La siderurgia italiana fu privatizzata, su iniziativa del centrosinistra, nella seconda metà degli anni Novanta. La decisione fu presa a bordo del panfilo Britannia, nel giugno del ’92, assieme a banche e altri soggetti. Ma non in tutti i casi le aziende passarono in mano straniera. In un momento, come quello attuale, di forte ripartenza della domanda di acciaio si potrebbe pensare che il paese issi il tricolore sui siderurgici, come a Terni, in mano pubblica, a Piombino e Taranto per sfruttare questa fase e rilanciare il settore? No, tutt’altro.

Le tre capitali storiche della siderurgia – Taranto, Terni e Piombino – passeranno di mano: a maggio del 2022, in base agli accordi, Acciaierie d’Italia (ex Ilva) sarà sotto il controllo di Invitalia (cioè dello Stato); il colosso tedesco ThyssenKrupp ha ceduto ad Arvedi. In realtà lo Stato è da tempo nella siderurgia attraverso le amministrazioni straordinarie. A ben vedere la siderurgia più in buona salute è quella di Veneto, Lombardia e Friuli, lontana dalla mediatizzazione delle vicende industriali.

Terni

È giunta al termine una trattativa in esclusiva per la Acciai Speciali Terni, in cui il gruppo Arvedi ha prevalso su Marcegaglia. Singolare che i due giganti, la coreana Posco e la cinese Bao Steel, abbiano manifestato interesse senza visitare lo stabilimento ternano. I piani industriali delineati dagli acquirenti italiani punterebbero sul ritorno (dopo la chiusura annunciata dai tedeschi nel 2005) tra i prodotti del lamierino magnetico, abbandonato a suo tempo, ma tornato ora essenziale nel settore dell’auto elettrica. L’operazione dovrebbe valere complessivamente attorno ai seicento milioni di euro, e non è esclusa una quotazione in borsa. L’operazione è interessante perché, rispetto alle precedenti iniziative di Arvedi e di altri siderurgici, questa prevede una maggiore complementarità di produzioni e di mercati di sbocco.

Piombino

A Piombino, dopo anni di amministrazione straordinaria, di finti e veri (ma non seri) acquirenti non è mai decollato il progetto di rilancio dell’indiana Jindal. Anche qui, come a Taranto, si prevede una partecipazione pubblica (ancora Invitalia), e un folto gruppo di aziende siderurgiche italiane (da Arvedi agli acciaieri veneti) hanno presentato al governo un progetto comune, per sostituire la partecipazione di Jindal e per realizzare un impianto per il pre-ridotto, al fine di servire almeno la stessa Piombino e molti impianti siderurgici del Nord.

Taranto

Il futuro in mano pubblica della ex Ilva (Invitalia salirà al 60% e la franco-indiana ArcelorMittal scenderà al 40%) è ormai già tracciato, addirittura con un possibile anticipo del cambio di guardia.

Eppure il piano industriale di Acciaierie d’Italia per Taranto e dell’intero gruppo verrà presto riscritto per la terza volta in tre anni. Il nuovo consiglio di amministrazione della holding che controlla l’azienda – con la presenza, per la prima volta, dei rappresentanti del socio pubblico – doveva, entro settembre, mettere mano a un nuovo piano industriale. “Tempistica, quantità e qualità”, sono le parole chiave su cui verrà costruito il piano: si tratta di una “transizione green” che punta alla graduale decarbonizzazione dell’impianto di Taranto, prendendo le mosse da una prima fase ibrida, con il mix tra altiforni e forni elettrici. Nessun dubbio, dunque, sul rispetto dei piani ambientali già avviati, a cominciare dalla copertura dei parchi minerali realizzata fin qui per il 90% circa. Ci si continua a chiedere, tuttavia, cosa ci sia di “green” nei forni elettrici, e a che punto sia il progetto Meros che abbatterebbe gli inquinanti in modo drastico. Ma gli annunci valgono più dei fatti quando la politica si occupa di industria.

