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Global Health Summit di Roma: un’occasione mancata soprattutto per la sinistra

Alla fine non ricorderemo le accuse dei nemici quanto il silenzio degli amici, diceva Martin Luther King dinanzi all’ipocrisia dei progressisti americani. Una constatazione che torna di attualità, dopo la straordinaria occasione persa a Roma con il Global Health Summit della settimana scorsa. Un appuntamento della sanità mondiale che è arrivato dopo più di un anno dall’infuriare della pandemia, e che è sembrato rimuovere completamente il trauma sociale e sanitario che stiamo vivendo.

A parte qualche retorico riferimento nel cerimoniale, i lavori del Summit sono scivolati come acqua sul vetro rispetto alla tragedia che ancora miete vittime in gran parte del mondo. Le mattanze in corso in Brasile e in India, il silenzio che avvolge gran parte dell’Africa, la spietata realtà che vede il 15% del mondo – la parte più ricca, ovviamente – assorbire l’85% dei vaccini, non ha scosso né le istituzioni né tanto meno gli osservatori. A colpire è stata proprio l’indifferenza da parte del mondo scientifico, culturale, politico, rispetto a questa scadenza, che invece avrebbe dovuto imprimere un’accelerazione verso una nuova visione dell’epidemia, legata agli squilibri sociali, come aveva spiegato qualche mese fa il direttore di Lancet, Richard Horton, che parlava non di pandemia ma di “sindemia”, ossia di un fenomeno prettamente indotto dalle sperequazioni dell’ecosistema planetario.

Andrea Crisanti, l’eretico di Padova

“Non ci voglio credere e mi sembra assurdo. È dai tempi di Galileo che una procura non si occupa di giudicare un articolo scientifico”. È stato questo il commento di Andrea Crisanti alla notizia che l’azienda sanitaria della Regione Veneto lo aveva querelato per diffamazione, a causa delle sue riserve sull’uso disinvolto dei tamponi rapidi da parte di quell’amministrazione locale.

In effetti è davvero singolare che lo scienziato sia messo sotto accusa per una valutazione tecnica proprio dalla regione Veneto, dopo la prova straordinaria che aveva dato, nella fase più terribile della prima ondata della pandemia, in quei tragici giorni di fine febbraio dell’anno scorso, quando fra Lombardia e Veneto si scatenava l’inferno, con il virus che correva e nessuno ci capiva niente; mentre proprio l’equipe di Crisanti, a Vo’ Euganeo, riusciva a frenare il contagio, riducendone l’impatto devastante che invece si ebbe a qualche centinaio di chilometri, in Lombardia, nella zona di Codogno. Paradossale ma non sorprendente. Lo staff di Zaia, il doge del Veneto, aveva cominciato da subito a diffidare di questo microbiologo appena arrivato al vertice del reparto malattie infettive di Padova, con un lungo curriculum scientifico maturato interamente all’estero, e che oggi ancora si divide tra la cattedra di microbiologia dell’università padovana e l’Imperial College di Londra. Crisanti si era mosso da subito in maniera non convenzionale.

La lezione di Amazon: mai più senza algoritmi

Nel suo saggio La società automatica (pubblicato da Meltemi), Bernard Stiegler spiega che in un processo che sostituisce l’evoluzione naturale della specie con una trasformazione artificiale guidata dal calcolo, il punto di crisi è dato dall’assenza di una proposta di sinistra che colga e rovesci la potenza di riorganizzazione sociale che il calcolo propone. La radicalità della dinamica – sostiene l’autore – è un elemento di precarietà e incertezza per il capitalismo, che la deve usare contro il lavoro; mentre potrebbe essere un vantaggio per chi mira a un riassestamento globale degli assetti e delle gerarchie sociali.

