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Solo teppismo? Svolta nel processo contro Forza nuova

Proseguono le udienze contro i ventiquattro imputati accusati di danneggiamento nell’assalto alla Cgil un anno fa. Ma il tribunale di Roma esclude la matrice fascista e le lesioni ai valori dell’antifascismo. Ferme in parlamento le mozioni per lo scioglimento delle organizzazioni che si rifanno al ventennio e incitano alla violenza

25 Ottobre 2022 Paolo Andruccioli  1296

Dietro l’assalto squadristico alla sede nazionale della Cgil di Corso d’Italia del 9 ottobre 2021 non ci sarebbe stata nessuna matrice fascista, e neppure ci sarebbero mandanti politici. La tesi viene sostenuta dai magistrati del tribunale di Roma, che da un anno indagano sui fatti e sulle organizzazioni protagoniste di quella giornata, Forza nuova in testa. È vero che davanti al portone storico del sindacato erano presenti personaggi ben noti alle forze dell’ordine, come Giuliano Castellino e Roberto Fiore, in compagnia dell’ex Nar, Luigi Aronica. Ma in base all’analisi dei fatti, alla mancanza di rivendicazioni politiche esplicite e all’assenza di simboli utilizzati nell’azione, i giudici non hanno ritenuto di riscontrare la matrice fascista. L’episodio è inquadrato piuttosto nella lunga serie di proteste “no vax” e “no green pass” di quel periodo. E i reati contestati non sono politici.

Come ha scritto il quotidiano “Domani”, riportando le motivazioni della sentenza, i sei che hanno optato per il rito abbreviato sono stati tutti condannati per devastazione e saccheggio. Lo scorso 11 luglio la gup di Roma, Valeria Tomassini, aveva stabilito la pena di sei anni per i reati di devastazione e resistenza a pubblico ufficiale, aggravata a Fabio Corradetti, figlio della compagna del leader di Forza nuova, Giuliano Castellino, e a Massimiliano Ursino, leader palermitano di Fn; quattro anni e mezzo, invece, per Roberto Borra, Massimiliano Petri, Francesco Bellavista e Federico Trocino. A oggi, gli imputati per la manifestazione “no green pass”, sfociata nell’assalto alla sede sindacale, in tutto sono ventiquattro. Fabio Corradetti e Massimiliano Ursino hanno ricevuto le condanne più alte: sei anni. Gli altri quattro imputati sono stati condannati a pene non inferiori a quattro anni e sei mesi. Nel filone principale, con rito ordinario, rientrano anche Castellino, Fiore e Aronica. Le udienze sono ancora in corso.

Un altro filone del processo è partito il 18 ottobre: tra gli imputati Nicola Franzoni, leader “no vax” e vicino ai movimenti di estrema destra, arrestato e incarcerato per istigazione a disobbedire alle leggi. “O la rivoluzione o la morte!”, aveva gridato dal palco di piazza del Popolo poco prima dell’assalto alla sede della Cgil: “Noi andiamo ad assediare la Cgil, partiamo in corteo e andiamo a prenderci la Cgil”. Come tutti ricorderanno il corteo da piazza del Popolo arrivò a corso d’Italia davanti alla Cgil. Poi il portone sfondato, i sistemi di vigilanza divelti, la devastazione degli uffici del piano terra, scrivanie, computer e mobili distrutti, un quadro dell’artista Ennio Calabria sfregiato. Gli avvocati chiesero l’assoluzione anche per tutti questi reati.

Ora l’iter processuale proseguirà e vedremo alla fine quali saranno le decisioni dei giudici. A ognuno il suo mestiere. Alla magistratura spetta decidere sui fatti e giudicare le azioni in base alla legge. Alla politica spetterebbe, invece, la battaglia per l’applicazione della Costituzione e delle leggi vigenti. In questo caso, il problema riguarda quelle organizzazioni che non rinnegano la violenza e l’ideologia del fascismo. E qui le cose si complicano per la difficoltà di dimostrare legami diretti con il regime di Mussolini, anche se i segnali e i messaggi in questo senso si stanno moltiplicando.

Alla crisi politica di tutte le organizzazioni della destra estrema corrisponde, infatti, uno sdoganamento generalizzato della cultura reazionaria e perfino il diffondersi di una moda che sta attecchendo anche tra i giovani, come si racconta in un libro fresco di stampa, Se il fascismo va di moda. L’estremismo di destra e i giovani, a cura di Laura Ghiglione e Vanessa Isoppo (Futura editrice). Alla crisi politica delle organizzazioni ha corrisposto, però, un risorgere dalle ceneri e un loro nuovo ruolo pubblico. “Le organizzazioni neofasciste come Forza Nuova hanno messo a disposizione dei movimenti ‘no vax’ e ‘no green pass’ le loro capacità e la loro esperienza militante”, dice Guido Caldiron, giornalista e scrittore esperto di formazioni neofasciste in Italia e in Europa. È stato dunque un modo per reagire alla loro crisi e a un isolamento sociale, al quale sembravano destinate per sempre. I militanti di queste organizzazioni sono poche centinaia, ma sono molto ben organizzati e sanno gestire le piazze. I “no vax” hanno trovato comodo delegare proprio a loro gli aspetti organizzativi delle manifestazioni pubbliche. Ovviamente, anche secondo Caldiron, la magistratura non poteva sostituirsi alla politica nemmeno in questo caso. I giudici di Roma non potevano cioè arrogarsi il potere di dichiarare la natura fascista dell’operazione per dare il via al processo di scioglimento di Forza nuova. Siamo dunque di nuovo allo stallo.

