Le future regole dell’Unione europea per la finanza sostenibile, volte a evitare il greenwashing, sono ormai un fortino assediato dalle lobby industriali e nazionali, e rischiano di trasformarsi esse stesse in un gigantesco strumento di greenwashing. È la denuncia che, con toni sempre più drammatici, le Ong ambientaliste, l’industria delle energie rinnovabili, diversi eurodeputati ed esperti hanno lanciato nelle ultime settimane, di fronte agli evidenti cedimenti della Commissione europea su diversi capitoli del primo atto di applicazione definitivo della “Tassonomia”, le regole di classificazione degli investimenti sostenibili, che dovrebbe essere varato il 21 aprile.

La Tassonomia verde definisce sei obiettivi: i primi due, più specificamente climatici (mitigazione del riscaldamento globale e adattamento alle sue conseguenze), saranno l’oggetto del testo atteso il 21 aprile. Gli altri quattro obiettivi, più generalmente ambientali, saranno oggetto di atti di applicazione successivi: la transizione all’economia circolare (riuso o riciclo dei materiali e abbattimento della generazione di rifiuti); la protezione dell’acqua, degli ambienti acquatici e delle risorse marine; la prevenzione e il controllo dell’inquinamento di aria, acqua e suolo; e infine la protezione e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. La classificazione degli investimenti verdi considera in che misura un’attività economica che voglia essere qualificata come “sostenibile” contribuisce al raggiungimento di almeno uno dei sei obiettivi, senza però danneggiarne nessuno degli altri cinque. Si tratta di un lavoro che è in corso già da qualche anno, e che aveva portato a un primo importante risultato l’estate scorsa, con un regolamento quadro che tuttavia lasciava ancora alla Commissione europea il compito di definire, con degli “atti delegati”, i criteri tecnici e le soglie quantitative per la classificazione di ogni attività economica che aspiri a ottenere questa certificazione ufficiale europea di sostenibilità ambientale e climatica, per attrarre gli investitori interessati, sempre più numerosi.

In gioco c’è non solo l’etichetta di “investimento verde” di cui potranno fregiarsi le imprese dei settori e dei comparti economici “promossi” dalla Tassonomia, ma anche la definizione di una sorta di standard aureo di riferimento – non solo europeo ma mondiale – per la finanza sostenibile, che potrebbe venire applicato per la prima volta su scala massiccia ai “green bond”, le euro obbligazioni “verdi”, che la Commissione emetterà sui mercati a partire dall’estate prossima per finanziare gran parte del piano di Recovery e del Green Deal.

Lobby e Stati membri, braccio di ferro sulla sostenibilità

Non c’è da meravigliarsi, quindi, che si siano scatenati i gruppi di interesse di settori che, pur non essendo certo environmentally friendly (ed essendo anzi, in certi casi come l’industria fossile, fra i responsabili maggiori del cambiamento climatico), hanno visto in questa iniziativa un’occasione ghiotta per dotarsi di una patente di sostenibilità ambientale “ufficiale” e nuova di zecca, in una pura logica di marketing che è difficile non definire come greenwashing: vale a dire la rivendicazione ingannevole di qualità ecologiche inesistenti. L’obiettivo è quello di partecipare ancora da protagonisti al prossimo ciclo di investimenti infrastrutturali pubblici e privati di medio-lungo termine, di qui al 2030, prima che il percorso verso l’obiettivo europeo della “neutralità climatica” al 2050 li metta completamente fuori gioco.

I settori che assediano il fortino della Tassonomia verde europea sono soprattutto tre, sostenuti a loro volta da diversi gruppi di Stati membri. Innanzitutto, la lobby del gas, agguerrita e ancora potentissima, che mira ad accreditarsi come industria “di transizione”, capace di sostituire il petrolio e soprattutto il carbone come fonte di energia sempre fossile, ma con un livello sostanzialmente più basso di emissioni clima-alteranti. La loro richiesta, sostanzialmente, è quella di continuare a finanziare e costruire gasdotti, che un giorno potrebbero forse essere trasformati in infrastrutture per il trasporto dell’idrogeno, e centrali a gas, laddove servono a sostituire nel breve periodo la dipendenza dal carbone, magari prospettando anche il miraggio, mai veramente realizzato, dello stoccaggio nel sottosuolo delle emissioni di anidride carbonica (Carbon Capture and Storage, Ccs). Il gas, inoltre, è considerato come essenziale “riserva di capacità” per garantire la continuità della generazione di energia elettrica rispetto alla “intermittenza” nelle fonti rinnovabili. Almeno dieci Stati membri sostengono questa lobby: Bulgaria, Repubblica ceca, Croazia, Cipro, Grecia, Ungheria, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia si sono opposti a una prima bozza del testo della Commissione che secondo loro non riconosceva abbastanza la sostenibilità climatica del gas come fonte di transizione.