Una vera lezione, in questo senso, al sindacalismo globale viene dallo stabilimento di Amazon in Alabama. I fatti sono noti: dopo una pressione di circa metà dei cinquemila dipendenti per avere una tutela sindacale, si indice un referendum per il riconoscimento della rappresentanza dei lavoratori. La metà non va nemmeno a votare, e dei votanti solo un terzo si pronuncia a favore di un sindacato interno. Almeno 1.500 lavoratori, che avevano solo qualche mese prima richiesto a gran voce una tutela formalizzata, hanno cambiato idea. Le organizzazioni sindacali denunciano una pressione forte da parte della proprietà. Cosa assolutamente vera. Con tutti i mezzi di una potenza comunicativa quale quella di uno degli apparati più potenti del globo, l’azienda di Jeff Bezos ha fatto intendere a ognuno dei suoi dipendenti che l’entrata di un sindacato nello stabilimento avrebbe messo a rischio il futuro del loro lavoro.

Perché in Europa la campagna vaccinale è ancora indietro

La scoperta del tesoro di Anagni, con quasi trenta milioni di dosi di vaccino AstraZeneca, diciamo l’intero fabbisogno attuale del nostro paese per completare almeno il giro della prima somministrazione, rende quasi caricaturale lo scenario dell’emergenza sanitaria. Siamo tutti appesi alla data di un’eventuale vaccinazione, nella speranza, che ogni giorno che passa sbiadisce un po’ di più, di chiudere questa terribile parentesi della pandemia. Ma forse la prima forma di intossicazione da cui liberarci è proprio l’idea che viviamo una crisi che, per quanto acuta, prima o poi ci riporterà dove ci ha trovato. In realtà siamo nel pieno di una transizione che ci sta accompagnando verso un mondo che stentiamo a identificare. I vaccini ne sono il testimonial.

Noi siamo abituati a un’idea di vaccino come toccasana: si sviluppa, si produce, si distribuisce e ci si immunizza, cancellando il rischio del virus. Ora però ci stiamo accorgendo che il record di velocità nella sua produzione (davvero impensabile che, dopo pochi mesi, si sia riusciti a elaborare procedure cosi precise per colpire esattamente quel tipo di virus, fra le decine di migliaia che pullulano attorno a noi) presenta numerosi imprevisti; e soprattutto che la gestione dei farmaci sta rispondendo a logiche fino a oggi esterne alla fase terapeutica. Anche perché la stessa ricerca e produzione industriale del prodotto è stata del tutto eccentrica e anomala, questa volta, rispetto alla storia scientifica dei vaccini.

Da Minniti a Zingaretti: la “rivoluzione aristotelica” dei più forti

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Pandemia, cavallo di Troia della Silicon Valley

Mentre trasferiva valore alle compagnie digitali, incrementando di quasi il 35 % il valore di Amazon e Apple, e, tanto per fare solo un...

Vaccini, pubblico e mercato: le frontiere della società del sapere

Martedì 23 febbraio, fra i titoli della prima pagina del Sole 24 ore, campeggiava la richiesta di una consultazione fra le aziende farmaceutiche italiane per valutare un piano nazionale di produzione dei vaccini. In poche settimane quella che sembrava una sparata isolata, dal vago sapore ideologico, di gruppi politico-culturali marginali è diventata una tecnicalità indispensabile per dare credibilità ed efficacia a un vero piano nazionale di vaccinazioni.

Il nodo che i vaccini hanno in poco tempo reso ineludibile è indistricabilmente figlio della società del sapere, ed era già stato evidenziato dalle prime, per quanto ancora sparute, scaramucce sulla potenza di calcolo: la scienza che oggi è sottesa a ogni attività umana e da cui dipende la nostra stessa sicurezza, come nel caso dei vaccini, può essere governata esclusivamente dal mercato? È una domanda che viene davvero da molto lontano, che sta alla base delle riflessioni che, dopo le ondate positiviste di metà dell’Ottocento, ritroviamo nei primi dibattiti del movimento socialista, grazie alle intuizioni contenute soprattutto nei Grundrisse di Marx, testo che, pur non scritto per la circolazione, aveva contaminato numerosi interventi del Moro.