Più passano le ore più la grande bufala della lista dei “putiniani d’Italia” pare essere stata una cortesia – forse non richiesta ma di sicuro gradita – rivolta al presidente Draghi dal giornale più interventista di sempre, dal 1915 a oggi. Un piccolo regalo in vista del prossimo dibattito parlamentare sull’Ucraina, il 21 giugno, quando non si voterà – è vero –, ma dove non sarà gradita una sventagliata di interventi contro l’invio di armi al Paese aggredito dalla Russia, critiche oggi più che mai realiste e di buon senso. Quell’assurda lista, infatti, ha una così scarsa credibilità che non possiamo accettare l’idea che il giornale o le autrici siano caduti in un tranello. Nulla di tutto questo. È gente d’esperienza con le cose ben più serie dei Servizi. Dunque, un’azione consapevole che, vista l’assoluta inconsistenza, deve avere avuto un altro scopo: quello di ammonire le “lingue lunghe”. Un’operazione psicologica di persuasione, che può avere i suoi effetti. Al “Corriere” non costa nulla essere cortese con Palazzo Chigi, anzi. 

Di sicuro la faccenda non è andata giù al responsabile dell’Autorità delegata alla sicurezza, Franco Gabrielli. Secondo alcuni rumors sarebbe stato proprio lui l’obiettivo della fuga delle notizie: all’interno dei Servizi, non tutti gradirebbero i suoi metodi accentratori. Non ci convince. Gabrielli è persona autorevole, ma di certo questo non significa che tutti lo amino, ed era certo assai seccato per quello scoop del “Corriere”. Lo abbiamo visto mettere la faccia in una videoconferenza stampa, lui a casa con il Covid, per prendere le distanze da una vicenda proprio squallida, che getta una cattiva luce sul suo operato. “Il documento non è arrivato ai giornalisti perché sceso dal cielo, è stato editato il 3 giugno e quindi le stesse tempistiche fanno ritenere che ci sia stata qualche mano solerte. È una cosa gravissima non tanto per il livello delle informazioni che vengono rese, ma per il fatto stesso che è un documento classificato e che doveva rimanere nell’ambito della disponibilità degli operatori, è una cosa gravissima” – ha ripetuto – “e che ha creato grande discredito. Chi mi conosce sa che nulla rimarrà impunito. Lo dobbiamo al Paese e alla credibilità del comparto”.

Nulla resterà impunito – ha detto il sottosegretario, aggiungendo che nel comparto ci sono “persone di cui volentieri faremmo a meno ma anche tante altre che con onestà fanno il proprio lavoro”. Parole pesanti. Vedremo. Quanto al solerte capo del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Adolfo Urso, l’uomo che farebbe di tutto per rifarsi una verginità atlantista, è stato a Washington per quattro giorni, ripetendo a ogni angolo che l’Italia rispetta le sanzioni (pure quelle per l’esportazione del grano russo, “che non ci piace, vogliamo solo quello prodotto da Kiev”, ma che ne penseranno gli africani?) e che siamo tutti uniti nella difesa dei valori, ecc.

L’uomo ha avuto in mano questi bollettini, ma – lui dice – dopo la loro pubblicazione. In ogni caso è disorientato, aveva una tale voglia di dare la caccia agli influencer filoputiniani che i suoi consiglieri gli hanno dovuto spiegare che il Copasir può indagare, semmai, solo su quei particolari soggetti che hanno il potere di invocare il segreto di Stato. Tutti gli altri cittadini non rientrano sotto la sua giurisdizione. 

In definitiva, questa piccola, brutta (e sporca) faccenda dei “putiniani d’Italia” per il momento resta una vergogna per il giornale più importante del Paese, che ha pubblicato un’evidente patacca per fare cosa gradita al presidente. Roba da ancien régime