Poi c’è il settore della bioenergia, rappresentato soprattutto dall’industria forestale e del legname dei paesi scandinavi, che, con una lobby molto più discreta, fortemente sostenuta da Svezia e Finlandia, sta riuscendo a far passare come climaticamente sostenibile la combustione di biomasse e biocarburanti, che hanno già la patente di fonti rinnovabili, ma producono comunque emissioni clima-alteranti.

Infine, l’industria nucleare, che vede nella Tassonomia verde un’occasione irripetibile, forse l’ultima, per invertire la tendenza ormai consolidata nei mercati finanziari e nella maggior parte degli Stati a disertare i suoi investimenti, preferendo ormai di gran lunga le fonti rinnovabili. Per i nuclearisti, sarebbe importante soprattutto non essere esclusi dalla partita degli investimenti del Piano europeo di Recovery e del Green Deal, per la quale la patente di sostenibilità sarebbe essenziale. Sette Stati membri (Francia, Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) sostengono in questo sforzo l’industria atomica, e hanno scritto il 19 marzo scorso una lettera alla Commissione in cui chiedono di non discriminare il settore e la tecnologia nucleare, e di includerli in tutte le politiche europee di incentivazione delle fonti energetiche a zero emissioni, compresa naturalmente la Tassonomia verde.

Nucleare amico del clima, ma l’ambiente?

Al settore nucleare, in effetti, è già stata riconosciuta la “neutralità climatica” per quanto riguarda i primi due dei sei obiettivi della Tassonomia verde, quelli, appunto, relativi al clima. Ma, per ottenere la patente di sostenibilità, le attività economiche prese in considerazione devono rispettare anche il principio che impone di “non causare danni significativi” agli altri quattro obiettivi ambientali della Tassonomia. Da questo punto di vista, il problema principale è quello del trattamento delle scorie ad alta radioattività e lunghissimo decadimento prodotte dalle centrali atomiche, e in particolare del combustibile esausto dei reattori. Per non parlare della gravità estrema dei possibili incidenti nucleari, che sono già avvenuti in passato (Three Mile Island, Usa, 1979; Cernobyl, Urss, 1986; Fukushima, Giappone, 2011), e che non si può escludere possano ripetersi in futuro, per quanto sia stata enormemente migliorata la sicurezza degli impianti. Per quanto riguarda le scorie, la ricerca e l’industria del settore stanno lavorando a delle soluzioni che assicurano essere promettenti, come il riciclaggio del combustibile esausto e i depositi geologici ad alta profondità per i materiali altamente radioattivi. Ma si tratta comunque di soluzioni basate su simulazioni o ancora sperimentali, che non si sa ancora con certezza se funzioneranno su scala reale e industriale; e comunque non sono pronte e non lo saranno ancora almeno per un decennio. Inoltre, c’è il problema delle enormi quantità di acqua di cui i reattori nucleari hanno bisogno per il raffreddamento, e che, se non adeguatamente gestite, rappresentano un potenziale rischio ambientale in caso di scarico ad alte temperature negli ecosistemi.

Recentemente, due fughe di notizie, non si sa se orchestrate e pilotate, hanno dato la misura di quanto gli interessi di queste tre lobby si stiano avvicinando ai propri obiettivi, con il rischio di compromettere e far deragliare completamente la Tassonomia europea degli investimenti verdi. La prima riguarda l’ultima bozza del testo che sarà presentato il 21 aprile, trapelata sulla stampa europea a fine marzo, in occasione di una consultazione della Commissione con i rappresentanti degli Stati membri.

