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A Genova si chiudono i centri sociali

Nella città iperrealista del sindaco Bucci, nessuno spazio per l’autogestione e la socialità dal basso. L’esperienza dello Zapata, che ha segnato un’epoca. L’11 febbraio previste un’assemblea e una manifestazione

31 Luglio 2024 Agostino Petrillo  3950

(Questo articolo è stato pubblicato il 6 febbraio 2023)

A Genova il sindaco è contento: tra qualche mese si avvieranno i lavori del primo dei suoi giocattoli urbani, la funivia, che dalla stazione marittima dovrebbe condurre alle fortificazioni napoleoniche, finalmente “valorizzate”. Non molto contenti sembrano invece gli abitanti del Lagaccio, che hanno manifestato e organizzato blocchi stradali. Il quartiere verrà infatti svisato dai giganteschi piloni che sostengono il meraviglioso impianto di risalita, destinato, nelle fantasie della giunta comunale, a trasbordare ricchi turisti dalle navi crociera alle scabre e scoscese alture liguri, dove dovrebbe attenderli un raccapricciante parco tematico (come abbiamo già raccontato qui). Un modo “creativo” di spendere i quattrini del Pnrr. Ma dato che per ora anche l’altro megaprogetto, quello della nuova diga foranea, non decolla, bloccato da una serie di querelle burocratiche, che fare nel frattempo? Niente di meglio che proseguire nell’opera di sgombero dei centri sociali, cominciata già lo scorso anno con la chiusura del Terra di nessuno, attivo dal 1996 proprio nella zona in cui dovrebbe sorgere la funivia, tra Lagaccio e Oregina.

Da anni la Lega voleva la testa del Terra di nessuno, storico ritrovo di sovversivi, artisti e fricchettoni vari, e finalmente l’ha avuta: così ha esultato pubblicamente dopo lo sgombero, con una dichiarazione del gruppo consiliare che recitava: “Dopo 27 anni, finalmente è chiuso questo epicentro di illegalità nel quartiere del Lagaccio”. L’assessore comunale alla Sicurezza, in quota Lega, Giorgio Viale, con l’eleganza che lo caratterizza, ha parlato di “una liberazione attesa dai cittadini del quartiere Lagaccio da anni. Il Comune deve finalmente avviare la riqualificazione dell’area (…), d’ora in poi regneranno ordine e legalità. Nessuno può pensare di occupare a sbafo gli immobili di proprietà di tutti i cittadini”.

Adesso è la volta dell’avviso di sfratto allo Zapata, di Sampierdarena, un centro sociale di “seconda generazione” per usare la classificazione che ne abbozzò Primo Moroni, occupato tra varie vicende di sgomberi e rioccupazioni dal 1994. Ambedue i centri sociali affondano le radici, dunque, in un’altra epoca e in un’altra Genova: sono nati in una città che si deindustrializzava, in cui regnava il disorientamento; le amministrazioni annaspavano alla ricerca di idee che non avrebbero trovato, mentre, all’insegna dell’eroina, si consumava un olocausto generazionale con pochi eguali in Europa.

Don Andrea Gallo, della comunità di San Benedetto al porto, tra i pochi a capire le molte ragioni della nascita e della lunga sopravvivenza dei centri sociali genovesi, provò anche a stabilizzarne e a consolidarne l’esistenza, con una lunga trattativa in sede istituzionale per la concessione degli spazi, che però non venne mai formalizzata. Ci riprovò poi anche Rifondazione comunista, sempre senza risultato. Si giunse solo nel 2011 a una sorta di prima intesa tra il Comune e l’Associazione centri sociali presieduta dallo stesso Don Gallo, intesa per cui ai quattro centri genovesi – oltre ai due menzionati, anche il Buridda e il Pinelli, nati successivamente – sarebbero stati affidati in gestione gli spazi demaniali che occupavano. Il tutto rimase però a uno stadio progettuale, e non furono mai affrontati i passaggi burocratici per la definitiva “regolarizzazione”.

