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Home » Editoriale » Andrea Crisanti, l’eretico di Padova

Andrea Crisanti, l’eretico di Padova

3 Maggio 2021 Michele Mezza  1323

“Non ci voglio credere e mi sembra assurdo. È dai tempi di Galileo che una procura non si occupa di giudicare un articolo scientifico”. È stato questo il commento di Andrea Crisanti alla notizia che l’azienda sanitaria della Regione Veneto lo aveva querelato per diffamazione, a causa delle sue riserve sull’uso disinvolto dei tamponi rapidi da parte di quell’amministrazione locale.

In effetti è davvero singolare che lo scienziato sia messo sotto accusa per una valutazione tecnica proprio dalla regione Veneto, dopo la prova straordinaria che aveva dato, nella fase più terribile della prima ondata della pandemia, in quei tragici giorni di fine febbraio dell’anno scorso, quando fra Lombardia e Veneto si scatenava l’inferno, con il virus che correva e nessuno ci capiva niente; mentre proprio l’equipe di Crisanti, a Vo’ Euganeo, riusciva a frenare il contagio, riducendone l’impatto devastante che invece si ebbe a qualche centinaio di chilometri, in Lombardia, nella zona di Codogno. Paradossale ma non sorprendente. Lo staff di Zaia, il doge del Veneto, aveva cominciato da subito a diffidare di questo microbiologo appena arrivato al vertice del reparto malattie infettive di Padova, con un lungo curriculum scientifico maturato interamente all’estero, e che oggi ancora si divide tra la cattedra di microbiologia dell’università padovana e l’Imperial College di Londra. Crisanti si era mosso da subito in maniera non convenzionale.

Già ai primi di gennaio, infatti, quando ancora in Italia si vedeva il Covid 19 come una sigla esoterica che annunciava eventi lontani nella sperduta provincia cinese di Wuhan, aveva cominciato a fare incetta di reagenti. “Li mettevamo fin sotto i letti dei malati” – ci spiega il professore – “e ci guardavano davvero male”. In pochi giorni, a Padova, furono stivati reagenti in quantità sufficiente per fare tamponi a tutta la popolazione della zona, qualora vi fosse la necessità. Ma in quel momento nessuno ne vedeva l’utilità.

Proprio dalla Regione arrivarono le prime rampogne: chi vi ha autorizzato e con quale giustificazione, chiedevano i funzionari di Zaia. Poi, dopo la metà di febbraio, si colsero i primi tuoni del temporale. Crisanti li decifrò mettendo subito in allarme la struttura universitaria e ospedaliera, per realizzare un network di campionatura e tamponi di massa. Nessuno aveva ancora in mente che si dovesse procedere in quella direzione. Soltanto allo Spallanzani di Roma erano stati ricoverati due turisti cinesi con sintomi affini alle descrizioni che arrivavano dalla Cina: in questi giorni, più di un anno dopo, proprio i ricercatori di Crisanti hanno scoperto che i due cinesi erano transitati da Vo’, seminando la scia di contagio.

Il 21 febbraio 2020 scoppia l’apocalisse. Nella stessa giornata due malati con segni evidenti di un avanzato stato di infezione: uno a Codogno, in Lombardia, e l’altro a Vo’, in Veneto. Qualche ora dopo muore il ricoverato in Veneto, e Crisanti fa scattare il piano che aveva predisposto: isolato l’intero territorio del Comune interessato e tamponatura di massa a tutti i poco più di tremila abitanti. La storia è nota: in Veneto l’infezione frena e a Vo’ si spegne dopo qualche giorno; in Lombardia invece dilaga con effetti catastrofici di cui ancora oggi stiamo misurando l’entità. La carta vincente furono i cartoni di reagenti nascosti sotto i letti dei ricoverati dell’ospedale di Padova. Grazie a quei materiali, a differenza di quanto accadeva nella vicina Lombardia, con il sistema allestito da Crisanti – che collegava presidi medici sul territorio al dipartimento di microbiologia dell’università per realizzare a flusso continuo i tamponi e gli esami biologici – si riuscì a rintuzzare l’attacco del virus.

