Negli ultimi decenni l’America latina si è trasformata in un vero e proprio laboratorio per quanto riguarda le migrazioni tra i diversi paesi che la compongono. Lo sterminato subcontinente dall’estremo sud fino al centro America, è attraversato da flussi diversi tra loro che stanno generando uno dei processi più dinamici, complessi e conflittuali del pianeta. Su di una scala spaziale che interessa paesi dall’Argentina al Nicaragua, si muovono masse di uomini sospinti dalle motivazioni più diverse, motivazioni che spesso si sommano e si confondono tra loro. Migrazioni per motivi economici, per motivi politici, per necessità di esilio o rifugio, migrazioni ambientali, migrazioni di transito, flussi di rientro, spostamenti nati da forme di sradicamento e cambiamenti interni ai paesi. Processi differenti e intrecciati, che corrispondo a diverse situazioni storiche e politiche e a diversi tipi di violenza: politica, militare, economico-sociale, di sistema.

Questa umanità in cammino che si aggira tra le repubbliche che un tempo con sarcasmo e sufficienza si chiamavano “delle banane”, è l’espressione estrema di paesi che hanno sulle spalle decenni di fallimenti politici, di feroci lotte intestine, di rivoluzioni fallite o abortite prima di nascere. Le ultime decadi perdute sono quelle della ortodossia neoliberista che ha ulteriormente inasprito tensioni e disuguaglianze. Le folle che, risalendo attraverso tutto il continente, giungono fino a premere sulla frontiera degli Stati Uniti sono il risultato di questi processi. Si muovono settori sociali tra loro diversi, gruppi di origine etnica differente, e a volte interi pezzi di città.

Ce ne siamo accorti anche noi in Italia, quando abbiamo scoperto, per esempio, che una importante catena migratoria si era innescata da Guayaquil in Ecuador fino a Genova, e che interi barrios si erano trasferiti dalla periferia della metropoli ecuadoriana a quella genovese. Non che spostarsi sia facile: i muri che si sono andati costruendo non riguardano solo la frontiera tra Stati Uniti e Messico, altri ne esistono anche se meno visibili e formalizzati ormai in tutto il subcontinente. La cultura della frontiera e della chiusura fiorisce anche in quei vasti territori in cui un tempo i confini tra gli stati erano meno nettamente definiti e palpabili di quanto non lo siano oggi. Questo insieme di dispositivi e di filtri non può però impedire del tutto transizioni, passaggi. Così avviene che realtà di povertà e di miseria si trasferiscano da una città all’altra, oltrepassando le frontiere e ricostituendo altrove le medesime strutture di baracche autocostruite e precarie.

L’America latina e il Caribe sono infatti non solo una delle aree del pianeta segnate dalle maggiori disuguaglianze sociali, ma anche tra le regioni più urbanizzate del mondo, con circa un 80% della popolazione che risiede in città. Questi due fattori combinandosi creano il mondo delle barriadas, dei miseri quartieri periferici in cui si calcola abitino in condizioni estreme oltre cento milioni di abitanti. La crescita urbana rapidissima che negli ultimi anni ha interessato questa parte del mondo è stata almeno per una metà alimentata dalle baraccopoli.

Se a questo quadro più generale si aggiunge la componente migratoria si capisce come sia possibile che intere baraccopoli si spostino da un paese all’altro. Sono ormai oggetto di studio casi come quelli di Villa Caracas, un insediamento sorto ai margini della città di Barranquilla, frutto della diaspora venezuelana in Colombia. Luogo limite, primo approdo di chi ha scelto di allontanarsi dal Venezuela per ragioni politiche ed economiche, salvo poi trovare situazioni di vita durissime nel paese di approdo. I migranti si sono stanziati in una zona abbandonata senza pavimentazione stradale, senz’acqua, energia elettrica e servizi igienici e hanno costruito una baraccopoli. Dimostrando così, ancora una volta, che essa è come diceva il sociologo algerino Abdelmalek Sayad “il luogo dell’eterno migrante”. Quello che colpisce nei materiali che si possono leggere in rete su Villa Caracas è che il nome dell’insediamento è da ricondursi al fatto che la maggior parte dei residenti proviene da altrebidonville, situate intorno a Caracas, come dire che i migranti venezuelani una volta giunti nel nuovo paese hanno riprodotto lo stesso modello insediativo da cui provenivano.

Il sogno di trovare pane e lavoro in Colombia per molti si è trasformato nell’accettazione di condizioni di vita ancora peggiori di quelle lasciate, e molti tra coloro che hanno fatto la scelta dell’emigrazione vorrebbero ora tornare indietro, baraccopoli per baraccopoli, tanto vale rimanere nel conosciuto, verrebbe da osservare… Quello che però più colpisce in questo tipo di fenomeni è il loro generalizzarsi: il modello “Villa Caracas” di esportazione transfrontaliera della miseria e di riproduzione degli insediamenti informali pare potersi diffondere altrove, e ve ne sono già esempi in formato ridotto intorno ad altre città latinoamericane.

All’incrocio tra flussi migratori, stigmatizzazione della povertà e nuove frontiere si creano, dunque, degli spazi di tipo nuovo, che richiamano alcune riflessioni sulle città temporanee edificate dai migranti in Europa, come la jungle de Calais. Realtà aspre e brutali, surrogati di città per chi non ha città, che devono fare riflettere sulle forme insediative che il celebrato “millennio urbano” sembra per ora riservare ai poveri del mondo.

Articolo precedenteBergoglio parla al mondo economico-finanziario
Articolo successivoLa lezione di Amazon: mai più senza algoritmi