Ora, al collettivo che gestisce lo Zapata, è arrivata la notifica di ingiunzione di pagamento di quasi centoventimila euro di “affitto” arretrato. Così si sta mettendo una pietra tombale, per via burocratica, su una esperienza trentennale. Trent’anni rappresentano un tempo eccezionalmente lungo per iniziative basate completamente sul volontariato, e completamente autorganizzate. Si tratta di realtà che sono sopravvissute attraverso cambiamenti di leadership, avvicendamenti di figure di riferimento, trasformazioni politiche e sociali della città e del Paese. La loro capacità di durare è legata al fatto che, per decenni, hanno fornito occasioni di socializzazione che mancavano; sono stati spazi in cui fare cultura, musica, politica, e hanno dato voce a chi non l’aveva. Ma la merce più rara e richiesta, e più desiderata dai frequentatori – al di là della programmazione musicale, teatrale e culturale – è stata la socialità. Una socialità sempre più iscritta e sussunta sotto i processi di produzione immateriale, e al tempo stesso negata da tendenze alla atomizzazione e all’isolamento.

La piccola utopia urbana concretizzatasi nello Zapata è stata il frutto sia di pratiche difensive e di sopravvivenza individuali, sia il risultato di una progettazione collettiva: si è sviluppata e ha potuto sopravvivere sulla frontiera sempre più labile tra necessità materiale e spinta politica, disegnando idee alternative di convivenza, di bene comune e di trasformazione sociale. Lo Zapata, negli anni, è stato più integrativo che conflittuale. Doposcuola, palestra sociale, emeroteca, dibattiti, tutti segni di una concezione non solo antagonista, ma che ricorda da vicino quelle che furono le strutture dei dopolavoro della socialdemocrazia tedesca a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Un luogo che ha avuto, quindi, la capacità di dare spazio a una rete ampia di soggetti, non necessariamente interessati al progetto politico che ne ispirava l’azione: simpatizzanti, visitatori occasionali, ragazzi di periferia, alla ricerca di musica gratis o a poco prezzo, artisti squattrinati. La progettualità del centro ha sempre trovato le sue basi in molteplici dimensioni: autogestione, autoproduzione, autorganizzazione, autofinanziamento. Lo Zapata ha rappresentato anche un punto di riferimento fisso per la politica genovese, sempre in piazza durante le lotte per i migranti dell’Associazione Città aperta, presente nelle più importanti rivendicazioni operaie e sindacali, ha partecipato a grandi campagne nazionali, indette da quello che fu il coordinamento nazionale dei centri sociali, e che appaiono oggi estremamente anticipatrici e lungimiranti, come furono, sul finire dei Novanta, quella per il “reddito universale di cittadinanza” e quella contro i centri di permanenza temporanea per i migranti. Ma è stato una componente anche di momenti e vicende ormai consegnate alla storia, come l’esperienza delle Tute bianche, per arrivare fino alle giornate del G8 nel 2001. Nei decenni successivi, ha consolidato la sua esperienza con organizzazione di concerti e dibattiti, continuando a esprimere il bisogno radicale di non mercificazione della cultura e della musica, e proponendosi come riferimento di una comunicazione giovanile fatta di un universo di segni e di simboli, che divenivano progressivamente più complessi e di meno facile decifrazione. La musica ha rappresentato uno strumento di autoriconoscimento, di rifiuto della contaminazione con il mondo esterno. Così, nel corso degli anni, lo Zapata è diventato una componente consueta di quello che c’era di diverso da fare la sera, in una città che certo non offriva molto.

Negli ultimi tempi, la partecipazione si era un po’ diradata, sia per il mutare della struttura sociale e demografica della popolazione, sia per il ritrarsi nello spazio domestico della “generazione di cristallo”. La città invecchia e non offre opportunità di lavoro, molti giovani ne sono da tempo fuggiti. Nella Genova anziana, in cui la giunta agita i folli fantasmi della economia informale e del “ripopolamento”, la ventilata chiusura dello Zapata rischia però di aggiungere un ulteriore tassello al definivo trionfo del tempo libero a pagamento, della movida solo per i ricchi, a scapito di una “città dal basso”, lungamente ignorata, e oggi nemmeno più tollerata, indipendentemente dalla funzione che ha svolto e continua a svolgere.

Nella città iperrealista sognata dal sindaco Bucci, in cui grandi giocattoli urbani attraggono visitatori abbienti, tra luminarie ed eventi spettacolo, mentre i milanesi scendono in massa ad acquistare le case sempre più vuote della ex metropoli ligure, ormai quasi dimezzata, pare che non ci sia posto per il tardo alternativismo e per la socializzazione di arte e cultura. Ma ora ci saranno proteste: per l’11 febbraio sono previste un’assemblea cittadina e una manifestazione. Vedremo se sortiranno qualche effetto.

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