Nulla di puramente tecnico nelle soluzioni adottate dal direttore del dipartimento di microbiologia dell’Università di Padova, ma una visione politica della sanità, legata al territorio e a una filosofia di prevenzione e sorveglianza diretta da parte delle autorità mediche; laddove in Lombardia ha prevalso una visione legata ai grandi apparati ospedalieri, intrecciati con le cliniche private, come la gestione formigoniana aveva stabilito, che ha portato ad aspettare nei reparti di terapia intensiva i malati per curarli. Ma la pandemia – spiegava Donald Ross, padre dell’epidemiologia moderna, già durante la disastrosa “spagnola” che flagellò l’Europa subito dopo la prima guerra mondiale – è innanzitutto un fenomeno matematico, che va interpretato come tale se vogliamo soffocarla.

E così ha proceduto Crisanti: raccogliere i dati, elaborarli, sviluppare una visione e procedere con una organizzazione decentrata e articolata, in cui si sono collegati territorio, sistemi sanitari e apparati universitari. Subito dopo un compiacimento di facciata, iniziano le dolenti note: la direzione generale della Sanità regionale, longa manus di Zaia che stava preparando la sua campagna elettorale, comincia a fare le pulci al modello di Vo’, cercando pretesti per sbalzare Crisanti. Cosa che avviene proprio a maggio, dopo un paio di mesi dall’inizio della lotta contro il contagio. Il professore non accetta di essere subordinato ad altri centri clinici, rompendo il sistema che fino ad allora aveva lavorato con grandi risultati. Ma soprattutto non accetta le contorsioni e i maneggi sui dati con i quali Zaia cerca di limitare i vincoli alle attività della sua regione.

La trasmissione di Rai 3 “Report” ha documentato, con testimonianze dal vivo, come i dati sui positivi e i ricoveri siano stati manipolati per permettere una classificazione della Regione nel novero di quelle meno vincolate nella gerarchia cromatica, decisa dal ministero. Al centro della discussione sono i tamponi veloci, che vengono usati in gran quantità per aumentare i propri indici di efficienza e dimostrare che si possono aprire attività e movimenti sul territorio. Su questa tipologia di esami, Crisanti si era già espresso, sulla base di studi internazionali dello stesso Imperial College, che dimostrano come questi tamponi presentano un margine di incertezza e di errore attorno al 30%. Questo al netto del gioco delle varianti, che rende ancora meno efficace questa tipologia di esami. Un margine troppo alto – denuncia Crisanti – che non solo non ferma il contagio, ma lo moltiplica dando illusoriamente la percezione di un’immunità che non c’è in potenziali positivi.

Arriviamo così alla querela, con la minaccia di rogo metaforico. Nel frattempo l’equipe raccolta attorno al cattedratico padovano continua il suo lavoro, e sta pubblicando proprio in questi giorni su Lancet uno studio che certifica come i guariti di Vo’, un anno fa, presentino una quota sufficiente di anticorpi anche a distanza di un anno. Un elemento incoraggiante se combinato con la campagna vaccinale. Ma anche su questo Crisanti non si smentisce, e nuota controcorrente: i vaccini sono indispensabili ma non sufficienti. Bisogna combinare – raccomanda inascoltato – un completamento della campagna vaccinale con un sistema di sorveglianza territoriale che integri misure di cautela, come distanziamento e mascherine che ci dovranno accompagnare ancora per qualche anno, con network di testing di massa mediante tamponi molecolari in tutte le aree in cui si segnalano positivi, riattivando al tempo stesso l’app Immuni che deve essere agganciata al Gps per non renderla autistica. Il destinatario di questi suggerimenti, questa volta, è il ministero della Salute. Come risponderà? Tanto più che fra un paio di settimane avremo il giudizio di Dio sulla scommessa del governo Draghi di riaprire le attività, come deciso il 26 aprile. Una scommessa intempestiva e rischiosa, ha già ammonito l’eretico di Padova.

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TagsAndrea Crisanti covid Luca Zaia Michele Mezza ministero salute pandemia Regione Veneto Report tamponi rapidi

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