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Home » Articoli » Sfratti e precarietà abitativa, non è tempo di chiacchiere

Sfratti e precarietà abitativa, non è tempo di chiacchiere

Con lo sblocco degli sgomberi, le richieste di intervento in Italia saranno tra le 120 e le 150mila nel corso del 2022. Ma dalle istituzioni risposte insufficienti

26 Gennaio 2022 Massimo Pasquini*  1758

In queste ultime settimane, organi di informazione e televisioni hanno gettato un cono di luce sulla questione sfratti. Dopo che per due anni la questione è stata trattata come una guerra tra inquilini e proprietari i quali, imperturbabili alla pandemia mondiale, chiedevano solo esecuzioni di sfratto di massa, si riscontra una nuova attenzione sul tema e, più in generale, sulla questione della precarietà abitativa.

I media pubblicano quotidianamente le voci allarmate di sindaci, assessori e sindacati, e i dati riportati sono gravi: a Prato sono 700 le famiglie soggette a esecuzioni di sfratto; a Napoli 13.000; a Lucca almeno 100; a Taranto 900; a Brindisi 600; a Padova 700; a Venezia 2.000; a Catania 4.000; a Pisa almeno 100; a Sesto San Giovanni 650; a Terni 600; a Verona 1000; a Torino 6000; a Rimini 100; a Roma tra le 10.000 e le 15.000, e si potrebbe proseguire all’infinito. Complessivamente i sindacati inquilini hanno affermato che le richieste di esecuzione in Italia saranno tra le 120.000 e le 150.000 nel corso del 2022.

Dal governo tutto tace, nonostante la Corte costituzionale, nella sentenza dello scorso 9 novembre, abbia previsto “(…) ove l’evolversi della emergenza epidemiologica lo richieda, la possibilità di adottare altre misure più idonee per realizzare un diverso bilanciamento ragionevole e proporzionato”.

Dai Comuni le risposte che vengono riguardano solo erogazione di contributi e la richiesta al mercato privato di alloggi a canone agevolato, ovvero le fallimentari “politiche abitative” degli ultimi trent’anni. Proposte insufficienti sia perché i contributi affitto sono di minima entità e arrivano in tempi biblici, sia per la doccia fredda arrivata con l’ultima legge di Bilancio che ha previsto, per il solo 2022, 230 milioni di euro per contributi affitto (risorse già stanziate nella precedente legge di Bilancio) e zero euro per gli anni 2023 e 2024; d’altra parte, anche laddove si palesi una maggiore offerta di alloggi a canone agevolato, questi hanno livelli di canone di locazione insostenibili per le famiglie sfrattate a basso reddito o per quelle in graduatoria per una casa popolare.

Eppure finora nessuno ha posto la questione centrale e strutturale: dotare i Comuni di più case popolari.  Questa è l’unica possibilità per affrontare, con un minimo di concretezza, la questione, alla quale non si risponde con contributi a effetto placebo, ma con una offerta adeguata di alloggi a canone sociale.

Poi abbiamo Comuni e Regioni che continuano a perseverare nella follia sociale di continuare a proporre la vendita di case popolari. È successo esattamente un anno fa, quando Valeriani, assessore alle Politiche abitative della regione Lazio, annunciava la vendita di circa ottomila case popolari. Proposta che a oggi non sembra avere avuto il successo sperato, visto che solo 1500 assegnatari hanno detto sì. E pochi giorni fa il sindaco di Napoli Manfredi, nell’ambito della discussione sul Patto per Napoli, annunciava la volontà di vendere tutte le case popolari.  Davvero proposte incomprensibili in questo momento. Anche sul fronte delle risorse europee, lo stato dell’arte ci dice che il Pnrr non cita mai, e non finanzia alcun piano strutturale e programmatico, che aumenti la dotazione di case popolari nei Comuni italiani. 

In particolare: per i piani di rigenerazione urbana, dotati di 3,4 miliardi di euro, i Comuni hanno presentato oltre 2.400 progetti di cui 1.700 approvati e finanziati. Progetti che non si pongono neanche il proposito di realizzare case popolari: i piani innovativi di qualità urbana, dotati di circa tre miliardi di euro, presentati da Comuni e Regioni, solo in rari casi, infatti, intendono realizzare alloggi popolari. I circa 2,5 miliardi di euro destinati recentemente alle aree metropolitane per piani integrati, il cui termine di presentazione per i progetti è il 7 marzo 2022, a quanto sembra, non prevedono, tra gli altri, progetti di manutenzione per il riuso e la rifunzionalizzazione di strutture edilizie pubbliche esistenti per finalità di interesse pubblico, quindi da destinare a edilizia residenziale pubblica a canone sociale.

In tale contesto ha avuto gioco facile Walter De Cesaris, segretario nazionale dell’Unione inquilini, il quale ha affermato che è il momento di “atti concreti, basta con i bla bla bla che dietro hanno il nulla”.  Ai sindaci e agli assessori, l’Unione inquilini ha rivolto una esortazione: se vogliono affrontare seriamente la questione sfratti, e quella più ampia della precarietà abitativa, c’è una possibilità concreta di dimostrarsi all’altezza: presentino in tempi brevi ai cittadini, ai sindacati, agli inquilini e ai prefetti, piani comunali che incrementino le case popolari, utilizzando i fondi del Pnrr destinati alla rigenerazione urbana e alla coesione sociale, e i fondi dei piani integrati delle aree metropolitane. Queste le basi minime per graduare gli sfratti e garantire il passaggio da casa a casa per gli sgomberi.

*Ex-segretario nazionale Unione inquilini

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