomma un quadro che definire allarmante è poco, e che ha suscitato la reazione preoccupata dell’ex premier Lapid, per il quale quello che si è formato è un “esecutivo fuori di testa”. Come dicevamo, questo schieramento propone, se possibile, una politica ancora più radicale di avversione ai palestinesi e alle loro richieste, peraltro contenute nell’intesa del 1993, cancellando ogni ipotesi di “due popoli due Stati” e di Gerusalemme capitale condivisa.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, nel congratularsi con Netanyahu per la nuova vittoria, ha tenuto a ribadire che quell’obiettivo resta ancora in piedi, puntando l’indice contro quelle politiche che ne mettono a rischio la realizzazione. Ma qui viene spontaneo ricordare che, dal giorno dell’intesa firmata nella capitale norvegese, gli obiettivi che abbiamo ricordato sono stati relegati sempre più in fondo all’agenda degli Stati Uniti e di tutti gli altri grandi attori internazionali. Dunque, salvo improbabili sorprese, quanto detto dal capo della Casa Bianca vale praticamente meno di zero.

Ciò che sta succedendo non può non suscitare allarme all’interno dello stesso Stato di Israele e delle comunità ebraiche nel mondo. “Quanto è avvenuto in Israele dalle elezioni – scrive lo scrittore David Grossman, in un articolo pubblicato su “Haaretz”– rappresenta una minaccia per il nostro futuro e per quello dei nostri figli”. Nel corso di una manifestazione organizzata a Tel Aviv, che ha visto in piazza diecimila persone, il ministro della Giustizia,Yariv Levin, è stato attaccato, e la sua riforma del settore considerata un vero e proprio “colpo di Stato”. Non sono mancate bandiere palestinesi, che il governo vorrebbe vietare, e slogan contro l’occupazione dei territori. Negli Stati Uniti, oltre trecento rabbini hanno affermato che il governo Netanyahu mina l’immagine di Israele nel mondo. Ma c’è di più: l’attuale governo sta cominciando a vedere nemici anche all’interno del mondo della diaspora ebraica. Per Giorgio Raccah, giornalista del “Bet Magazine Mosaico”, sito ufficiale della comunità ebraica di Milano “fin dalla sua costituzione, lo Stato di Israele ha sempre attribuito enorme importanza ai rapporti con le comunità ebraiche degli Stati Uniti, dove le correnti Conservative e Reform hanno un peso dominante rispetto a quella Orthodox. Un peso dovuto soprattutto – ma non soltanto – all’influenza che si suole attribuire alla cosiddetta lobby ebraica sulle politiche delle amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca. Ora, però – sottolinea Raccah, che cita Anshel Pfeffer, autore di un commento sul quotidiano israeliano “Haaretz” –, si avverte una crescente tendenza a considerare la diaspora, con la sola eccezione della sua minoranza di ebrei ortodossi, come nemica dello stato ebraico”. Gli avversari non sarebbero soltanto organizzazioni antisioniste, e gli ebrei riformisti, ma la diaspora nel suo complesso. Uno scenario inimmaginabile fino a pochi anni fa, frutto di una preoccupante fascistizzazione della società e della politica israeliane. Tutti elementi che porteranno inesorabilmente lo Stato ebraico a perdere la sua identità laica.

Al riguardo, non possono non suscitare preoccupazione le parole dell’influente rabbino Haim Drukman, ritenuto guida spirituale di Smotrich, per il quale, essendo Israele uno Stato ebraico, è logico che debba essere governato secondo le leggi della “Halacha”, i testi sacri della religione ebraica. “Non vedo dove sia il problema” – ha affermato laconicamente il religioso. Una deriva che, come dicevamo, non sembra aver suscitato finora particolari allarmismi nel mondo occidentale, sia politico sia mediatico. Ma, come dimostra l’immediata sintonia con il governo di Giorgia Meloni, Netanyahu e i suoi ancora più imbarazzanti alleati fanno parte, a tutti gli effetti, di quel mondo di estrema destra che minaccia le democrazie, siano esse in America latina, in Medio Oriente o in Europa. Volendo essere maligni, possiamo dire che i governi occidentali, poco abituati a criticare i vari governi israeliani che nel corso del tempo si sono succeduti, fanno ora fatica a prendere atto che, purtroppo, le cose stanno cambiando anche nella “Terra promessa”. E che quella “democrazia mediorientale” rischia di non essere più tale.

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TagsAvi Maoz Ben-Gvir Benjamin Netanyahu Bezalel Yoel Smotrich democrazia a rischio destra diaspora governo netanyahu Israele palestinesi Stato ebraico Vittorio Bonanni

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