Avanti adagio, quasi fermi

Il progetto industriale originario prevede un target di cinque milioni di tonnellate di acciaio quest’anno, sei nel 2022 e nel 2023, sette nel 2024 e otto, a regime, nel 2025 (di cui due milioni e mezzo da forni elettrici). Parallelo il calendario degli investimenti: 310 milioni quest’anno, 422 nel 2022, poi 433 nel 2023, ancora 427 nel 2024 e infine 300 nel 2025. Ma considerando l’attuale livello produttivo (tra i tre e i quattro milioni di tonnellate), gli effetti della pandemia, lo status degli impianti e le tensioni giudiziarie e sociali che hanno frenato l’iter di nascita dell’alleanza pubblico-privata, difficilmente gli obiettivi potranno essere confermati.

È necessaria una ridefinizione dei mercati di sbocco della produzione: l’Italia ha un fabbisogno di quasi sette milioni di tonnellate di acciai piani (proprio quelli della ex Ilva e non solo), ma la domanda è diversificata tra il settore dell’automotive, gli elettrodomestici, la cantieristica navale, le costruzioni: quindi andrà stabilita una precisa declinazione degli investimenti. Legati a stretto giro ai livelli produttivi sono anche i perimetri occupazionali: il piano originario prevede il riassorbimento dell’intera forza lavoro del gruppo (10.700 operai tra Taranto e Genova), con il raggiungimento degli otto milioni di tonnellate di acciaio: un eventuale allungamento dei tempi o, addirittura, un ridimensionamento degli obiettivi metterebbe in discussione questo risultato, anche se, incrociando gli ammortizzatori sociali previsti nel quinquennio e i possibili spostamenti interni agli impianti, il rischio di esuberi potrebbe essere scongiurato. Forse l’ipotesi di una società mista per la rioccupazione dei lavoratori in cassa integrazione di Ilva in amministrazione straordinaria, come era stato proposto, e a cui solo l’allora ministro Carlo Calenda aveva collaborato, darebbe ossigeno in questa fase paradossale: cresce la domanda di acciaio, ma la produzione cala, aumenta il ricorso alla cassa integrazione, e non c’è nessuna prospettiva di occupazione per i cassaintegrati in amministrazione straordinaria; i progetti di ambientalizzazione sono fermi e c’è la necessità di una manutenzione urgente degli impianti. Si sta accelerando nell’impiego dell’idrogeno, basti vedere gli sviluppi del progetto scandinavo Hybrit o di H2; ma l’industrializzazione richiede altri quattro o cinque anni. Completare e dar conto dei progetti previsti dal piano ambientale del 2018 sarebbe un passo verso la sostenibilità. Passo più serio, perché è evidente che ciò che è “green” per la politica sotto elezioni, non sempre è salutare per la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Perché non perdere l’acciaio

La pandemia ha fornito alcune indicazioni anche sulla geografia del lavoro e delle produzioni. Non sarei affatto d’accordo su una generale regionalizzazione delle produzioni: la necessità di prossimità è indispensabile, almeno per i settori primari delle rispettive economie. L’export italiano è fatto per il 52% di metalmeccanica e, in particolare, per il 33% di meccanica strumentale. L’acciaio è il nostro bene di esportazione primario e abbiamo visto come shock esterni interrompano le catene di fornitura. A chi dice “compriamo l’acciaio dalla Cina” bisogna ricordare che le forniture di acciaio avvengono su programmi pluriennali, in cui sono fondamentali la stabilità di prezzo e la continuità di fornitura. Ciò non è possibile né con uno shopping settimanale né a distanze tali che prezzo della logistica ed esposizioni a shock di natura politica, pandemica, eccetera, possano influenzare facilmente. Nelle catene di fornitura ci sono porzioni di creazione del valore in cui assecondare la dipendenza da alcuni paesi è molto rischioso.

Usiamo l’acciaio dall’automotive all’impiantistica, dall’edilizia alla meccanica e all’elettrodomestico, dall’alimentare all’aerospaziale e al biomedicale. A causa di una mancanza di visione ed errori continui, da tempo siamo diventati importatori netti. Cresce la domanda di acciaio e, mentre non saturiamo la nostra capacità produttiva, importiamo dalla Germania e dalla Turchia. I nostri sovranisti sono tali contro i migranti e contro il buonsenso, ma non con l’acciaio. Dove nazionalizziamo lo facciamo per il disastro lasciato dalle amministrazioni straordinarie pubbliche e per l’incapacità e la scarsa credibilità di interlocuzione con il capitalismo siderurgico internazionale. Quest’ultimo non ci ha pensato due volte a fare i propri interessi, sapendo che avremmo brindato ai nostri insuccessi.