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Postfascisti, per meglio dire neopoujadisti

Pierre Poujade, chi era costui? Un cartolaio di un piccolo borgo nella Francia centrale, che negli anni Cinquanta del secolo scorso diede vita a un sindacato dei commercianti dal forte accento antifiscale. Si presentò alle elezioni, ottenendo un certo successo, con un movimento denominato Unione e fraternità francese. Tra le sue file, fu eletto per la prima volta il padre di Marine Le Pen, quel Jean-Marie che successivamente fondò il Fronte nazionale con la benedizione di Giorgio Almirante, riprendendo dal Movimento sociale italiano il simbolo della fiamma tricolore, finito poi nell’emblema di Fratelli d’Italia.

“Tutto si tiene”, come dicono i francesi. La storia talvolta va a ritroso: essere “postfascisti” può significare essere “prelepenisti” o “neopoujadisti”. La proposta venuta da Meloni e dai suoi (ma respinta in Senato) di destinare i soldi del cashback, cioè il parziale rimborso delle spese effettuate con carta di credito, anziché agli utenti, ai ristori per le aziende in difficoltà, va collocata infatti all’interno di una prospettiva prettamente poujadista. La misura voluta dal governo Conte 2, disincentivando l’uso del denaro contante, è stata una mossa concreta contro l’evasione fiscale, nella quale si distinguevano, ben prima della crisi sanitaria, molti negozianti. Proporre di assegnare i soldi, invece che agli acquirenti, al sostegno per i venditori, è la stessa cosa che dire a questi ultimi: “Tranquilli, evadete pure, anzi vi giriamo anche quel piccolo premio che si pensava di dare a chi utilizza la moneta elettronica per i pagamenti”.

Qualche parola sul Mezzogiorno

Si sa che la questione meridionale è da sempre questione nazionale – e ora, si potrebbe dire, europea. Lo è così tanto che perfino Draghi, presidente del Consiglio di un governo che esprime in larga misura gli interessi del blocco borghese del Nord (e di un partito, la Lega, che prima di trovare negli immigrati stranieri il nuovo capro espiatorio, proprio intorno al distacco dai meridionali puzzolenti aveva costruito le sue fortune politiche), ha dovuto riconoscere in un suo recente intervento che il divario tra le regioni del Sud e quelle del resto del paese è enormemente aumentato negli scorsi decenni, e che tra il 2008 e il 2018 la spesa per gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno “si è più che dimezzata”. In proposito, è accaduto a chi scrive di parlare una volta di uno “sviluppo del sottosviluppo”, con riferimento a un’economia della miseria civile, guidata dalla criminalità organizzata, che caratterizza una città come quella partenopea, in cui il riciclaggio del denaro sporco, nella gestione di locali pubblici o nella compravendita degli immobili, spetta a un ceto di persone insospettabili e perbene.

Adesso si tratterebbe di spendere con giudizio i fondi europei. Per esempio evitando di rilanciare progetti faraonici del tutto insostenibili, dal punto di vista ambientale, come il ponte sullo Stretto; e pensando invece alle infrastrutture ordinarie, come quelle della viabilità e di una rete ferroviaria in stato di completo abbandono al di sotto di Napoli. È possibile, anzi probabile, che qualcosa di questo si farà. È infatti anche nell’interesse dei produttori di merci del Nord del paese che nel Mezzogiorno ci si possa muovere più agevolmente. Ma, per il resto, non è affatto molto probabile che si realizzino investimenti pubblici all’altezza dei bisogni.