Un sogno per molti, un incubo per altri. La grande acciaieria potrebbe chiudere i battenti. La sentenza della Corte d’assise di Taranto almeno un merito l’ha avuto. Non si può più perdere tempo, mentire, fare false promesse. Il destino della più grande acciaieria d’Europa è segnato. I giudici hanno confiscato l’area a caldo. Se anche gli altri due gradi di giudizio lo confermeranno, gli altiforni dovranno chiudere. Insomma, il ciclo integrale di Taranto dovrà andare in pensione.

Ma la svolta potrebbe arrivare prima che si compiano i tempi lunghi della giustizia. Già nei prossimi giorni il Consiglio di Stato potrebbe confermare la sentenza del Tar che ha dato ragione al sindaco della città dei due mari che ha chiesto la chiusura dell’area a caldo.

C’è fibrillazione anche nei palazzi della capitale. Qualcosa dovrà accadere. Era già successo che il governo fosse costretto a prendere una drastica decisione. Sembrava, in quei primi anni Ottanta, che chiudere l’Italsider di Bagnoli potesse portare alla fine del mondo. E adesso che fine faranno quegli anticorpi – gli operai – della società malata, illegale, camorrista, criminale? E Napoli come sopravvivrà? Dimenticando, tutti, che le classi dirigenti avevano fatto fiorire l’industria diffusa del contrabbando di sigarette che dava da vivere e sfamava cinquantamila bocche. E che l’economia della catastrofe e della sopravvivenza aveva radici ben piantate a Napoli, città da sempre alegale (l’esempio calzante è quello del semaforo che nessuno rispetta).

Trent’anni dopo, dove c’era l’Italsider-Ilva oggi non c’è niente o quasi. La mostra permanente di Futuro Remoto. Poco sicuramente. Di certo, però, l’ambiente e i cittadini sono meno inquinati e avvelenati.

Ricordo gli anni Sessanta e Settanta e quelle indimenticabili inchieste giornalistiche di Nanni Loi (e non solo) che con il “gelato” intervistava i viaggiatori sui treni che arrivavano a Taranto. Stava per nascere la grande mamma del sud, il più grande hub di lavoro, salario, mobilità sociale. Finalmente i contadini, i mezzadri, gli operai della terra, entrando in fabbrica, conoscendo anche loro la rivoluzione industriale, avrebbero mutato pelle. Più di mezzo secolo dopo dalla sua nascita, il destino di intere generazioni di agricoltori sarebbe stato quello di ereditare il testimone dal padre, zio, nonno, parenti vari, conquistando il “posto” in acciaieria. Ora tutto questo è in discussione.

Il Sud che era stato escluso dalla prima rivoluzione industriale avrebbe potuto rimettersi in carreggiata? Francamente, il bilancio di Taranto e della sua grande trasformazione sociale e di classe alla fine non è stato positivo. L’Iri era riuscita a costruire la più grande cattedrale nel deserto di quegli anni Sessanta. Poi sarebbe arrivata la Fiat con gli impianti di Termini Imerese, Pomigliano d’Arco e Melfi.

Taranto, negli ultimi vent’anni, ha scoperto di essere stata presa in giro. La città, tenuta insieme da una classe dirigente che si era costruita con l’Arsenale militare e la base navale, non ha mai digerito la grande acciaieria. Né il polo chimico con le sue raffinerie. C’era il porto, enorme, immenso, dalle mille potenzialità. Che solo nel nuovo millennio ha conosciuto un certo sviluppo.

Le grandi industrie manifatturiere del Nord tremano al pensiero che la grande avvelenatrice di ambiente e territorio possa chiudere. Aspettando il Consiglio di Stato, un organo di giustizia amministrativa sempre sensibile alle “compatibilità” invocate dalla politica, il governo potrebbe giocare d’anticipo, avendo lo Stato ricomprato quote di proprietà dell’acciaieria da ArcelorMittal: chiudendo l’acciaieria e dando vita alla più grande bonifica sociale e del territorio.

Taranto potrebbe cancellare l’area a caldo dando forma a piccole acciaierie green. Ma questo è un progetto da costruire in una seconda fase. Prima bisogna chiudere con il passato. Anche fisicamente smembrare gli altiforni, impedire che le navi scarichino tonnellate di carbone e minerali. E progettare la bonifica del territorio.



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