In questo contesto, e con l’avvio di un governo di destra-destra, il traguardo dello scioglimento delle organizzazioni neofasciste, in base alla legge Scelba del 1952, sembra allontanarsi sempre di più. Quella legge (L. 645 del 1952) venne emanata durante il governo De Gasperi in anni segnati da grandi tensioni sociali, e poi modificata nel 1975. È stata volutamente denominata dal legislatore dell’epoca come legge attuativa della XII disposizione della Costituzione, per eliminare ogni dubbio sull’intenzione di costruire una legge speciale contro gli allora partiti di estrema destra. In sostanza, la legge vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista (articoli 1 e 2), punisce anche condotte individuali, quali l’apologia del fascismo (art. 4), punisce il compimento di manifestazioni fasciste (art. 5). In base a quella legge, ai tempi dell’assalto alla Cgil, sono state presentare varie mozioni a favore dello scioglimento. Ma questi articoli, almeno per come si stanno mettendo le cose, pare non si possano applicare alle azioni di Forza nuova, che comunque era già stata sotto il mirino dello stesso tribunale romano per altri fatti e azioni legati all’incitamento all’odio. Una pronuncia del tribunale di Roma (23 febbraio 2020) si è occupata del movimento politico Forza nuova, dichiarando legittima la condotta del social network Facebook che aveva chiuso il profilo e le pagine di appartenenti a tale movimento politico, perché responsabili di incitare all’odio e alla discriminazione. In base a quel pronunciamento, Forza nuova sarebbe pienamente qualificabile come “organizzazione d’odio”, protagonista di iniziative discriminatorie in danno di rom, migranti e omosessuali e veri e propri “discorsi d’odio”.

Il caso romano, d’altra parte, non è il primo. E sotto osservazione non c’è solo Forza nuova. Il gup del tribunale di Bari, Francesco Mattiace, aveva rinviato a giudizio diciotto attivisti pugliesi di CasaPound per i reati, a vario titolo contestati, di riorganizzazione del disciolto partito fascista e lesioni personali aggravate. Il processo riguardava l’aggressione squadrista avvenuta a Bari il 21 settembre 2018 nei confronti di un gruppo di manifestanti antifascisti dopo un corteo di protesta organizzato per la visita dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “In quel caso – ci racconta Eleonora Forenza, ex parlamentare europea per la sinistra e promotrice di una risoluzione approvata dal parlamento europeo sulle organizzazioni neofasciste – il lavoro dei magistrati è stato più semplice perché è stato rinvenuto molto materiale propagandistico, anche nelle case degli imputati, che fa riferimento diretto al fascismo”. I materiali che sono stati requisiti a Bari dagli inquirenti riguardavano anche video e vari documenti espliciti che possono collegare le azioni di CasaPound con i metodi fascisti. Vedremo, anche in questo caso, quali saranno gli esiti del processo. Ovviamente, sul piano nazionale, le cose sono molto più complicate e la stessa Forenza si mostra molto scettica sulla possibilità di uno sbocco positivo delle mozioni parlamentari presentate l’anno scorso, subito dopo l’assalto alla sede della Cgil.

Pochi giorni dopo l’assalto in Corso d’Italia, il Pd presentò al Senato, a prima firma Malpezzi-Parrini, una mozione in cui impegnava il governo Draghi “a dare seguito al dettato costituzionale in materia di divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista e alla conseguente normativa vigente adottando i provvedimenti di sua competenza per procedere allo scioglimento di Forza nuova e di tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista artefici di condotte punibili ai sensi delle leggi attuative della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione repubblicana”. Un’altra mozione è stata presentata alla Camera dei deputati. “Le nostre mozioni – spiegarono le presidenti dei gruppi Pd di Senato e Camera, Simona Malpezzi e Debora Serracchiani – chiedono che il governo, attraverso gli strumenti previsti dalle leggi vigenti, sciolga l’organizzazione neofascista Forza nuova e tutte le altre formazioni che si richiamano al fascismo. Ci auguriamo che tutte le forze politiche autenticamente democratiche la sottoscrivano. Chiederemo in conferenza dei capigruppo che la mozione venga calendarizzata al più presto al Senato e alla Camera”. Ma poi non se ne fece niente, il governo Draghi ha chiuso la sua parabola, e il parlamento ha assunto un altro volto dopo le elezioni di settembre. Saranno mai utilizzate le leggi Scelba e Mancino (contro la violenza e l’odio razziale) nell’epoca Meloni?

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