Eravamo in piena pandemia, agli inizi, nei giorni più cupi per tutti, quando nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, in provincia di Caserta, accadde quella che il giudice per le indagini preliminari, Sergio Enea, ha poi definito un’orribile mattanza: gli agenti della Penitenziaria pestarono a sangue i detenuti in rivolta. Nel carcere c’era stato il primo contagio, non c’era acqua potabile, non c’erano mascherine. L’esasperazione era al massimo, naturale la protesta – che non diede luogo a reati, tanto da chiedere l’archiviazione per quattrodici detenuti denunciati dalla Penitenziaria. Niente affatto naturale, invece, la repressione che venne scoperta anche grazie alle immagini acquisite che provano l’orrore: agenti che picchiano i detenuti del Reparto Nilo.

Attenzione, non fu una reazione emotiva dovuta alle circostanze di estremo nervosismo, ma un’operazione punitiva premeditata, selvaggia e crudele e lunga: durò quattro ore. Parteciparono trecento agenti penitenziari chiamati da altre carceri: una vendetta, una roba in stile mafioso per vendicarsi della protesta innescata il giorno prima. Tra le immagini più crudeli, ricorderete quelle del detenuto sulla sedia a rotelle percosso con il manganello, e il corridoio formato da agenti lungo il quale passavano i detenuti pestati a calci e pugni. Importante il lavoro di denuncia svolto dal collega Nello Trocchia, che diffuse la notizia. 

Quei video fecero fatalmente il giro del mondo, e spinsero il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e la guardasigilli Marta Cartabia, a recarsi sulla “scena del crimine”. Era il 14 luglio 2021. Scontate le parole di condanna ma non la presenza. 

A due anni dai fatti, il 26 aprile scorso, la procura ha avanzato centosette richieste di rinvio a giudizio presso la Corte di assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere (competente per i delitti più gravi contro la persona) per agenti della Penitenziaria, funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e due medici. Per circa metà degli indagati, sono state emesse misure di custodia cautelare – cinquantadue, di cui otto in carcere, diciotto ai domiciliari, tre obblighi di dimora e ventitré sospensioni dal servizio. A oggi, sono una ventina i poliziotti sottoposti all’obbligo di dimora, con accuse molto gravi: tortura, lesioni gravi, falso, depistaggio, omicidio colposo, morte come conseguenza del reato di tortura – quella del detenuto algerino Lakimi Hamine, inizialmente classificato come suicidio. 

La procura aveva proposto a trentadue persone indagate il patteggiamento; si tratta delle posizioni meno gravi, per snellire il processo e arrivare al dibattimento con meno imputati; per ora nessuno ha accettato, probabilmente perché una pena patteggiata può far scattare il licenziamento. Tanti agenti e funzionari imputati sono infatti ancora dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, sebbene sospesi. La decisione del gup, Pasquale D’Angelo, è attesa per i primi di giugno. 

Intanto, nella giornata di ieri, è giunta l’indiretta reazione del leader leghista Matteo Salvini che, incontrando la ministra Cartabia, ha rilanciato la sua idea di sperimentare l’uso della pistola a impulsi elettrici nelle carceri (Taser è uno dei brand che identifica una specifica ditta produttrice), dove per ovvi motivi di giustizia (e di buon senso, si tratta di sistemi chiusi) non entrano le armi. La questione era stata sollevata tempo fa alla Camera durante il question time, e la ministra Cartabia si era limitata a sottolineare che “non si possono proiettare automaticamente all’interno degli istituti gli esiti acquisiti dalla sperimentazione curata dal ministero dell’Interno – anche in relazione ai possibili effetti ‘deterrenti’ derivanti dall’uso delle armi a impulsi elettrici”. C’è da sperare che non ceda alle pressioni, che immaginiamo non lievi. 

Perché se c’è una cosa che i fatti crudeli di Santa Maria Capua a Vetere ci dicono è che le carceri non hanno bisogno di simili oggetti.  Con il tasso dei suicidi tra i più alti del continente europeo, un problema di sovraffollamento che neanche una diminuzione dei nuovi detenuti dovuta agli effetti collaterali della pandemia ha potuto risolvere, e la maggior percentuale di carcerati over 50 (Rapporto 2020 “Space” del Consiglio d’Europa), l’Italia figura tra i primi dieci Paesi europei che hanno registrato il più alto tasso di suicidi in carcere, nel corso del 2020, ovvero undici, uno per ogni diecimila detenuti.

Le carceri italiane hanno bisogno di personale formato, di ripensare la separazione tra direttori e agenti penitenziari – gli uni rispondono al ministero dell’Interno, gli altri al comandante interno –, di investimenti, oltre che di consistenti alleggerimenti, cioè della liberazione dei detenuti che non dovrebbe essere lì. E tutto questo, del resto, lo si sapeva già.