La denuncia degli ambientalisti: decarbonizzazione a rischio

Secondo un’analisi collettiva delle Ong ambientaliste europee, presentata recentemente dal Wwf a Bruxelles, le modifiche apportate dalla Commissione rispetto a una prima proposta del novembre scorso (che era stata oggetto di un’ampia consultazione pubblica, con 46.591 risposte ricevute entro il 18 dicembre) comportano un solo miglioramento (relativo alla manifattura della plastica), a fronte di almeno quindici punti peggiorativi, senza contare alcuni capitoli positivi che sono stati semplicemente ritirati, e che saranno esaminati più tardi. I peggioramenti più importanti, secondo gli ambientalisti, riguardano in particolare l’ingresso nei criteri di sostenibilità climatica degli impianti a gas che saranno installati per sostituire centrali elettriche o di co-generazione a carbone o a petrolio situate nelle regioni cosiddette in transizione, oggi in pesante dipendenza dalle fonti fossili. Secondo l’analisi, si rischia in realtà di considerare sostenibili tutti i nuovi impianti di co-generazione a gas, e di incentivarne fortemente la moltiplicazione, visto che sono molti di più gli impianti a carbone di cui è prevista la chiusura entro i prossimi anni, che quelli a gas già programmati. Inoltre, le novità introdotte nella bozza rischierebbero di frenare o addirittura arrestare lo sviluppo delle rinnovabili nelle regioni “in transizione”, rinchiudendole in un orizzonte futuro ancora legato alla dipendenza dalle fonti fossili; e potrebbero, infine, compromettere più in generale la decarbonizzazione progressiva dell’elettricità nell’Unione, già in corso. Un’altra critica riguarda l’abbassamento della soglia da rispettare perché sia considerata sostenibile la produzione di idrogeno “blu”, quello prodotto da fonti fossili (ma con l’uso del Ccs), oppure da elettricità non rinnovabile (in particolare quella da fonte nucleare) prelevata dalla rete. Per essere ammesso nella Tassonomia, l’idrogeno blu dovrà ora essere prodotto con una riduzione del 70% delle emissioni (invece del precedente 80%), rispetto a quanto viene emesso con l’uso di una quantità equivalente di energia fossile. Per gli ambientalisti, dovrebbe entrare nella Tassonomia solo l’idrogeno “verde”, prodotto con l’elettrolisi che utilizza l’elettricità generata esclusivamente da fonti rinnovabili.

L’altra fuga di notizie riguarda un parere scientifico del Centro comune di ricerca della Commissione europea (Jrc), la cui pubblicazione ufficiale dovrebbe essere imminente. Nel marzo 2020, il Comitato europeo di esperti Teg (Technical Expert Group on Sustainable Finance), incaricato di decidere quali attività economiche inserire nella Tassonomia, quali escludere e quali ammettere solo transitoriamente, non era riuscito ad arrivare a una conclusione univoca sulla classificazione del nucleare. Pur ammettendo che l’energia atomica rispetta i due obiettivi climatici della mitigazione e adattamento, il Teg lasciava aperta la questione riguardo agli altri quattro obiettivi ambientali. La Commissione aveva quindi chiesto al Jrc di esaminare se, e in che misura, la produzione di energia nucleare e le attività collegate (estrazione dell’uranio, trasporto dei materiali, costruzione delle centrali, controllo delle radiazioni, gestione delle scorie ecc.) abbiano un impatto dannoso su ciascuno di questi quattro obiettivi.

La risposta del Centro comune di ricerca, nettissima, è che il nucleare è assolutamente sostenibile dal punto di vista ambientale, anche sulla questione più cruciale: il trattamento delle scorie. “C’è un ampio consenso scientifico e tecnico – afferma il Jrc – sul fatto che lo smaltimento delle scorie ad alta radioattività di lunga durata in formazioni geologiche profonde sia, allo stato attuale delle conoscenze, considerato come un modo appropriato e sicuro di isolarle dalla biosfera per un periodo temporale molto lungo”, ovvero per un periodo di decadimento di circa centomila anni, afferma il Centro di ricerca, sebbene poi ammetta che, in termini di attuazione pratica, attualmente non esiste ancora alcun deposito geologico profondo di smaltimento delle scorie nucleari, e i pochi già progettati arriveranno solo fra una decina d’anni.

L’ultima parola alla Commissione europea

Ora la Commissione dovrà considerare se assumere pienamente questo parere, sempre che nel frattempo non sia almeno un po’ sfumato nella sua versione definitiva, o se sconfessare il suo Centro di ricerca. Comunque, si tratta di un parere non vincolante, che dovrà essere esaminato nel merito, nei prossimi tre mesi, da due comitati tecnici europei specializzati (il primo sulla protezione radiologica e la gestione dei rifiuti radioattivi, l’altro su ambiente, salute e rischi emergenti). Solo successivamente, a fine giugno-inizio luglio, la Commissione prenderà la sua decisione finale, attraverso un nuovo “atto delegato”, dopo la consultazione del parlamento europeo e dei rappresentanti degli Stati membri (che potranno respingere la sua proposta, ma non modificarla, solo a maggioranza qualificata).